il Caffè di Meliadò

21 novembre 2010

Universitòpoli / Lettera a docenti e impiegati della “Mediterranea” di Reggio Calabria

Cari docenti e funzionari di Architettura, o meglio: cari docenti e funzionari dell’intera Università “Mediterranea”, in un momento così difficile ci sono poche brevi parole che noi vorremmo rivolgervi, a mo’ di lettera aperta.

 

Innanzitutto, sappiamo bene come la stragrande maggioranza di voi siano persone perbene, con la schiena dritta e che non hanno nemmeno mai immaginato di piegarsi a minacce e lusinghe del crimine organizzato. E’ importante ribadirlo, nel momento in cui si solleva il polverone di un autentico – e secondo noi giustificatissimo – caso mediatico nazionale.

 

In seconda battuta, sarà il caso di distinguere tra pandette ed etica, insomma tra eventuali responsabilità penali e questione morale.

E quel che stando all’accusa è successo, ha per teatro non una panetteria ma un luogo d’alta formazione, dove si creano menti e destini dei giovani, in un contesto socio-territoriale pesantemente involuto da generazioni.

 

E allora, noi vorremmo lasciare da parte i doverosi accertamenti della magistratura, ma pure lo sgomento collettivo; e rivolgerci ai singoli.

 

Ognuno di voi sa se davvero ha compiuto atti inammissibili per un dipendente di un presidio accademico o a maggior ragione per un docente universitario. Se davvero ha falsificato esami o li ha svolti alla carlona per un’intimidazione, se è stato connivente, se ha agevolato operazioni inconcepibili, se “sapeva” e ha taciuto.

 

Al di là del futuro verdetto dei magistrati, chi di voi avesse fatto tutto questo, a nostro avviso già nelle prossime ore deve fare solo una cosa: ammettere tutto pubblicamente, fare fagotto e lasciare immediatamente l’Università.

 

Il futuro della Calabria è incompatibile con questi esempi, il modello da offrire ai giovani che coraggiosamente decidono di rimanere a studiare e, se mai troveranno un’occupazione, a lavorare qui è incompatibile con questi comportamenti.

Per la coscienza di chi davvero avesse ceduto alle pressioni dei clan non ci sarà mai archiviazione.

11 novembre 2010

Il “vento del Sud”….. lava più bianco?

…Come dar  torto a Piero Sansonetti?

Nell’arco di pochissimi giorni, il direttore di “Calabria Ora” ha snocciolato due questioni profondamente intrise di buonsenso. E che però nascondono anche alcuni nodi antichi e – ad avviso di questo blogger – del tutto irrisolti.

Intanto, la querelle #1: ma alla fine della fiera, i calabresi sono mafiosi o sono ‘semplicemente’ disoccupati?

Ora, è noto fin dai tempi del ‘cucco’ che la carenza endemica d’occupazione non è un incentivo a vivere una vita irreprensibile; questo, peraltro, vale a Reggio Calabria quanto a Belluno o nel Bhopal.

Rimane una considerazione di fondo validissima lo sguardo alle tremende classifiche della non-occupazione e dell’inoccupazione: in Calabria siamo leader continentali (modestamente). Ma… nel momento in cui la Calabria ospita e fa germogliare – a dispetto dei mille sforzi degli ‘onesti’ – il crimine organizzato più violento e ammanigliato del pianeta, come si fa a dire, apoditticamente, che i calabresi “non sono mafiosi”?

E’ una bella frase, che ristora lo spirito e ci ricorda le tantissime cose belle che abbiamo e che siamo. Ma c’è anche un po’ di velleitarismo: non può essere “il dato essenziale” il fatto che il popolo calabrese non sia “un popolo d’illegali, di banditi” ma bensì “un popolo di poveri, di senzalavoro”.

Voglio dire: bisogna trovare la forza di dire che non per forza uno che non mangia, delinque.

Bisogna trovare la forza di dire che l’illegalità e la mafiosità sono scelte assurde, vergognose, da condannare “senza se e senza ma” e soprattutto sempre, anche se non hai il pane. Perché oggi non siamo nel Medioevo e le alternative legali non mancano, anche in termini di welfare; non una passeggiata di salute!, ma ci sono.

