il Caffè di Meliadò

12 settembre 2014

La “nuova-vecchia” legge elettorale regionale lascia tutti con l’amaro in bocca

La “nuova” legge elettorale in realtà nasce vecchia. Decrepita.

Come già avevamo avuto occasione di scrivere, il punctum dolens sta nell’esser tornati indietro, in due punti-chiave: 1) il premio di maggioranza, ridotto dal 60 al preesistente 55% dei seggi per la coalizione vincente, ma soprattutto 2) la soglia di sbarramento, che per le liste inserite in qualche schieramento era ed è rimasta al 4% mentre è scesa vertiginosamente dal 15 all’8% per evitare i prevedibilissimi colpi della Corte costituzionale, dopo la fin troppo ovvia impugnazione da parte del Governo centrale. E basta.
Tutto questo ci precipita in una certa cupezza. Essere tra quanti “l’avevano detto” non migliora la sensazione.

Il centrodestra aveva infatti a disposizione un’occasione: quella di migliorare “realmente” la vecchia legge elettorale e – al contempo – farsi perdonare per aver fatto, a nostro avviso dolosamente, perdere ai calabresi tanti mesi utili per il rinnovo di un’Amministrazione regionale la cui ultra-attività in prorogatio è parsa una sorta d’accanimento terapeutico su un malato terminale tenuto in vita solo con le “macchine”.

In particolare, la cosa più squallida della consiliatura è stata l’aver sostenuto molti elementi di maggioranza che anche dopo le (sospiratissime…) dimissioni dell’ex presidente della Giunta regionale Peppe Scopelliti in sèguito alla nota condanna per il “processo Fallara” occorreva tener duro per fare qualcosa d’importante per i calabresi. Come se l’inerzia in segmenti-chiave della vita dell’Ente nei quattro lunghissimi anni precedenti non andasse contabilizzata in aadam
lcun modo, come se quel quadriennio nulla valesse (salve le indennità di consiglieri e assessori, naturalmente…).

…Invece, no. L’occasione di portare a casa una legge elettorale realmente degna di questo nome, come chiesto a gran voce dal piddino Nicola Adamo (foto a destra), è stata gettata alle ortiche, e sapete perché? Per un rigurgito di nobile “senso di responsabilità”… purtroppo, del tutto fuori tempo massimo.
Se senso di responsabilità ci fosse stato, mai e poi mai si sarebbe dovuta votare una legge elettorale rispetto alla quale tutti i giuristi interpellati hanno chiaramente fatto sapere, già prima del varo, che il governo Renzi non avrebbe avuto alternativa al ricorso alla Corte costituzionale rispetto a una soglia-monstre d’accesso al riparto-seggi come quella del 15 per cento. S’è preferito un “sì” strumentale per allungare l’agonia dell’Ente e, ormai, va perfino bene così.

Ma ora la possibilità di far qualcosa di meglio con la normativa elettorale
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#Regionali2014 – Le nomine, la surroga, lo scorno

S’è chiuso un paio d’ore fa il Consiglio regunoionale dedicato alla modifica della legge elettorale, varata a maggioranza e fra mille polemiche.

Il senso ultimo della battaglia d’aula è che mentre il centrosinistra compatto chiedeva di tornare esattamente alla normativa vigente prima della riforma del 3 giugno scorso, invece il centrodestra ha chiesto e “imposto” si mantenesse la piattaforma della legge elettorale riformata, per poi procedere soltanto (come da ordine del giorno) all’«adeguamento» del canovaccio legislativo ai rilievi formulati dai dipartimenti Interno e Affari regionali, scampando in questo modo ai probabilissimi – sicuri, diciamo – rigori di una sentenza della Corte costituzionale.

In mezzo all’articolatissimo dibattito sulla normativa elettorale, anche una sorta di “retroscena” che riguarda le nomine.

