il Caffè di Meliadò

8 luglio 2012

A Genova, salta il processo alla ‘ndrangheta da export. L’inteprete dal calabrese? Si trova… solo a 1.000 km!!!

Ieri, nelle edicole genovesi, sulla “prima” del popolarissimo Secolo XIX spiccava una notizia che, più che di pesto, profuma di peperoncino…

Riguarda il processo Maglio 3, che già odora di Calabria in quanto derivata dall’omonima operazione messa a segno dai carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale) su input della Dda di Genova, appunto: oggetto, dunque, le ormai notissime (specie dopo lo scioglimento del Comune di Ventimiglia per infiltrazioni mafiose…) commistioni tra ‘ndrangheta e apparati pubblici in Liguria.

Tra gli altri, sono stati coinvolti e arrestati nell’ambito di Maglio 3 i presunti capibastone Mimmo Gangemi (….ma la signora di Ellis Island non c’entra niente!, mi raccomando) e Onofrio Garcea più una lunga serie d’altri soggetti, tra destinatari di misure cautelari e indagati a piede libero; l’organizzazione aveva contaminato tutt’e 4 le province liguri, a Ventimiglia era Michele Circosta – stando agli inquirenti – l’indiscusso capoclan.

Beh, la notizia per una volta non è questa, ma porta al sorriso.

Infatti la prossima udienza del processo ai boss delle ‘ndrine importate all’ombra della Lanterna salta… perché non s’è trovato un interprete calabrese-ligure (o calabrese-italiano, fate voi).

Giuro.

(more…)

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26 marzo 2011

Roberto Castelli: ” ‘Ndrangheta? Fuori le ditte calabresi da Milano”. Il ‘Caffè’ dice: fuori il sottosegretario alle Infrastrutture dal Governo italiano!

E’ vero: dalle parti di Castiglione Cosentino o di Scandale non sarà esattamente il giornale più venduto. Ma la prima pagina di oggi del quotidiano “La Padania”, ovvero il giornale di partito della Lega Nord, dovrebbe essere letta con attenzione da tutti i calabresi. E con attenzione particolare da due categorie: da tutti i rappresentanti eletti nelle fila del centrodestra e da tutti gli ultra18enni che il 15 e 16 maggio andranno al voto…

Basta guardare il titolo della “spalla” (il pezzo posizionato a destra rispetto al titolo principale), per rendersi conto di cosa sia in discussione: “Expo, Castelli: fuori i calabresi”. Orrore: sembra riesumato il peggior Borghezio di tutti i tempi, da parte di un ministro che – dopotutto -, benché ingegnere, fu un ragionevole Guardasigilli.

Certo, le cose migliorano guardando all’occhiello: “La preoccupazione del viceministro sugli appalti”. E uno subito pensa: be’!, in effetti dopo l’arresto per tangenti del sindaco di Buccinasco, forse finalmente la classe dirigente lumbard ha pensato di avviare una seppur tardiva operazione “autocritica”… e invece pare proprio di no: a leggere bene gli elementi della titolazione in combinazione tra di loro, ma soprattutto ad approfondire già le prime righe del testo, le cose non stanno affatto così.

Il punto è che già in genere – ma in modo tutto speciale dopo il corsivo del procuratore distrettuale di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone sul “Corriere della sera” in cui si piazzavano dritti dritti i fari sul Nord, su quanto ormai i suoi gangli politico-burocratici trabocchino di corruzione e siano potentemente infiltrati dalla ‘ndrangheta, su quanto stoltamente certi amministratorucoli abbiano giocato allo struzzo, infilando la testa sotto la sabbia pur di non vedere ciò che non vedere era impossibile…. – molta parte della società civile e della politica in Lombardia si preoccupa della questione legalità. E quest’ansia cresce di ora in ora; come, del resto, il potere delle ‘ndrine oltreconfine.

Ma nello specifico la «preoccupazione» del “big” leghista Roberto Castelli è connessa appunto alle possibili infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche commissionate al Nord e soprattutto in vista dell’Expo 2015 programmata a Milano (e per l’Expo meneghina, sarà bene ricordarlo, il comune di Reggio Calabria è tra le città partner e senza alcuno scandalo, con tanto di conferenza stampa tenuta a Palazzo San Giorgio dall’allora sindaco reggino Peppe Scopelliti e dal primo cittadino milanese Letizia Moratti, che tenterà di confermarsi alle urne tra un po’ meno di due mesi).