E bisogna trovare la forza di dire, mi spiace ma è fondamentale dirselo, che se la ‘ndrangheta in Calabria è diventata potentissima, al punto da diventare mafia-da-export, è soprattutto per colpa di chi in questa regione ci abita, ci opera, ci fa politica, ci lavora, ci fa figli e per decenni non ha ritenuto una priorità cancellare l’odioso ricatto del “pizzo”, il vergognoso quanto meticoloso controllo del territorio da parte dei “picciotti” etc.

Dunque non c’è davvero bisogno di giustificazionismi non richiesti e anacronistici. I calabresi non sono ‘semplicemente’ disoccupati, il punto vero ci sembra questo:  sono disoccupati e, pro-quota, purtroppo anche mafiosi. E noi lo sappiamo. E – soprattutto – lo sanno anche tutti gli altri.

Punto #2: impensabile che il Governo possa stanziare 20 milioni di euro per l’intero Paese a fronte di una gravissima ondata di maltempo (com’ è stato acutamente sottolineato in queste ore, neppure in Paesi “a federalismo estremista” come gli Usa dove, per dire, alcuni Stati hanno abolito la pena di morte e parecchi la mantengono in vigore applicandola con una certa regolarità, ci si sogna di dire che le calamità naturali le deve fronteggiar e da sé un singolo Stato: quando affondò New Orleans con mezza Louisiana, il corpaccione centrale degli Stati Uniti intervenne a suon di dollaroni), inascoltabile che il Governo possa stanziarne solo 20 se l’Associazione banche italiane decide di stanziarne 700 (!!!), brutale che l’Abi possa anche solo pensare di stanziare tutt’e 700 per gli alluvionati del Veneto “dimenticando” di netto i casini immani che ci sono stati in Calabria, il morto che pure s’è registrato, i tanti paesi della Piana di Gioia Tauro mezzi spazzati via dalla furia degli elementi…

Detto questo, l’istigazione alla “disobbedienza fiscale” lanciata proprio in queste ore dal “komunista” Sansonetti da un lato ci sembra offrire il destro a future, pericolosissime emulazioni (oggi non pago le tasse perché tu m’hai ignorato in un’emergenza, domani non le pago perché non hai riformato la legge elettorale, dopodomani non le pago perché hai dato pochi soldi a Roma Capitale o perché hai sabotato quanto a uomini e mezzi le Città metropolitane)…

E allora, varrà la pena di fare mezzo passo indietro. La rivolta fiscale più celebre della Storia, infatti, è a nostro avviso quella su cui poggia l’indipendentismo americano: no taxation without representation, dicevano molto correttamente George Washington & C. rispetto a una madrepatria inglese che voleva “spennarli” a furia di tassa sul the & C., ma non concedeva loro alcuna deputazione. Ma qui in Calabria è esattamente l’inverso…. non c’è spazio per una rivendicazione “circa” la deputazione, ma “contro” la deputazione sì!

A cosa servono, quanto contano deputati e senatori calabresi d’ogni estrazione politica se non trovano il minimo fegato di ribellarsi di fronte all’aberrazione che la Calabria viene cancellata d’amblè dall’elenco (striminzito: i territori sono solo 2) delle regioni maciullate dai nubifragi di questi giorni? Forse non serve non pagare le tasse, forse c’è un malinteso su quel che può e dev’essere un ipotetico nuovo “vento del Sud”: il Southern Wind che ci serve è quello che ricorda a chi rappresenta la Calabria a Roma che deve battere i pugni sul tavolo, tanto più forte visto che siamo per mille e mille cose la Cenerentola tradita del Paese. Ma non bastano più soldi senza progettualità, non basta la progettualità senza operatività, non basta l’operatività senza coerenza e rigore morale…. Ci serve una classe dirigente realmente nuova, non tanto (o comunque: non solo) dal punto di vista anagrafico, quanto dal punto di vista dell’integrazione effettiva con le logiche della modernità, del paneuropeismo, del ‘glocal market’. In tutto questo, pensare di fare i servi una volta ancora, dopo tutte le occupazioni che abbiamo avuto dai Romani agli Arabi ai Normanni è veramente fuori dalla storia, in questo caso con la ‘s’ particolarmente minuscola.

3 novembre 2010

….”cosa Sua”! Chi non vuole appalti trasparenti & efficienti in Calabria??