Questa disgraziata consiliatura regionale termina, infatti, anche con un profondo smacco per l’udiccino Franco Talarico. Il presidente dell’Assemblea è infatti l’unico, nelle ultime tre consiliature almeno, a non essere riuscito a condurre in porto le nomine di competenza del Consiglio regionale (tra i suoi pochissimi poteri, ormai, nell’epoca di Governatori prescelti a suffragio diretto…). E questo è certamente un portato da un lato dell’esasperato “trascinamento” di una consiliatura morta da mesi per via dell’esautoramento per via giudiziaria del presidente Peppe Scopelliti (condannato a 6 anni di carcere, in primo grado, per falso ideologico e abuso d’ufficio nel “processo Fallara”), ma dall’altro certamente anche della dialettica un po’ troppo marcata tra maggioranza e opposizione, con ben poche reali aperture alle istanze delle forze di minoranza da parte di chi a Palazzo Campanella aveva la forza dei numeri.

Il fatto è che da tre consiliature almeno (appunto) il nostro regionalismo malato non riesce neppure a incassare quello che, visto con gli occhiali del normalissimo cittadino-elettore, sarebbe un risultato piccino-piccino: che maggioranza e minoranza si mettano d’accordo quando c’è da sfornare le nomine per gli Enti subregionali.

E così, classicamente, decide qualcun altro; nel caso di specie, in surroga, il potere di nomina (fermo restando il rispetto delle prerogative “cencelliane” dell’opposizione) viene attribuito direttamente al presidente dell’Assemblea. Questo, soprattutto perché il busillis delle nomine, a fronte di centinaia di questuanti, di professionalità a dire il vero spesso latitanti…, molte volte diventava un rovello irrisolvibile malgrado dozzine di sedute in cui potersene occupare.

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8 settembre 2014

Calabria, tutta la legge elettorale …”furbata” per “furbata”. Ah: intanto si vota (…in Emilia, però)

…Ma non vi vergognate?

Quattro anni e mezzo dopo il febbraio 2010 in cui Peppe Scopelliti stracciò, alle urne, il Governatore uscente Agazio Loiero, la gran parte dei calabresi la pensa indubitabilmente così. E purtroppo, la pensa così perché in questo lustro il prestigio delle istituzioni è crollato come mai era accaduto nei quarant’anni precedenti. Né questo è accaduto per una ragione sola.

Il punto #1 concerne l’effetto-trascinamento, rispetto alla precedente consiliatura: dopo quello che i maggiori media nazionali avevano bollato come il “Consiglio regionale degli indagati”, appariva francamente impossibile far peggio sotto il profilo etico; ma ugualmente agli occhi degli italiani (e dei calabresi) l’Istituzione regionale era ormai marchiata come un simpatico incrocio tra la Cayenna, Gomorra e Sing-Sing senza sbarre.

…E invece, punto #2, la consiliatura del delitto Fortugno e dell’arresto di Mimmo Crea è stata praticamente surclassata in questa chiave: dall’arresto per corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose di Santi Zappalà (Pdl, condannato dapprima a 4 anni e in appello a 2 anni e 8 mesi per essere andato direttamente a casa del boss Peppe Pelle “Gambazza”, a chiedergli voti e supporto), all’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e altri gravi reati di Franco Morelli (Pdl, destinatario solo tre mesi fa di una condanna a 8 anni e 3 mesi in appello, cioè ridotta di un mese appena rispetto al verdetto per lui negativo sancito in prima istanza dalla Corte d’assise di Milano) poi più relative severe condanne, all’arresto per truffa e voto di scambio di Antonio UNO - 20130923Rappoccio (Pri / Insieme per la Calabria / Scopelliti Presidente: truffa e voto di scambio fra gli addebiti mossi all’ex consigliere repubblicano, protagonista pure di una surreale “reintegra” a Palazzo Campanella durata alcuni mesi, dopo la scarcerazione ma prima della misura cautelare del divieto di dimora e della conseguente seconda sospensione dalla carica), all’esplosione trasversale di una Rimborsòpoli tra le più disonorevoli di quelle emerse in tutt’Italia fino alla poco divertente conclusione anticipata della consiliatura per via della pesantissima condanna (in primo grado) dello stesso Presidente della Regione Scopelliti a ben 6 anni di reclusione per falso in atto pubblico e abuso d’ufficio nel cosiddetto “processo Fallara”.
E “abbuoneremo” tutte le inchieste aperte, non ultime quelle della magistratura contabile, nei confronti di politici (clamorosa quella per la quale è stato negato l’arresto del senatore alfaniano Piero Aiello, già assessore all’Urbanistica della giunta Scopelliti): risuonano ancòra potentissime le parole di Peppe Scopelliti all’auditorium “Calipari”, crude e immediate («No!, non ci siamo fottuti i soldi…») rispetto al terrificante naufragio del “modello Reggio” sotto una falla di 120 milioni di euro di “buco” (certificato) a Palazzo San Giorgio, nell’annunciare la propria candidatura alla Camera (mai avvenuta, a differenza di un’eurocandidatura risultata particolarmente infelice e bocciata dagli stessi elettori del Nuovo Centrodestra).

