il Caffè di Meliadò

30 ottobre 2010

Happy Halloween….

Filed under: Uncategorized — mariomeliado @ 21:54

Annunci

Rifiuti campani, montano le polemiche. Il Pd pronto a manifestare a Pianòpoli

Filed under: ambiente,politica calabrese — mariomeliado @ 11:20

«Se l’operazione dovesse durare oltre una settimana, sarebbe una cosa gravissima per la Calabria. Del tutto inaccettabile. E noi saremmo costretti a chiamare la popolazione calabrese a reagire. Andremo tutti a Pianopoli a protestare», afferma il deputato piddino Franco Laratta, in merito al conferimento di rifiuti della Campania nella discarica di Pianopoli.

«La Calabria non ha la possibilità di sopportare a lungo il conferimento di centinaia di tonnellate al giorno di rifiuti – aggiunge Laratta – il presidente Scopelliti parli ai calabresi. E soprattutto si faccia sentire dal suo Governo amico». Continua a far discutere la decisione di portare la “monnezza” campana nella discarica di Pianopoli.

Al punto che anche 13 movimenti lametini hanno redatto un documento congiunto nel quale evidenziano che «nel Lametino, con tutti i suoi problemi ambientali, viene ancora una volta utilizzato per risolvere i problemi ambientali di altre zone d’Italia. Ben venga la solidarietà, ma solo che da parte di chi può permettersela».

Ma cosa scrivono i movimenti Collettivo Altra Lamezia, Amo Lamezia, Fahrenheit, Casa della legalità e della cultura, Cittadinanzattiva, Comitato Giovanile Lametino, Comitato Acqua Pubblica, Comitato Lamezia Rifiuti Zero, Comitato Piazza d’Armi, Lista Città, Rifondazione Comunista – Circolo “Argada” e Federazione Provinciale, Sinistra Critica?

La discarica «nata come discarica di rifiuti speciali dopo uno strano iter precedente all’apertura (…) continua a prendere rifiuti, anche quelli urbani, di proprietà della Daneco, colosso del settore dei rifiuti, che gestisce anche un impianto di trattamento per rifiuti solidi urbani a Lamezia, situata in una zona instabile da un punto di vista geologico e con la presenza di falde acquifere. Non bastavano i rifiuti speciali del Nord, non bastavano i veleni della Seteco, ora ci tocca anche la spazzatura campana».

E i movimenti, nella stessa missiva, esprimono solidarietà alle popolazioni in rivolta di Terzigno e dell’Area Vesuviana, anche se poi evidenziano come «le emergenze non si risolvono spostando il problema di qualche centinaio di chilometri, ma attraverso un processo condiviso con la cittadinanza, raccolta differenziata e rifiuti zero in primis». Da qui l’appello alla gente di Pianopoli, Lamezia e del circondario a difendere «il proprio diritto all’ambiente e alla salute».

Il 28 novembre, in tutt’Italia, si vota solo a Rosarno. Dopo lo scioglimento per mafia, però, niente simbolo dell’Udc

Lamezia Terme (Catanzaro). “Fumata nera” per l’Unione di centro, ieri, all’ “Hotel T” di Lamezia Terme.

Era attesa in giornata la nomina dei commissari (e dei presidenti) nelle 5 province calabresi da parte del coordinamento, composto dal neocommissario regionale (e sindaco di Acri, nel Cosentino) Gino Trematerra (vedi foto) e dalla presidente dello scudocrociato Marisa Fagà, dai due deputati Mario Tassone e Roberto Occhiuto e dalla senatrice Dorina Bianchi, dai consiglieri regionali casiniani Alfonso Dattolo, Gianluca Gallo, Francescantonio Stillitani (che è anche assessore al Lavoro), Franco Talarico (presidente del Consiglio regionale in carica e fino a pochi giorni fa segretario calabrese dell’Udc), Michele Trematerra (pure assessore alle Politiche agricole) e Pasquale Tripodi (capogruppo a Palazzo Campanella) e dal coordinatore regionale dei giovani del partito, il rosarnese Peppe Idà.

