il Caffè di Meliadò

4 febbraio 2013

Dell’Imu, della campagna elettorale e di altri dèmoni

Ok, rImmagineiprendersi l’Imu, cioè la tassa sulla casa, cioè l’Ici, cioè….
…Ora, al di là del fatto terra-terra che se quest’imposta sulla casa esiste da 21 anni (è stata varata nel ’92 dal governo Amato) un motivo d’economia reale probabilmente ci sarà…, ci sono varie altre cose da chiedersi.

Una cosa non trascurabile: ma chi ha governato dal 1992 a oggi? Giuliano Amato (centrosinistra) fino al ’93, Carlo Azeglio Ciampi dal ’93 al ’94 (governo “tecnico”), poi Silvio Berlusconi (’94-’95, centrodestra: fu solo il primo dei 4 Governi durati quanto, come spesso rammenta il fondatore prima di Forza Italia e poi del Pdl, nemmeno i governi De Gasperi durarono), quindi Lamberto Dini (’95-’96, altro governo “tecnico”). Quindi Romano Prodi (1996-98, centrosinistra), Massimo D’Alema (’98-’99, centrosinistra), ancòra D’Alema (1999-2000, centrosinistra), nuovamente Amato (2000-01, questa volta da indipendente), quindi Berlusconi (2001-05). E poi terzo governo Berlusconi (2005-06) e di nuovo Prodi (2006-08), successivamente un altro quadriennio di Silvio Berlusconi (2008-11) e infine Mario Monti, in carica dal 2011. La cronologia di Palazzo Chigi ci dice dunque che per oltre 11 anni, 11 anni in cui gli immobili erano tassati, il Cavaliere avrebbe potuto evitare tale tassazione. E in effetti lo propose (ma solo nel 2006; poi sconfitto da Prodi) e poi la tolse (nel 2008), col piccolo dettaglio che l’esecutivo Monti nel 2011 fu costretto a rimettere un’imposta sulla casa, prima casa inclusa, per evitare il default del Paese. Non un grande bilancio in materia fiscale, ci sembra. 

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25 novembre 2012

Urne delle Primarie del centrosinistra, vi scrivo… (3)

(segue)

Chi ha già pareggiato. Come accennato, c’è uno dei 5 contendenti che “comunque”, per citarne una celebre battuta, non è che ha già perso ma di sicuro ha già «non vinto»: ed è il probabile formale trionfatore, Pierluigi Bersani.

Il granitico muro dell’establishment attorno a lui è a dir poco imbarazzante. Segretari regionali e segretari di circolo, deputati e assessori comunali… gli eletti sono in larghissima parte con lui, per affinità generazionali, perché tra l’altro in gran parte co-designati dallo stesso leader dèmocrat e, quanto ai parlamentari, perché salve eventuali sostanziose modifiche al Porcellum il loro futuro è nelle sue mani…

In Calabria, poi, è realmente arduo individuare renziani “doc” che abbiano un peso reale nelle dinamiche politiche regionali, eccettuando forse il solo Deme

trio Naccari Carlizzi, ex assessore regionale al Bilancio. Fuori dalla politica invece anche qui ci sono legioni di giovani e personalità significative della società civile; da ultimo, anche il segretario calabrese della Uil Roberto Castagna e l’ex presidente di Confindustria Calabria Pippo Callipo.

Il silenzio degli innocenti (?). Certo vien da chiedersi però una cosa: ma perché, allora, sostengono l’ex ministro alle Attività produttive “cariatidi” piddine come Rosy Bindi o lo stesso ex premier Massimo D’Alema, forse i due esponenti pd più noti tra coloro i quali dovrebbero tornarsene a casa (…visti i precedenti, il condizionale è d’obbligo…) per via della regola dei tre mandati parlamentari?

Questo, davvero, non si sa. Certo coi “rottamatori”, è intuitivo!, non sarebbero caduti meglio…

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Urne delle Primarie del centrosinistra, vi scrivo… (2)

(segue)

Voto “utile”. Urge, urne, urlare orrore per l’ustionante utopia del voto “utile”.