Ma chi è che “davvero” danneggia la trasparenza negli appalti e la razionalizzazione d’importanti economie di scala sul fronte pubblico, in Calabria?

La domanda è solo apparentemente peregrina: in realtà, prende spunto dalla cronaca. Già, perché in questi giorni, in seguito ad alcuni importantissimi arresti che hanno inciso nel profondo sugli equilibri mafiosi e paramafiosi nella zona Sud della città (cosche Borghetto-Zindato-Libri), insieme alla riflessione sulla sorprendente (??) reviviscenza dei potenti legami ‘ndrangheta-politica-affari, sono finite sotto la lente alcune preoccupanti infiltrazioni mafiose quanto ad alcuni appalti pubblici. Nonché gli appetiti di un presunto white collar: l’ingegner Demetrio Cento che – tra l’altro – in alcune intercettazioni con personaggi non particolarmente commendevoli si preoccupava di come poter arraffare questa e quella gestione (in questione, centri ricreativi etc.). Rispetto a tutto ciò, sarebbe stato facilitato – tutto da appurare, of course – dal legame con l’assessore comunale alle Politiche sociali Tilde Minasi, già candidata alle Regionali di marzo.

Ora, accade che molti punti interrogativi abbiano riguardato – ad opera di questo o quell’osservatore – la capacità di screening e d’effettivo controllo in capo alla Sua o alla Suap (rispettivamente, Stazione unica appaltante ovvero lo stesso organismo di rango non regionale, ma provinciale).

Per una volta, a un quesito questo blog risponde …con altri due punti interrogativi: cosa pensa di fare l’Ordine degli ingegneri, nelle more di un processo che ci si attende di consueta lentezza, nei confronti del suo “pregevole” iscritto? E poi: già, chi è che veramente non ha a cuore le capacità di screening della Sua?

Facciamo qualche passo indietro….

Giusto quando aveva preso la velocità di crociera e fatto risparmiare alla Regione quasi 70 milioni di euro in un colpo solo, la Stazione unica appaltante si ritrova con una notevole “grana” da sbrogliare: bisognerà cambiare le modalità per finanziarla. L’ha deciso il Governo, impugnando la norma vigente.

La vecchia consiliatura, per la Sua, s’era chiusa con un “giallo”: in campagna elettorale, l’oggi Governatore Giuseppe Scopelliti ne aveva infatti asserito la conclamata inutilità, dicendosi intenzionato – una volta eletto – ad abolire l’organismo guidato dal commissario Salvo Boemi (per lunghi anni, fra i più determinati magistrati d’Italia “in prima linea” contro le cosche: vedi foto).

Tutto rientrato all’inizio del mandato di Scopelliti: proprio grazie alla Sua, a seguito del bando di gara unica regionale «a procedura aperta con modalità telematica per la fornitura triennale di farmaci, emoderivati, soluzioni galeniche e infusionali, mezzi di contrasto per le Aziende sanitarie e ospedaliere» la Regione ha risparmiato 69,2 milioni di euro a fronte di una base d’asta poco sotto il mezzo miliardo (498,8 milioni), con l’aggiudicazione dell’84,33% dei 2.074 lotti omogenei disegnati in ambito regionale. Una performance «mai registrata fin qui», in termini di razionalizzazione ed efficienza della spesa di settore.

Due dati su tutti: 1) lo stesso risparmio programmato nel Piano di rientro dal debito in Sanità è stato superato di 17,3 milioni di euro (+ 33,3%), e  2) per la prima volta i prezzi d’aggiudicazione sono risultati uniformi sull’intero scenario calabrese.

Proprio il Piano di rientro adottato dalla Giunta regionale – al tempo, guidata da Agazio Loiero – con delibera n. 845 del 16 dicembre 2009 preannunciava però che entro fine 2010 un’ulteriore decisione dell’esecutivo avrebbe modificato lo strumento di finanziamento della Stazione unica appaltante, delineando «un budget prefissato» per il suo funzionamento e non più un’incognita, variabile in relazione a numero e importi degli appalti esaminati.

La legge regionale n. 16, varata nel luglio scorso, sancì che «per tutto il periodo d’attuazione del piano di rientro», i modi per finanziare la Stazione unica appaltante sarebbero stati definiti dalla Giunta, «anche in deroga» al primo comma dell’art. 10 della legge regionale 26/2007, «con gli oneri a carico del fondo sanitario regionale».