Invece, l’organismo di coordinamento ha fissato esclusivamente i criteri da adottare. In particolare, com’è stato fatto in tutt’Italia e secondo l’indicazione, del resto, seguita pure nella composizione dell’organo commissariale su scala regionale, anche nelle varie province calabresi accanto alla figura “operativa” del commissario sarà nominato un presidente, figura più spiccatamente “di rappresentanza” e che però consentirà – fra l’altro – di avere una proiezione più ampia, negli organismi di raccordo col territorio, delle varie “anime” del partito.

A Reggio, per dire, si dà per scontato che il commissario sarà espresso dal gruppo che fa capo all’ex assessore Tripodi, ma per la figura del presidente si attingerà quasi certamente ad altre aree (magari quella che fa riferimento all’ex segretario provinciale Franco Candia o al sindaco di Gioiosa Jonica Mario Mazza).

Le criticità più severe riguardano però alcune altre province: su tutte Cosenza (dove il gruppo dei Trematerra “padre e figlio” è assai significativo, ma dovrebbe lasciare spazio agli Occhiuto-boys anziché “maramaldeggiare”, visto che ha già ottenuto la leadership regionale quantomeno fino alle prossime Amministrative) e Catanzaro, dove il vicesegretario nazionale dell’Unione di centro Mario Tassone ha tutta l’intenzione di piazzare dei sicuri “paletti” organizzativi ma dovrà certo scontrarsi con l’ovvia ambizione di Franco Talarico – anche quale segretario regionale uscente – d’incidere in profondità sugli assetti udiccini, e non solo nella provincia di propria estrazione territoriale.

Stabiliti comunque i criteri, per i nomi occorrerà attendere una settimanella: venerdì prossimo dovrebbe arrivare il “disco verde”.

All’ “Hotel T” invece – a quanto pare, in recepimento di precise direttive nazionali – si è entrati nel merito di una rilevante, imminente occasione elettorale: le Comunali che si terranno il 28 e 29 novembre a Rosarno (unico comune calabrese e dell’intero Paese al voto fra un mese, dopo il doloroso scioglimento dell’Ente locale per infiltrazioni mafiose).
Le laceranti spaccature locali all’interno dei centristi – ma, in realtà, anche questioni legate alle delicatissime peculiarità non solo elettorali di questo importante angolo della Piana – hanno “suggerito” a Gino Trematerra & C. di confermare l’inopportunità di schierare lo scudocrociato.

Adesso, è certo: l’Udc “ufficiale”, a Rosarno – dove, per inciso, il commissario cittadino è il fin qui vicesegretario provinciale del partito Mario Versaci –, non allestirà una lista propria. Le liste “d’ispirazione casiniana” (…ma con orientamenti assai differenti tra loro…) dovrebbero invece essere due “civiche”: con ogni probabilità, Nuovi Orizzonti e Rosarno Futura le rispettive denominazioni.

Nei giorni scorsi, accese erano state le polemiche; e non solo sul versante politico (per l’annuncio da parte degli udiccini vicini al consigliere provinciale Gaetano Rao (vedi foto) di appoggiare la candidatura a sindaco del giovane avvocato Raimondo Paparatti, della parte appoggiata dai Tripodi-boys di stringere un patto per la riproposizione dell’ex primo cittadino Gianfranco Saccomanno e in tutti i casi per la mancata candidatura del giovane Idà).

Veemente era stato infatti lo scontro proprio tra Idà e Mallamaci, al quale il responsabile regionale dei giovani udc aveva rinfacciato di essere contro i clan, ma poi di accondiscendere alla chiusura di patti in “segrete stanze” non meglio specificate. <Se Peppe Idà è a conoscenza di gravi situazioni, deve denunciare tutto alla magistratura>, aveva replicato seccamente Paolo Mallamaci.

Ma che gli equilibri fra le “anime” centriste siano arroventati, e non certo solamente a Rosarno, resta un dato di fatto.

29 ottobre 2010

Sanità, perché si è arrivati a un maxidebito da almeno 1,2 miliardi?

Molte volte vien da chiedersi, a fronte degli interrogativi di questi giorni sull’idoneità del Piano di rientro (non più dimensionato su 2,1 miliardi di euro come affermava l’advisor governativo Kpmg, ma sulla cifra contrapposta dal presidente della Regione Peppe Scopelliti, cioè “solo” 1,2 miliardi): ma come ci si è arrivati, a un debito da oltre 2mila miliardi di care vecchie ex-lire?