Allitterazioni a parte, la questione è nota: in ogni competizione – e le Primarie non sono escluse… – se c’è “un uomo solo al comando”, o comunque un solo candidato “realmente” in grado di tagliare il traguardo, si urla al solipsismo, alla mancanza di reale dialettica interna in un partito. Se invece esiste una pluralità di candidati “veri”, che magari in modo diversa contano, però, tutti qualcosa, allora no, allora è dall’alto verso il basso che si scatena una dinamica di

versa: l’invito al voto “utile”, cioè a scartare i candidati “minori” per concentrare i suffragi solo tra quanti hanno reali possibilità di vittoria.

Ora. Intanto, questa logica s’è infruttuosamente tentato – sondaggi alla mano – d’estenderla pure a Vendola, quando il
Governatore pugliese è in concreto l’unico partecipante alle Primarie che appartenga a un partito che da un lato non si chiami Pd, dall’altro non vanti intenzioni di voto da prefisso telefonico (identikit di Bruno Tabacci, che da un lato è dell’Api cioè praticamente di nessuno, dall’altro leader di un movimento denominato “Italia Concreta” cui s’augurano senz’altro le migliori fortune ma che, oggi, per l’italiano medio potrebbe essere il logo di un cioccolatino come lo slogan non molto noto di qualche compagnia ferroviaria, indistintamente). In second’ordine: ma se si sa benissimo, che da sempre i confronti elettorali sono innanzitutto “conta” seguita da una guerra di posizione, da una guerra di trincea…

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15 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (4)

(segue)

La sensazione è più o meno questa. Che, cioè, si tenti di accreditare un’alleanza differente e con più chances di vittoria (tipico il caso dell’allargamento all’Udc, ma in caso pure ai “terzisti” dell’asse Fli-Api-Mpa) pensando che questo dato sia da anteporre a tutto… anche a una valutazione sull’effettivo operato del sindaco o presidente di Provincia uscente.

A proposito: ultima considerazione. Se un eletto non viene riproposto dalla “sua” coalizione, questo fattore va considerato o meno una “bocciatura” da parte del suo partito e/o da parte di quelli alleati?

Be’, secondo noi sì.

Basterebbe una serena ma chiara valutazione per dirimere ogni dubbio. E andare alle urne con una consapevolezza diversa: in partenza, con la consapevolezza che neanche gli elettori, ma direttamente la tua coalizione potrà magari “cacciarti” se a suo insindacabile giudizio (non sindacabile neppure da parte degli elettori, evidentemente) avrai governato male durante il tuo primo mandato.

Resta un forte punto interrogativo su un aspetto, però.

Fino a che punto un eletto a suffragio diretto (profilo nodale) possa essere non riproposto, cioè “bocciato” in base a un giudizio che sia di altri e non del corpo elettorale che a suffragio diretto ha scelto “proprio lui” (o lei).

(4 – fine)

10 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (3)

(segue)

…ma eccoci nel cuore di questa seconda questione. Quali sono, queste cose più importanti per il Pd o, comunque, per un partito che a dare una parola decisiva agli elettori preferisca revocare fiducia al “suo” eletto?

Una risposta potrebbe essere: il pluralismo.

Però manifestamente non è così!, visto che i Democratici negano all’atto pratico in moltissimi casi quelle primarie che pure, erano chiaramente il loro “mito fondativo”, come qualcuno ha giustamente scritto. A maggior ragione, nel momento in cui non solo rigettano la loro idea-Dna di primarie di partito, ma rifiutano perfino la sintesi garantita da primarie di coalizione: e qui basterà evocare il nome di Vendola (o di Pisapia, più di recente) per capire il perché.

Allora, forse, la cosa più importante è la coerenza politico-programmatica… Ma anche quest’assunto è più che fasullo. Anzi: diciamo che la volubilità di alleanze e programmi è tale (a tal punto da proporre alleanze e programmi differenti magari con identica squadra di governo!), da renderlo del tutto improponibile.

Forse, in fondo, la cosa ritenuta più importante è vincere le elezioni.