Punto #3: assai complicato pensare che la magistratura desse ragione al politico che sosteneva di non aver mai ordinato convivi per complessivi 52mila euro d’importo il cui svolgimento era stato materialmente richiesto da un suo strettissimo collaboratore. Invece, quantomeno rispetto al fronte cautelare (esecuzione del decreto ingiuntivo proposto dal ristoratore che si ritiene truffato…), il giudice civile ha dato ragione al politico in questione: che però, particolare non certo da poco rispetto al prestigio complessivo dell’Ente regionale, è addirittura il presidente dello stesso Consiglio regionale, Franco Talarico (big calabrese dell’Udc).

Certo però, il giudizio di merito sul “caso Talarico” arriverà solo nel 2015. E intanto un riverbero micidiale di pubblicità negativa per la Calabria, i calabresi e le Istituzioni locali è arrivato da chi – come le “Jene” Mediaset – ha fatto diventare le presunte “cene a scrocco” un caso nazionale di quelli che creano imbarazzo, difficoltà enormi, o meglio: sincera angoscia, in tutti coloro che credono che amministrazione della cosa pubblica sia innanzitutto etica e responsabilità delle proprie azioni. Tanto più che il “conto” globale lieviterebbe a 120mila euro.
E pensate solo a un aspetto: che tutto questo accade mentre è praticamente nel vivo la campagna elettorale per le Regionali 2014… immaginatevi la faccia che potranno fare i ristoratori d’ogni angolo della Calabria quando, magari dopo un comizio, si vedranno arrivare frotte di politici nel locale. Chi prenoterà più i locali? Chi pagherà? Quali saranno le garanzie in materia? Ogni singolo imprenditore vorrà precise rassicurazioni sul punto, temiamo!, dalla carta d’identità alla non-iscrizione alle centrali di rischio in caso di pagamento previsto con assegni…, visto che, per non averlo preteso, Salvatore Mazzei – sia stato o meno Franco Talarico ad aver voluto gli appuntamenti conviviali ai quali lui avrebbe ritenuto di prender parte come ospite – è sull’orlo del tracollo economico…

Il punto #4, tuttavia, è tra i più incredibili

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26 settembre 2013

“Caso Rappoccio”, l’ira di Chizzoniti contro i ‘tiepidi’ fra i magistrati: “Dal magma Giustizia a Reggio si uscirà solo con un pool d’ispettori”

Richiesta di ricusazione in capo ai magistrati che decisero la scarcerazione per Antonio Rappoccio. E ipotesi nei loro confronti d’aver violato la legge per “aiutare” l’ormai di nuovo “ex” cChizzoniti2onsigliere regionale. Su queste basi, s’è svolta nel pomeriggio di lunedì 24 settembre una conferenza stampa tenuta dall’appena reinsediatosi consigliere regionale Aurelio Chizzoniti, nell’aula “Levato” di Palazzo Campanella, quale ennesima tappa del “caso Rappoccio”.