Affiancherei, da oggi, una domanda: ma chi l’ha detto, che la Commissione straordinaria dell’Asp 5 di Reggio Calabria abbia operato del tutto invano?

Il generalprefetto Massimo Cetola (vedi foto: non sarà male ricordare che, pochi giorni dopo il suo insediamento nell’incarico, quantificò in circa 500 milioni di euro il probabile disavanzo sanitario nella sola ex-Azienda sanitaria locale reggina) e i suoi “compagni di strada” Cesare Castelli e Salvo Gullì hanno terminato il proprio incarico indirizzando alle autorità competenti per il controllo non una, ma ben DUE relazioni.

Perché ne parliamo adesso?

Perché la Guardia di finanza, nell’ambito di un’inchiesta aperta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Ottavio Sferlazza insieme al pm Francesco Tripodi, ha sequestrato 750mila euro – secondo quanto disposto dal gip del Tribunale reggino Carlo Sabatini – a Mario Smorto, medico riabilitatore ben noto in ambito non solo calabrese e già nello staff medico della Nazionale di calcio, in questo caso però in quanto titolare di una struttura privata accreditata dalla Regione Calabria.

Al quotato operatore della sanità calabrese è contestata la truffa continuata e aggravata nei confronti dell’Azienda sanitaria provinciale dello Stretto: nel quadriennio 2005-2008, Smorto avrebbe chiesto il pagamento per “prestazioni inesistenti”, si legge nel comunicato diramato dalle Fiamme gialle, “abbinando indebitamente a ciascun ciclo di trattamento e a ciascuna prestazione riabilitativa (…) una prestazione tecnica di “valutazione” (del tono muscolare), in modo da realizzare – si legge nel comunicato inviato agli operatori dell’informazione – in modo da realizzare una sostanziale duplicazione di quanto dovuto per ogni prestazione”.

Duplicazione vorrebbe dire il doppio. E, stando ai finanzieri, in barba a tutti i controlli “l’enorme numero di prestazioni fatturate in eccesso”, talora, si attesterebbe esattamente a una misura “pari al doppio di quanto contrattualmente concordato”.

Ma il punctum dolens è un altro: che il presunto meccanismo truffaldino sarebbe collegato alle famigerate prestazioni extra-budget. Che, in realtà, vantano aspetti quantomeno contraddittori anno dopo anno e per tantissime strutture accreditate (visto che, a budget esaurito, pare comunque illogico ipotizzare la chiusura di laboratori o cliniche private; e giuridicamente impensabile chieder loro di effettuare gratuitamente prestazioni che intrinsecamente implicano costi da lavoro e da materie prime).

Ad avviso dei militari della Gdf il medico-imprenditore, avrebbe ottenuto “decreti ingiuntivi che non venivano contestati”, confidando preventivamente “sulla totale assenza di controlli interni”. Non senza motivo, parrebbe dall’altra indagine sviluppata dalle Fiamme gialle:  sarebbe stato allestito – il condizionale è più che d’obbligo, e non solo per questione di mero garantismo – un vero e proprio “sistema” dei decreti ingiuntivi, facendoli passare tutti colabrodo-style e facendo così sempre penalizzare l’Asp anche in relazione ai danni per l’esecuzione forzata subita.

Proprio in quel contesto, sono iscritti al registro degli indagati l’ex dirigente di settore Aida Barbalace “che, già interrogata in ordine agli omessi controlli, s’è avvalsa della facoltà di non rispondere”, si evidenzia nell’informativa della Finanza, e l’ex commissario straordinario Renato Caruso: quest’ultimo – che ha avuto la responsabilità della gestione dell’ex Asl 11 di Reggio Calabria prima dell’avvento della terna commissariale – avrebbe, addirittura, “omesso e ostacolato il normale funzionamento dei servizi ispettivi”.

23 ottobre 2010

Uno sguardo da non-calabrese sulla “Calabria sottosopra”

Al fondo, ci sono due Calabrie: quella degli onesti e quella dei disonesti.