E c’è, circa le contromisure ipotizzate, qualcosa di sconcertante e francamente preoccupante non per un calabrese, ma per un qualsiasi italiano…

Come un po’ anticipato dal titolo, il viceministro a Infrastrutture e Trasporti, per contrastare al meglio l’ingordigia della criminalità organizzata rispetto agli appalti presenti e futuri a Milano e dintorni, tira fuori dal suo sacco di Eta Beta uno straordinario rimedio: «Evitiamo per decreto – è la mirabile proposta del sottosegretario lecchese – che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole, escludiamo le ditte calabresi».

Tutto chiaro!

Impedire che il crimine organizzato vìoli la capitale economica del Paese (visto che “capitale morale”, come si diceva una volta…. dopo i vari Rubygate, non è proprio il caso nemmeno di pensarlo), è facilissimo: basta che non partecipino agli appalti le aziende calabresi.

Infatti, sono di Bruzzano Zeffirio Benetton, Lavio e Ligresti!, cioè i tre azionisti-chiave di Impregilo, general contractor dell’autostrada “A3” Salerno-Reggio Calabria che accettò d’ottimo grado di pagare “solo” il 3% del valore dell’appalto alla ‘ndrangheta a titolo di “tassa-sicurezza”, come certificato da megaoperazioni quale “Arca”, peraltro giustificando (….giustificando….) queste simpatiche dazioni ambientali quali donazioni a onlus per il contrasto alla fame e alla miseria nei Paesi del Terzo Mondo.

Notoriamente, è originario di Tiriolo l’avvocato Luciano Lampugnani – solo incidentalmente residente a Rho… -, accusato di tentata estorsione aggravata e riciclaggio di denaro sporco nell’ambito dell’operazione che ha sgominato un clan malavitoso ovviamente calabrese, ma altrettanto ovviamente e floridamente operativo a Milano, la cosca Valle.

E non inganni il cognome vagamente settentrionale di Tiziano Butturini, sempre incidenter tantum ex sindaco di Trezzano sul Naviglio epperò arrestato in quanto ritenuto il perverso link tra la criminalità organizzata e la moglie (succedutagli nella guida del Comune della cintura meneghina): senz’altro, avranno avuto parenti stretti a Mandatoriccio o a San Giovanni di Gerace…

…Caro Roberto Castelli, questa pregevole dimostrazione di autentico razzismo poteva pure risparmiarsela. Il problema è contrastare il crimine organizzato (e comunque a Milano, sì, ma anche a Reggio Calabria o in Australia), non elevare palizzate ovviamente inutili a impedire le infiltrazioni di chi così gioiosamente “si fa infiltrare” (e abbiamo citato solo pochissimi, superficiali casi delle decine e decine di collusioni e connivenze di politici e professionisti settentrionali coi clan).

Ci promette che ci penserà?

Detto questo, chi tra gli elettori calabresi abbia letto le parole dell’ex ministro della Giustizia potrà regolarsi sul da farsi. Ma soprattutto, chi tra i politici e in particolare tra i deputati e senatori dei partiti alleati sul piano nazionale con la Lega Nord, abbia letto queste parole, in caso di mancata immediata espulsione di Castelli dal Governo (tanto più nel 150esimo anno dall’Unità d’Italia…), dovrebbe immediatamente rassegnare le dimissioni.

Noi le aspettiamo…

3 novembre 2010

….”cosa Sua”! Chi non vuole appalti trasparenti & efficienti in Calabria??

Ma chi è che “davvero” danneggia la trasparenza negli appalti e la razionalizzazione d’importanti economie di scala sul fronte pubblico, in Calabria?

La domanda è solo apparentemente peregrina: in realtà, prende spunto dalla cronaca. Già, perché in questi giorni, in seguito ad alcuni importantissimi arresti che hanno inciso nel profondo sugli equilibri mafiosi e paramafiosi nella zona Sud della città (cosche Borghetto-Zindato-Libri), insieme alla riflessione sulla sorprendente (??) reviviscenza dei potenti legami ‘ndrangheta-politica-affari, sono finite sotto la lente alcune preoccupanti infiltrazioni mafiose quanto ad alcuni appalti pubblici. Nonché gli appetiti di un presunto white collar: l’ingegner Demetrio Cento che – tra l’altro – in alcune intercettazioni con personaggi non particolarmente commendevoli si preoccupava di come poter arraffare questa e quella gestione (in questione, centri ricreativi etc.). Rispetto a tutto ciò, sarebbe stato facilitato – tutto da appurare, of course – dal legame con l’assessore comunale alle Politiche sociali Tilde Minasi, già candidata alle Regionali di marzo.

Ora, accade che molti punti interrogativi abbiano riguardato – ad opera di questo o quell’osservatore – la capacità di screening e d’effettivo controllo in capo alla Sua o alla Suap (rispettivamente, Stazione unica appaltante ovvero lo stesso organismo di rango non regionale, ma provinciale).