Uno psicodramma vecchio quanto il mondo: a che serve vincere, se poi non si è in grado di governare? Anzi: a che serve vincere, se poi non si è in grado di governare bene? Ma, d’altro canto: a che serve elaborare il miglior programma, le migliori alleanze, la miglior squadra di governo possibili, se poi non si vince e tutto questo bel pensare va in fumo?

Però, il punto adesso è questo: se parliamo di un primo mandato va benissimo tutto. Dove una prioritizzazione convince meno, è l’ipotesi di ricandidare o non ricandidare un amministratore uscente.

Decliniamo l’ipotesi in concreto.

Perugini non è un primo cittadino “qualunque”: è il sindaco di una Cosenza “rossa” ormai a senso alterno (micidiale lo schianto destrorso alle ultime Regionali). E’ l’emblema negativo di come si possa essere percepiti come pessimi amministratori anche quando il tessuto ti favorisce in maniera spudorata (Salvatore Perugini è stato in questi anni instancabilmente in fondo alle classifiche di gradimento dei sindaci italiani, mentre negli stessi anni il presidente della Provincia della “sua” Cosenza, Mario Oliverio, “svettava” ai primissimi posti per gradimento: un ossimoro poco simpatico per chi, dei due, portava la fascia tricolore). Cosa da non trascurare, il centrosinistra ha – almeno apparentemente – ritenuto che il suo fosse un buon governo, a tal punto da consegnargli le chiavi dell’Anci calabrese.

E’ chiaro, il messaggio, no? Su 409 Comuni calabresi, molti dei quali governati dal centrosinistra, per quella coalizione almeno la best practice dell’amministrare negli Enti locali andava ravvisata nella giunta Perugini, a tal punto da indicare nel sindaco di Cosenza il presidente regionale dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani. La domanda a questo punto è: il partito, per caso, ha ritenuto di prendere per i fondelli – e per diversi anni – elettori, iscritti e dirigenza dell’Anci?

In alternativa: le più o meno alte prospettive di vittoria possono essere sufficienti a “scaricare” un eletto che ha governato bene (ammesso che le cose stiano così)?

(3 – continua)

9 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (2)

(segue)

Nel 2010, quand’era ormai digerito il dato che l’Udc avrebbe supportato la “corazzata”-Scopelliti e che non sarebbe stato il centrista Roberto Occhiuto ma lo stesso Loiero il candidato-Presidente del centrosinistra, si volle a tutti i costi (perfino con una becera finzione, dopo il sostanziale accordo di Caposuvero) proteggere il teorico pluralismo del Pd attraverso le note finte-primarie vinte proprio da Agazio Loiero su Peppe Bova e Brunello Censore (Doris Lo Moro s’era ormai ritirata). Ci fossero state primarie “di coalizione”, il Governatore uscente avrebbe senz’altro dovuto fronteggiare ulteriori rivali per la nomination relativa al centrosinistra.

Il primo quesito fu: ma è giusto?

Noi, sul punto, ripetemmo quel che andiamo dicendo da anni e anni: benissimo il rispetto del cittadino-elettore, ma proprio per questo motivo l’uscente dev’essere assolutamente e sempre ricandidato dalla coalizione che riuscì a farlo eleggere. Perché in forza del principio di responsabilità politica, se l’elettore è contento del suo operato lo rivota; se ne è scontento, lo manda a casa. Un giudizio doveroso, semplice, chiaro.

Invece, se la coalizione ha malgovernato (…anche con l’elezione diretta, le responsabilità non sono e non saranno mai di una persona sola…), con l’espediente di “cambiare cavallo” magari perde lo stesso, però sfugge (e l’uscente con lei) a una precisissima valutazione di merito. E può, così, bellamente attribuire la responsabilità della sconfitta al fatto d’aver cambiato, allo spiazzamento degli elettori, alla minor esperienza del “nuovo” candidato etc. etc.

Ma il Pd ha appena deciso che non ricandiderà diversi uscenti: il punto primo, dunque, è superato.

Evidentemente, per il Partito democratico non è molto importante che siano i cittadini a giudicare se un suo eletto ha governato bene oppure no. Ovvero, per il Pd ci sono cose più importanti.

(2 – continua)

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