Comunque la pensiate, questa considerazione del giornalista messinese del “Sole-24 Ore” Nino Amadore è l’unica (apparentemente) in dissonanza col titolo del suo ultimo, interessantissimo saggio: La Calabria sottosopra, fresco di stampa per Rubbettino.

E’ proprio la nettezza del quadro assiologico, delle premure valoriali che dovrebbe informare una Calabria “normale” (dalemianamente o meno, secondo i gusti). Una normalità «democratica e civile»; una normalità in grado di catalizzare una minima attenzione dei connazionali per frangenti non solo patologici. Una normalità che, al prossimo sguardo posato sulla Calabria da un non-calabrese, possa fargli sì dire e più forte di oggi che «i calabresi sono diversi»; stavolta, però, eviscerandone solo limpidezza, ingegno, dirittura morale e non più il mellifluo «collateralismo». Quell’ambizione semplice-semplice che fa dire a Nino De Masi, imprenditore quasi eroico nel denunciare i tassi usurari praticati nei suoi confronti da banche blasonate: «Vorrei essere una persona normale».

Per ora, recita uno degli atti giudiziari citati con rigore da Amadore, in questa terra «può più il piombo che il consenso elettorale»; fermi restando gli abbondanti punti interrogativi sull’effettiva libertà del voto, da queste parti. Quantomeno per assuefazione, troppi calabresi percepiscono come un usum loci malaforestazione e clientelismo, fondi Ue truffati e legami con logge massoniche «più o meno deviate»; e ancora cercano quel coraggio (beh, manzonianamente, se uno non ce l’ha non se lo può dare… o no?) indispensabile a portare avanti nelle coscienze e nel Paese una questione calabrese che invece esiste, «eccome».

Condanna senz’appello? No. A nostro avviso, il testo è permeato da una convinzione: la Calabria non è «sottosopra» per il peso degli scandali, di politici orfani dei Misasi e dei Mancini e che – salve rare eccezioni – definire collusi o inadeguati suonerebbe un complimento, di una classe dirigente complessivamente mediocre fatta di monadi in perenne guerra tra loro, di un popolo fiero che s’è reso servo delle ‘ndrine, del bisogno e dei comparati senza indignarsi davvero neppure per l’acqua che manca o le autostrade fatte con materiali facili a sbriciolarsi per rifarsi del “pizzo” versato agli sgarristi. No, quel che non le si può perdonare è l’incapacità della Calabria di «aspirare alla bellezza» malgrado lo sforzo del Creatore che, pure, in Principio c’era stato.

21 ottobre 2010

I giornalisti calabresi? Grazie, ma… difendiamoli ogni giorno

Filed under: criminalità organizzata,giornalismo,politica & 'ndrangheta — mariomeliado @ 12:29

Questi chi li difende”?

Ieri sera, quando ho visto il titolo di “prima” scelto da Antonio Padellaro per l’edizione odierna del “Fatto Quotidiano”, mi sono sentito contento e depresso in una botta sola.

Contento, perché finalmente su 20 regioni d’Italia la Calabria acquisiva non diciamo un ventesimo (magari!), ma almeno un centocinquantesimo di spazio rispetto agli eventi che concernono il suo territorio e la sua gente. Depresso, anzi iper-depresso, perché invece di parlare del porto di Gioia Tauro (e sì che è il più importante del Mediterraneo, in fatto di transhipment) o delle questioni sociali ‘quotidiane’ (basti pensare agli enormi tagli nella scuola: un autentico dramma calabrese, all’interno del più noto e ampio dramma nazionale) lo spazio, la visibilità erano – purtroppo – ‘doverosamente’ riservati alle storie di 8 colleghi giornalisti minacciati dalla ‘ndrangheta, come usa qui da noi…, soprattutto per aver osato esplorare la strada delle connessioni mafia-politica.

Tra l’altro, si tratta d’intimidazioni ben sviscerate dall’osservatorio Ossigeno di Alberto Spampinato e da quello che è forse il primo volume (“Avamposti”) a trattare specificamente di giornalisti minacciati in un così circoscritto lembo d’Italia (e, devo dire, curiosamente a quest’ultima circostanza non si fa cenno nell’ampio paginone firmato da Enrico Fierro e Giampiero Calapà).