L’ex presidente della Commissione consiliare di vigilanza ha voluto intanto porre una premessa: «Se qualcuno pensa che il mio ritorno in Consiglio regionale possa appagarmi e ridurmi al silenzio, si sbaglia di grosso... La mia è una battaglia di civiltà. Questo schifo che riguarda il processo Rappoccio – è stata la sua testuale esortazione – non contamini il resto della Giustizia!».

Ieri mattina, infatti, Chizzoniti ha poi depositato (per come annunciato poche ore prima) un esposto sul “caso Rappoccio” e intorno alle eventuali responsabilità del collegio che decise di scarcerare l’eletto di “Insieme per la Calabria” (lista per cui lo stesso Aurelio Chizzoniti, elettoralmente parlando, alle Regionali 2010 risultò invece primo dei non eletti nella circoscrizione provinciale reggina) rivolta al presidente della Corte d’appello di Reggio Giovanbattista Macrì, al procuratore distrettuale di CatanzaroVietti Vincenzo Lombardo, al procuratore generale presso la Corte di Cassazione Gianfranco Ciani, al vicepresidente del Csm Michele Vietti (vedi foto a destra), al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri e, per conoscenza, al procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, all’avvocato generale presso la stessa Corte d’appello reggina Antonio Scuderi, al presidente del Tribunale di Reggio Luciano Gerardis, ai vertici dell’Anm (l’Associazione nazionale magistrati, che è poi il “sindacato dei giudici”, per dire così, a differenza del Consiglio superiore della magistratura che è l’organo d’autogoverno dei giudici istituzionalmente deputato anche a irrogare loro eventuali sanzioni).

«Io sto ricusando il presidente del collegio che decise la scarcerazione di Rappoccio, Andrea Esposito, e gli altri due giudici che componevano tale organismo», cioè Luigi Varrecchione e Matteo Fiorentini, ha spiegato Chizzoniti in conferenza stampa, al contempo configurando nei loro confronti un’ipotesi di reato d’abuso e favoreggiamento reale a vantaggio di Rappoccio. E ha precisato, il consigliere regionale, di sperare che siano i magistrati interessati a «fare spontaneamente un passo indietro».

Com’è ovvio, l’ex presidente della Commissione regionale di Vigilanza ha condotto una sorta di cronistoria, per quanto avvenuto in precedenza rispetto alla tortuosa vicenda. E poi l’ulteriore gesto:

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24 settembre 2013

Animi “in fiamme” a Palazzo Campanella

La seduta consiliare di ieri a Palazzo Campanella s’è aperta e chiusa all’insegna di due distinti scontri verbali alquanto accesi e pregni di qualche significato.

Prima UNOOOOOOOOOOOOOOoccasione, in pieni “preliminari” di sessione d’aula: le due surroghe con cui l’Assemblea di ieri s’è aperta. L’ex segretario vibonese dell’Udc e vicesindaco di Vibo Valentia Salvatore Bulzomì (nella foto a sinistra, festeggiato al formale insediamento dal consigliere lametino del Pdl Mario Magno e dal collega di partito Gianluca Gallo) ha avvicendato l’ex assessore regionale al Lavoro Francescantonio Stillitani, da poco polemicamente dimessosi anche da consigliere regionale per la pretesa inutilità dell’incarico e la vacuità – sempre per Stillitani – delle politiche possibili in seno all’istituzione regionale. E anche l’ex assessore regionale ai Trasporti Aurelio Chizzoniti, primo dei non eletti per la lista “Insieme per la Calabria”, è tornato sugli scranni di Palazzo Campanella per via della nuova misura cautelare (divieto di soggiorno sul territorio regionale) disposto nelle scorse settimane su input della Procura distrettuale di Reggio Calabria ai danni di Antonio Rappoccio (che, dunque, tornato in sella neanche ha fatto in tempo a dimettersi come aveva prima annunciato e poi semi-smentito).