Parliamo della legge che, il 7 dicembre di tre anni fa, istituì la Sua: l’art. 10, normando il funzionamento di Stazione unica e Osservatorio, prevedeva che per fronteggiare spese d’organizzazione e di funzionamento si destinasse l’1% dell’importo d’ogni singola gara e che per l’eventuale spesa «eccedente le entrate» si provvedesse con fondi della Regione.

Senonché, il 17 settembre scorso il Consiglio dei ministri – su proposta del ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto ha impugnato la “legge 16”, ritenuta illegittima nella parte in cui sancisce «impegni di spesa che non sono in linea con quanto disposto nel Piano di rientro». Ad avviso del Governo centrale, vi risulterebbero violati «i principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione», che sancisce come «tutela della salute» e «armonizzazione dei bilanci pubblici»  rientrino tra le materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni.

La ritenuta incostituzionalità deriverebbe dalla mancata chiarezza sui «criteri che la Giunta dovrà seguire nella definizione del finanziamento» e intorno alle «condizioni che possano permettere la deroga» alla “legge 26”.
Adesso bisognerà dunque ridefinire legislativamente il tema.

Questione spinosa, a pensare che nel solo 2009 l’organismo guidato dal commissario Boemi ha vagliato 1.015 gare d’appalto per un controvalore da 660 milioni di euro, malgrado la perdurante mancanza di una sede e una lamentata scopertura d’organico pari a 98 unità su 120, cioè l’81,6% del totale: solo 22, secondo gli ultimi dati diffusi, i dipendenti regionali in forza alla Stazione unica.

2 novembre 2010

“Cheeeee? Bova e Adamo come Pintor e la Rossanda? Caro Sansonetti, vorrei dirti che…”. Firmato Fernanda Gigliotti

 <Caro direttore Sansonetti, da tempo pensavo di scriverLe per darLe il benvenuto in Calabria>… Questo l’ “incipit”, graffiante come sempre, di una missiva inviata al direttore di “Calabria Ora” Piero Sansonetti (e divulgata tramite il social network Facebook) da Fernanda Gigliotti (vedi foto), esponente calabrese di punta dell’ “area Marino” del Partito democratico, già candidata alla segreteria regionale sempre del Pd.

<Paola Concia, mia cara amica, mi aveva preannunciato il Suo incarico a Calabria Ora e ho gioito, insieme a tanti altri, perché ho sempre apprezzato il suo giornalismo libero e leale – scrive la Gigliotti –. Sta di fatto, però, che da quando Lei ha assunto il ruolo di direttore nessuna delle note stampa, degli articoli, dei commenti, delle agenzie, a firma mia o del Gruppo PD – Calabri 25 Aprile, hanno più trovato spazio nelle pagine del Suo giornale. Almeno fino a quando non è arrivata Paola Concia in Calabria, il 23 e 24 ottobre scorso, quando finalmente si è rotto l’incantesimo e abbiamo ritrovato spazio, abbondante ed importante, sulle pagine di Calabria Ora.

Poi, di nuovo il nulla>.

<Personalmente non mi scandalizzo – aggiunge l’esponente piddina – e non ci trovo nulla di strano, se la proprietà di un giornale difende se stessa e i suoi interessi politici ed economici. La stranezza sta invece nel fatto che questa “editoria”, questa “proprietà”, spesso ha imposto la trasformazione di un giornale da “organo di informazione” in strumento di “disinformazione”, tacendo pezzi di verità scomode, soprattutto quando si è trattato di parlare di Partito Democratico.

Anche la Sua firma, sotto un editoriale di qualche settimana fa, di aspra critica all’attività del commissario del Pd, ha il sapore del pregiudizio. Forse un confronto preventivo l’avrebbe aiutata a capire meglio i fatti così da evitare l’errore marchiano di avere equiparato l’uscita dal Pd di Adamo e Bova a quella della Rossanda (vedi foto) e di Pintor dal vecchio Pci. Queste ultime sono altre storie, altre vite, altri spessori culturali, umani e politici. Praticamente un altro mondo>.