Detto questo, due cose.

La prima, è che malgrado si tratti per certi versi di quella Calabria “negativa” che sembra anche essere l’unica che i media nazionali sono in grado di raccontare (controprova? Provate a ricordare l’ultima volta che la Calabria ha avuto le prime pagine dei quotidiani nazionali… fatto? Ecco, è stato per il bazooka al procuratore capo di Reggio. E la volta prima…? Per la bomba fatta esplodere sotto l’abitazione del procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio. E la volta ancora prima…? A gennaio, per i “fatti di Rosarno”), va registrato che le altre testate nazionali non hanno avuto la medesima sensibilità. O forse non hanno colto l’assoluta peculiarità di cosa vuol dire esattamente fare il giornalista in Calabria (malgrado, ripeto, un intero libro tra l’altro molto recente si soffermi esclusivamente su questo). Dunque, il “Fatto quotidiano” a mio avviso va ringraziato, nella speranza che – al di là delle peculiarità di questa testata – in futuro trovi il destro e l’acume per trattare di cose calabresi anche quando non ci sono morti ammazzati, minacce delle cosche et similia.

La seconda. Più volte, nel corsivo di Fierro come nel paginone all’interno, ricorre un interrogativo (dei cronisti di Fq, dei colleghi miei conterranei, dei loro parenti): “Ma ne vale la pena?”.

Sgombriamo il campo: anche secondo noi, ne vale sicuramente la pena. Però, quando leggo su Fb che uno di questi colleghi (il bovalinese Ferdinando Piccolo) s’è dovuto veder minacciare di morte a fronte di un organo di stampa che lo retribuisce pochi centesimi a riga…

No, non è una novità assoluta, questo tema. Si sa che l’editoria (non solo in Calabria, in verità) è un settore ormai difficilissimo; in più, c’è la crisi (per gli imprenditori di settore; in edicola; tra gli inserzionisti pubblicitari che sono un altro fondamentale motore di sussistenza per qualsiasi testata giornalistica).

Però, tra una riflessione su una tanica di benzina e una meditazione su un invito a “lasciar perdere”, trovo sia assolutamente arrivato il momento di riflettere in termini più ampi sul ruolo del giornalista sul territorio calabrese, nel senso dell’adeguatezza nello svolgimento della sua funzione sociale come pure del riconoscimento di questa da parte del consesso sociale; le impervie condizioni economico-contrattuali; il frequente sfruttamento (molto giustamente, si è denunciato al mondo lo sfruttamento di chi deve raccogliere le arance per ore e ore, magari per 15 euro al giorno; ma se un giornalista viene pagato qualche centesimo a riga, 15 euro non li vedrà neppure in una settimana, e non si tratta di nequizie particolari ma di banali calcoli algebrici); le difficilissime condizioni ambientali, anche oltre quelle turpemente ‘dettate’ dal crimine organizzato (se querelano il giornalista di un giornale milanese, romano o torinese probabilmente la testata gli sarà vicina moralmente, ma anche materialmente. In Calabria è così o no?).

Ecco, io… io spero in prime pagine che, presto, raccontino una Calabria evoluta anche socialmente, economicamente, in termini di maturità e consapevolezza di una società civile che non può considerarsi tale solo a giorni alterni: è una risorsa e, come tale, 365 giorni ha anche precisissimi doveri. E la libertà di stampa ha dei costi: di libertà personale e di serenità, certo, ma anche economici.

Nelle due pagine di oggi, un risvolto che offende particolarmente è il gesto del boss di turno nei confronti di Antonio Sisca, nell’agitargli davanti una somma di denaro in cambio del suo ipotetico silenzio: perché non rimanda solo alla tracotanza dei clan, ma a un profondissimo non-detto di tutti quanti sanno che significa scendere ogni giorno in trincea per pochi spiccioli, la penna (possibilmente, una biro mezza scassata) al posto dell’elmetto.