Giusto la surroga (temporanea) di Chizzoniti rispetto a Rappoccio, però, è stata scaturigine di un momento di tensione: il già presidente del Consiglio comunale, appena rientrato tra i banchi che l’hanno visto anche presidente della Commissione consiliare di Vigilianza, ha chiesto al presidente dell’Assemblea Franco Talarico di poter parlare a margine del suo reinsediamento in Consiglio.  Talarico però gli ha negato l’intervento: «La prassi dchiz2el Consiglio regionale non lo prevede. Altri consiglieri, debuttando in aula, avrebbero voluto dire qualche parola d’esordio ma non l’hanno potuto fare proprio per questo motivo: neanche lei, la volta scorsa, l’ha fatto».

Questa volta, però, Aurelio Chizzoniti (vedi foto) avrebbe voluto parlare “a tutti i costi”, perché di mezzo c’era la ritenuta scorrettezza nei comportamenti di una parte della magistratura reggina nel controverso “caso Rappoccio”. «Esiste uno “scandalo Giustizia”: io vorrei dirlo ora e qui – è sbottato l’avvocato reggino, rivolgendosi allo stesso Talarico –, se lei non me lo consente lo dirò domani in conferenza stampa, e mi parrebbe meno corretto». Ma il politically correct durava davvero pochi secondi: «Siamo a un passo dalla dittatura, se si perquisiscono le redazioni dei giornali (evidente il tacito riferimento a quanto accaduto alla redazione reggina dell’Ora della Calabria, ndb) e s’impedisce ai consiglieri regionali d’intervenire! Le storture della Giustizia in questa città – ha protestato con veemenza, urlando, l’ex presidente della Vigilanza –. Scarcerare le persone perché hanno o meno l’uso di una segreteria politica è una porcheria, e io lo devo denunciare in questa sede».  Lamentele cui il presidente Talarico, a quel punto, s’è limitato a replicare facendo cenno alle possibili tutele giuridiche in capo a Chizzoniti «per poter eccepire ogni errato comportamento sul fronte delle regole».

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9 luglio 2012

Soppressione dei Tribunali, dalla Calabria inferocita un grido: “Staccate la spina a questo Governo d’incompetenti”

La diagnosi è chiara: turbe psicoeconomicosociali. Altrimenti, “vista dal basso”, non potrebbe assolutamente spiegarsi, fra le mille contraddizioni di queste riforme in pectore globalmente votate alla spending review…, la scelta del governo Monti di reperire 50 milioni tagliando fra gli altri un Tribunale – quello di Castrovillari, importante centro del Cosentino – in cui lo Stato, proprio a causa delle sue dimensioni e rilevanza nevralgiche, ha finanziato solo da poco tempo con 14 milioni di euro la costruzione di un secondo Palazzo di giustizia da 17mila metri quadri, ormai in consegna…

Certo, il consigliere comunale castrovillarese Eugenio Salerno ha un bel gridare, nell’aula del Consiglio regionale: la realtà è che i soldi sono finiti da un pezzo. Lo sa bene il Presidente della Giunta regionale Peppe Scopelliti, che assiste un po’ imbarazzato a una riunione straordinaria dell’Assemblea che sa un po’ di giuramento-della-Pallacorda, e nel suo stesso intervento ammette e rilancia il gravissimo vulnus inferto al territorio calabrese e agli stessi utenti del Sistema Giustizia in una regione che ne avrebbe così tanto bisogno.

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30 ottobre 2010

Il 28 novembre, in tutt’Italia, si vota solo a Rosarno. Dopo lo scioglimento per mafia, però, niente simbolo dell’Udc

Lamezia Terme (Catanzaro). “Fumata nera” per l’Unione di centro, ieri, all’ “Hotel T” di Lamezia Terme.