Per una volta, a un quesito questo blog risponde …con altri due punti interrogativi: cosa pensa di fare l’Ordine degli ingegneri, nelle more di un processo che ci si attende di consueta lentezza, nei confronti del suo “pregevole” iscritto? E poi: già, chi è che veramente non ha a cuore le capacità di screening della Sua?

Facciamo qualche passo indietro….

Giusto quando aveva preso la velocità di crociera e fatto risparmiare alla Regione quasi 70 milioni di euro in un colpo solo, la Stazione unica appaltante si ritrova con una notevole “grana” da sbrogliare: bisognerà cambiare le modalità per finanziarla. L’ha deciso il Governo, impugnando la norma vigente.

La vecchia consiliatura, per la Sua, s’era chiusa con un “giallo”: in campagna elettorale, l’oggi Governatore Giuseppe Scopelliti ne aveva infatti asserito la conclamata inutilità, dicendosi intenzionato – una volta eletto – ad abolire l’organismo guidato dal commissario Salvo Boemi (per lunghi anni, fra i più determinati magistrati d’Italia “in prima linea” contro le cosche: vedi foto).

Tutto rientrato all’inizio del mandato di Scopelliti: proprio grazie alla Sua, a seguito del bando di gara unica regionale «a procedura aperta con modalità telematica per la fornitura triennale di farmaci, emoderivati, soluzioni galeniche e infusionali, mezzi di contrasto per le Aziende sanitarie e ospedaliere» la Regione ha risparmiato 69,2 milioni di euro a fronte di una base d’asta poco sotto il mezzo miliardo (498,8 milioni), con l’aggiudicazione dell’84,33% dei 2.074 lotti omogenei disegnati in ambito regionale. Una performance «mai registrata fin qui», in termini di razionalizzazione ed efficienza della spesa di settore.

Due dati su tutti: 1) lo stesso risparmio programmato nel Piano di rientro dal debito in Sanità è stato superato di 17,3 milioni di euro (+ 33,3%), e  2) per la prima volta i prezzi d’aggiudicazione sono risultati uniformi sull’intero scenario calabrese.

Proprio il Piano di rientro adottato dalla Giunta regionale – al tempo, guidata da Agazio Loiero – con delibera n. 845 del 16 dicembre 2009 preannunciava però che entro fine 2010 un’ulteriore decisione dell’esecutivo avrebbe modificato lo strumento di finanziamento della Stazione unica appaltante, delineando «un budget prefissato» per il suo funzionamento e non più un’incognita, variabile in relazione a numero e importi degli appalti esaminati.

La legge regionale n. 16, varata nel luglio scorso, sancì che «per tutto il periodo d’attuazione del piano di rientro», i modi per finanziare la Stazione unica appaltante sarebbero stati definiti dalla Giunta, «anche in deroga» al primo comma dell’art. 10 della legge regionale 26/2007, «con gli oneri a carico del fondo sanitario regionale».

Parliamo della legge che, il 7 dicembre di tre anni fa, istituì la Sua: l’art. 10, normando il funzionamento di Stazione unica e Osservatorio, prevedeva che per fronteggiare spese d’organizzazione e di funzionamento si destinasse l’1% dell’importo d’ogni singola gara e che per l’eventuale spesa «eccedente le entrate» si provvedesse con fondi della Regione.

Senonché, il 17 settembre scorso il Consiglio dei ministri – su proposta del ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto ha impugnato la “legge 16”, ritenuta illegittima nella parte in cui sancisce «impegni di spesa che non sono in linea con quanto disposto nel Piano di rientro». Ad avviso del Governo centrale, vi risulterebbero violati «i principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione», che sancisce come «tutela della salute» e «armonizzazione dei bilanci pubblici»  rientrino tra le materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni.

La ritenuta incostituzionalità deriverebbe dalla mancata chiarezza sui «criteri che la Giunta dovrà seguire nella definizione del finanziamento» e intorno alle «condizioni che possano permettere la deroga» alla “legge 26”.
Adesso bisognerà dunque ridefinire legislativamente il tema.

Questione spinosa, a pensare che nel solo 2009 l’organismo guidato dal commissario Boemi ha vagliato 1.015 gare d’appalto per un controvalore da 660 milioni di euro, malgrado la perdurante mancanza di una sede e una lamentata scopertura d’organico pari a 98 unità su 120, cioè l’81,6% del totale: solo 22, secondo gli ultimi dati diffusi, i dipendenti regionali in forza alla Stazione unica.

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