17 ottobre 2010

Via di qui. Così cantava, disperato, il ‘nostro’ Costabile che l’intera Calabria nemmeno sa chi sia

Filed under: vera poesia — mariomeliado @ 19:45
Tags: , , , , , , ,

…Ce ne andiamo/ con dieci centimetri/ di terra secca sotto le scarpe/ con mani dure con rabbia con niente(…)

Troppo/ troppo tempo/ a restarcene zitti/ quando bisognava parlare, basta (…)

Via/ dai Pretori/ dalla polizia/ dagli uomini d’onore./ Non chiamateci/ non richiamateci (…). Cancellateci dall’esattoria./ Dai municipi/ dai registri/ dai calamai/ della nascita

 

(Franco Costabile, il poeta con la “P” che la Calabria nemmeno sa d’aver avuto)

Pirillo, ovvero: Strasburgo, dolce far niente?

Senza (troppa) infamia e senza lode. Parrebbe di questa fatta, a confronto con quello degli altri europarlamentari del collegio Italia Meridionale, il contributo dell’unico calabrese-di-Strasburgo, l’ex assessore regionale all’Agricoltura Mario Pirillo (S&D).

La partecipazione del politico di Amantea alle votazioni del Parlamento europeo centra un di per sé ottimo 80,6%. Che va però contestualizzato in un alveo d’alto rispetto dell’istituzione continentale (a differenza di quanto fanno certi buscadòr a Montecitorio o a Palazzo Madama): così, anche essere presente a oltre 8 votazioni su 10 consente a Pirillo, su 16 parlamentari eletti nell’area Sud Italia, di piazzarsi a uno scialbo quintultimo posto.

Magra soddisfazione: risultare più assiduo a Strasburgo di quanto non si rivelino ex protagonisti di primissimo livello della Prima (e della Seconda!) Repubblica come Ciriaco De Mita (il più “bacchettabile” quanto a frequenza in aula) e Clemente Mastella.

Ma quanto dovrebbero “pesare”, incidere quantitativamente, gli atti istituzionali dell’unico europarlamentare “made in Calabria”?

Andando brutalmente per media-mediata, almeno 1/16 (e cioè, in termini percentuali, il 6,25%) del totale di quelli messi in campo dai colleghi di collegio… vediamo se è andata veramente così.

Per Mario Pirillo appena una tra mozioni e risoluzioni (ossia il 2% delle 49 dispiegate dai parlamentari europei eletti nel Mezzogiorno), 7 interrogazioni (su 357 dei 16 rappresentanti del Sud Italia a Strasburgo, in percentuale fa giusto l’1,96%) e 8 interventi in aula (appena il 2,6% dei 305 complessivi degli europarlamentari meridionali).

In definitiva, l’attività da europarlamentare dell’ex Loiero-boy, sotto il profilo quantitativo – lasceremo stare l’effettiva qualità e “incidenza” della sua azione, com’è naturale, assai più difficilmente misurabili… – si appalesa assolutamente insufficiente: circa 3 volte inferiore alla media attesa dei parlamentari europei espressione dell’Italia meridionale.

16 ottobre 2010

Lettera a Franco Fortugno, 5 anni dopo il suo assassinio

Caro Franco,

caro Franco Fortugno, ieri sera mentre pensavo a quel 16 ottobre 2005, a Palazzo Nieddu, a questi anni “senza verità” – come questo blogger ha avuto modo di definirli in altri contesti: e la sentenza di primo grado contro gli esecutori materiali e i “mandantini” del fatto di sangue, allocchi esclusi, nessuno potrebbe realisticamente dipingerla come Verità -, si consumavano le ulteriori tragedie e contraddizioni del “caso Sarah Scazzi“. Vicende lontane, per contesti geografici e umani. Che – maledettamente – hanno in comune solo il sangue dell’epilogo.

Vedi, Franco, proprio in queste ore l’escalation del crimine organizzato in Calabria sta portando all’arrivo dell’esercito. Cioè: di 75 militari che presidieranno alcuni punti caldi della città, in riva allo Stretto.

Ora, non c’è bisogno che io ti dica: a parte gli altri tre punti (10 uomini ciascuno, s’è calcolato), 40 uomini per una piazza d’armi come il Centro direzionale di Sant’Anna, l’area sulla quale insiste la gran parte degli uffici giuiziari (ma, se è per questo, anche degli uffici del Comune di Reggio Calabria), a parte banalità – vere, però – come turni, avvicendamenti etc. vuol dire, di fatto, quasi meno protezione di prima.