Era attesa in giornata la nomina dei commissari (e dei presidenti) nelle 5 province calabresi da parte del coordinamento, composto dal neocommissario regionale (e sindaco di Acri, nel Cosentino) Gino Trematerra (vedi foto) e dalla presidente dello scudocrociato Marisa Fagà, dai due deputati Mario Tassone e Roberto Occhiuto e dalla senatrice Dorina Bianchi, dai consiglieri regionali casiniani Alfonso Dattolo, Gianluca Gallo, Francescantonio Stillitani (che è anche assessore al Lavoro), Franco Talarico (presidente del Consiglio regionale in carica e fino a pochi giorni fa segretario calabrese dell’Udc), Michele Trematerra (pure assessore alle Politiche agricole) e Pasquale Tripodi (capogruppo a Palazzo Campanella) e dal coordinatore regionale dei giovani del partito, il rosarnese Peppe Idà.

Invece, l’organismo di coordinamento ha fissato esclusivamente i criteri da adottare. In particolare, com’è stato fatto in tutt’Italia e secondo l’indicazione, del resto, seguita pure nella composizione dell’organo commissariale su scala regionale, anche nelle varie province calabresi accanto alla figura “operativa” del commissario sarà nominato un presidente, figura più spiccatamente “di rappresentanza” e che però consentirà – fra l’altro – di avere una proiezione più ampia, negli organismi di raccordo col territorio, delle varie “anime” del partito.

A Reggio, per dire, si dà per scontato che il commissario sarà espresso dal gruppo che fa capo all’ex assessore Tripodi, ma per la figura del presidente si attingerà quasi certamente ad altre aree (magari quella che fa riferimento all’ex segretario provinciale Franco Candia o al sindaco di Gioiosa Jonica Mario Mazza).

Le criticità più severe riguardano però alcune altre province: su tutte Cosenza (dove il gruppo dei Trematerra “padre e figlio” è assai significativo, ma dovrebbe lasciare spazio agli Occhiuto-boys anziché “maramaldeggiare”, visto che ha già ottenuto la leadership regionale quantomeno fino alle prossime Amministrative) e Catanzaro, dove il vicesegretario nazionale dell’Unione di centro Mario Tassone ha tutta l’intenzione di piazzare dei sicuri “paletti” organizzativi ma dovrà certo scontrarsi con l’ovvia ambizione di Franco Talarico – anche quale segretario regionale uscente – d’incidere in profondità sugli assetti udiccini, e non solo nella provincia di propria estrazione territoriale.

Stabiliti comunque i criteri, per i nomi occorrerà attendere una settimanella: venerdì prossimo dovrebbe arrivare il “disco verde”.

All’ “Hotel T” invece – a quanto pare, in recepimento di precise direttive nazionali – si è entrati nel merito di una rilevante, imminente occasione elettorale: le Comunali che si terranno il 28 e 29 novembre a Rosarno (unico comune calabrese e dell’intero Paese al voto fra un mese, dopo il doloroso scioglimento dell’Ente locale per infiltrazioni mafiose).
Le laceranti spaccature locali all’interno dei centristi – ma, in realtà, anche questioni legate alle delicatissime peculiarità non solo elettorali di questo importante angolo della Piana – hanno “suggerito” a Gino Trematerra & C. di confermare l’inopportunità di schierare lo scudocrociato.

Adesso, è certo: l’Udc “ufficiale”, a Rosarno – dove, per inciso, il commissario cittadino è il fin qui vicesegretario provinciale del partito Mario Versaci –, non allestirà una lista propria. Le liste “d’ispirazione casiniana” (…ma con orientamenti assai differenti tra loro…) dovrebbero invece essere due “civiche”: con ogni probabilità, Nuovi Orizzonti e Rosarno Futura le rispettive denominazioni.