<In Calabria il Pd sta cercando, invece, di scrivere la parola “fine” ad un modo familistico e personale di fare politica – è la distintissima valutazione politica della Gigliotti –, intriso di faide e lotte personali che molto hanno mutuato nei metodi, nello stile, nelle evoluzioni, da altre associazioni non democratiche. Un sistema oligarchico in cui il rinnovamento è passato da padre in figlio, da marito in moglie, da fratello a fratello. Uno ius sanguinis che è proprio delle società criminali. Un mondo senza passioni ideali.

Certo, conoscere la storia politica, professionale e personale degli ultimi venti anni di tutta la classe dirigente calabrese è forse chiederLe troppo. Ma sarebbe bastato conoscere i fatti politici accaduti in Calabria anche solo dell’ultimo lustro, il fallimento delle proposte di governo degli ultimi anni, per comprendere che le decisioni assunte nel Pd non solo erano giuste sotto il profilo “formale burocratico”, ma “necessarie e non più rinviabili” sotto l’aspetto politico, per la responsabilità “dolosa” dei suoi “ex giovani, combattivi e brillanti di tanti anni fa”, nella sconfitta elettorale del 28 marzo 2010>.

Non manca uno spunto tutto incentrato sull’ottimismo e la propositività, rispetto al futuro dei “dèmocrat” come pure della sfida informativa di “Calabria Ora”: <Spero e Le auguro che nel prossimo futuro vorrà conoscere un pezzo di calabresità che forse ancora Le manca – si legge ancora nella lettera inviata da Fernanda Gigliotti – e che sarebbe felice di incontrarLa e di conoscerLa, perché ritiene che Lei, al di la delle polemiche, è e rimane un esempio di giornalismo libero e garantista in un’Italia sempre più vittima di populismi che usano il giustizialismo e il garantismo ad orologeria a seconda del bisogno del momento. Noi, invece, vorremmo che tra il berlusconismo e il dipietrismo ci fosse un proposta democratica autentica e una classe dirigente credibile, capace di arrivare prima di ogni avviso di garanzia e di ogni bomba intimidatoria>.

1 novembre 2010

Stagisti, beffa (annunciata) e nuovo sit-in. Con pacca sulla spalla inclusa nel prezzo

Filed under: in Calabria,la medaglia di latta — mariomeliado @ 22:43

Stageur del programma 2008/2010 come anime in pena…

Neanche l’ennesima riunione del “tavolo tecnico” a Palazzo Alemanni, giovedì scorso, ha dato i frutti sperati, tracciando una via realmente utile a far loro proseguire il percorso interrottosi il 20 ottobre (come gli stessi stagisti “con 110 e lode” sapevano fin dall’inizio: questo va detto).

Il fatto sconcertante, che li ha persuasi a improvvisare immediatamente un nuovo sit-in davanti alla sede catanzarese della Giunta, è che un po’ tutti gli organi amministrativi convenuti hanno concordato su un punto: il protocollo predisposto dallo stesso Consiglio regionale, con tanto di fondi destinarti agli Enti che avessero impegnato per un anno gli stagisti, è inapplicabile (!!).

Un rebus micidiale, considerato che tutto ciò arriva dopo la legge regionale approvata nell’agosto scorso e la successiva convenzione: ma i legali hanno fatto notare che sia la norma sia l’intesa non possono applicarsi né agli Enti emanazione di Ministeri (come le Università) né agli Enti subregionali (dalle Asp alle Aterp).
In pratica, l’unica àncora di salvezza resterebbero i soli Comuni sotto i 5mila abitanti (e peraltro gli stagisti, in gran parte, sono stati impegnati in Enti locali più grandi).

Questi giovani, arrivati a questo punto, non sanno esattamente cosa fare e bisogna capirlo: c’è chi aveva preso un quotatissimo giuslavorista come Pietro Ichino e il suo importante monito come gli strepiti del “grillo parlante” di turno. Com’è andata a finire, s’è visto…
Anche se nella nota pervenuta in redazione i protagonisti di quest’avventura, dall’esito finale quantomai incerto, rivendicano la legittimità delle proprie “speranze nelle promesse della politica”, visto che il fine ultimo del bando al quale abbiamo risposto – rilevano – era d’incentivare la residenzialità dei migliori laureati calabresi.

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