Eh sì, eh. Perché dentro il perimetro del Cedir (non “nelle vicinanze”, non “a 700 metri” come certi albergucci in certi squallidi opuscoli da tour operator: no no, dentro l’area, sotto quei pilastri) molti dimenticano che c’è già uno dei due “centri periferici” della Polizia di Stato nella città di Reggio, al di là della Questura; proprio la circostanza che ci vadano ogni mattina migliaia di persone (sai com’è, Franco… i processi… le esigenze di parlare con quel dirigente comunale o con quell’assessore, o semplicemente com’è capitato pure a me di dover mettere a posto la pratica per l’acquedotto…) fa in modo che, oltretutto, ci siano praticamente sempre almeno una-due pattuglie della Polizia municipale.

E dunque: se nonostante tutto questo carname di utenti e tutori della legge qualcuno s’è divertito ugualmente a piazzare un bazooka (monouso e già usato) ‘alla distanza giusta’, almeno in teoria, dall’ufficio del procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, dopotutto si fa fatica a credere che adesso diventerà invece impossibile un gesto della stessa tremenda, cupa efficacia mafiosa.

A proposito: mafiosa. Borghesia mafiosa.

Sai caro vicepresidente del Consiglio regionale che, a differenza di tanti “ducetti” di ieri e di oggi, non ha mai gonfiato il petto a sproposito per la sua (relativa) carica, il termine borghesia mafiosa è stato praticamente coniato quando sei stato ucciso, in un seggio di Locri delle primarie del Pd, mentre milioni di persone scrivevano che sì, per loro doveva essere Romano Prodi il candidato premier del centrosinistra (ed era, questa, un’esaltante novità assoluta). Ma non perché nessuno ne avesse mai scritto o parlato, no; perché da 5 anni a questa parte ormai anche macellai e operatori ecologici hanno sentito almeno una volta questa locuzione e spesso l’hanno pronunciata a propria volta, perché in questi lunghissimi anni – soprattutto – hanno parlato di borghesia mafiosa in particolar modo i prototipi della borghesia mafiosa!, quelli della tangente al bar (manonsidevedire), quelli dell’amico ‘ndranghetista frequentato in pizzeria o in discoteca (mafattiicavolituoichecampicentanni). Quei seri professionisti e politici e galantuomini che poi avevano regolarmente il favore giusto, o l’immobile in locazione dal Principe degli Usurai…

Ora basta, però. Se 5 anni dopo e con tante importantissime inchieste ormai attivate non s’è avuto non diciamo il destro di concludere un’indagine seria sul livello politico-affaristico-mafioso del tuo omicidio (che, come saprai, secondo serissimi investigatori doveva essere un mero micidiale avvertimento per qualcun altro…), è difficile pensare che questo possa avvenire; almeno, in tempi “umani”.

E’ per questo che questo blogger ritiene ci si debba concentrare sullo smontaggio del caleidoscopio politica-‘ndrangheta-società con particolare attenzione per il futuro. Un’operazione che non può certo essere lasciata alla sola magistratura. In altre parole: ricordarsi del tuo sangue, prima di tirar fuori i contanti per il “pizzo”. Ricordarsi del tuo sangue, prima di entrare in quel certo negozio. Ricordarsi del tuo sangue, prima di accettare il favore per vincere illegalmente quell’appalto. Ricordarsi del tuo sangue, prima di andare a cercare i voti, i soliti voti dai soliti amici degli amici.

Com’è stato ricordato in modo assai pertinente, è perché ci sono persone che colludono e che fanno affari sporchi, che poi ci sono quelli che pagano di persona e per tutti, magari con la vita. Come te.

5 ottobre 2010

Swap e ‘culo’

 <…Orsola, sarà stato un ‘colpo di

culo’, ma alla fine c’è andata

bene…!>

 

(il sindaco facente funzioni di  Reggio Calabria, Peppe Raffa, rivolgendosi alla dirigente del settore Finanze Orsola Fallara, nel commentare in pieno Consiglio comunale il provvisorio utile da lui quantificato in 2 milioni 798mila euro in relazione ai contestatissimi swap comunali)

Pagina successiva »

Blog su WordPress.com.