Nei giorni scorsi, accese erano state le polemiche; e non solo sul versante politico (per l’annuncio da parte degli udiccini vicini al consigliere provinciale Gaetano Rao (vedi foto) di appoggiare la candidatura a sindaco del giovane avvocato Raimondo Paparatti, della parte appoggiata dai Tripodi-boys di stringere un patto per la riproposizione dell’ex primo cittadino Gianfranco Saccomanno e in tutti i casi per la mancata candidatura del giovane Idà).

Veemente era stato infatti lo scontro proprio tra Idà e Mallamaci, al quale il responsabile regionale dei giovani udc aveva rinfacciato di essere contro i clan, ma poi di accondiscendere alla chiusura di patti in “segrete stanze” non meglio specificate. <Se Peppe Idà è a conoscenza di gravi situazioni, deve denunciare tutto alla magistratura>, aveva replicato seccamente Paolo Mallamaci.

Ma che gli equilibri fra le “anime” centriste siano arroventati, e non certo solamente a Rosarno, resta un dato di fatto.

5 maggio 2010

Dardi avvelenati nel Pd

Il segretario calabrese dell’Udc Franco Talarico è appena stato eletto presidente del Consiglio regionale coi voti della maggioranza di centrodestra (più due dell’opposizione non meglio precisati, per la verità…). Insieme al politico lametino, eletti i vicepresidenti dell’Assemblea Sandro Nicolò (Pdl) e Pierino Amato (Pd) e i consiglieri-questori Gianni Nucera (Pdl) e Francesco Sulla (Pd).

La giornata però rimarrà impressa nell’agenda della politica più che altro per la frattura tremenda – francamente nell’aria già da molto tempo, ma in queste ore ‘finalmente’ formalizzata – all’interno del Partito democratico: i gruppi consiliari d’area, a Palazzo Campanella, saranno non uno ma due, quello ‘ufficiale’ piddino e quello di Autonomia e Diritti.

Quest’ultima scelta si rivela – almeno agli occhi dei neofiti della politica… – per più versi criptica: i “loieriani” (sono i 4 eletti della lista-bandiera che sorse attorno, per volontà e su impulso del presidente uscente Agazio Loiero) decidono infatti di adottare un comportamento del tutto differente da quello, almeno pubblicamente, adottato dal loro stesso (ex?) conducatòr.

La linea è: ci piacerebbe poter stare dentro un gruppo unico del Pd, ma “non possiamo” per “rispetto” dei 75mila calabresi che hanno votato Autonomia e Diritti anziché Pd, un <simbolo neutro>, consegnando all’Assemblea ben 4 consiglieri regionali. E aggiunge Ottavio Bruni (già fedelissimo di Loiero da Presidente della Provincia di Vibo Valentia; nel Pdm; quale parlamentare ‘in pectore’ salvo poi non essere candidato per la ‘fronda’ antiloieriana, infine quale capogabinetto del Governatore uscente negli ultimi mesi della consiliatura precedente…): <La vera amarezza per me sarebbe non poter più condividere scelte e percorsi con Loiero… Speriamo di poter percorrere insieme un altro tratto di strada: ma questo dipende da lui, non da me>.

Dire che frasi del genere preludono a un allontanamento dal Partito democratico alla velocità della luce è ancora poco. Gli scismi sono dietro l’angolo… e la cosa più incredibile è che – a dispetto d’incavolature ‘di facciata’ – che l’ex ministro in realtà ne sia artefice o almeno fomentatore è più che un sospetto. Resta un dato, sottolineato con grande tristezza giusto 48 ore dall’ex vice di Loiero in Giunta regionale, Nicola Adamo: a tutt’oggi, l’errore vero (al di là della nettissima sconfitta elettorale) per il Pd pare l’aver accettato che alla platea di cittadini-elettori fossero presentati, in quota piddina, anche altri simboli (c’è chi, nel conto, piazza anche la ‘professorale’ Slega la Calabria) sapendo molto molto bene quale fosse il rischio finale. Puntualmente diventato realtà, anzi: politica tribale.

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