il Caffè di Meliadò

15 gennaio 2011

Schifani fa “lezione di legalità” in Calabria. E da buon pidiellino, siciliano e presidente del Senato, Zappalà non sa chi sia

Filed under: a Roma dicono che...,in Calabria,spigolature — mariomeliado @ 06:00

«Credo si sia raggiunto un equilibrio tra l’esigenza della giurisdizione e quella di tutelare il diritto di difesa nei confronti di chi governa il Paese». Con queste parole sul “tema del giorno”, la pronuncia della Corte costituzionale sul “legittimo impedimento”, s’è aperto oggi il briefing con la stampa del presidente del Senato Renato Schifani, subito dopo l’incontro coi magistrati nella sede della Corte d’appello, ultima tappa del suo lungo giorno a Reggio Calabria.

E non poteva mancare un qualche riferimento all’avviso di garanzia che la Procura di Milano (s’è saputo proprio in queste ore) ha fatto recapitare giusto al premier per concussione e prostituzione minorile, nell’àmbito del famigerato “caso Ruby”… «L’ho appreso, come voi, due ore fa e… non ho niente da commentare», ha tagliato corto Schifani.

Il politico palermitano, ex notabile della Dc sicula, in riva allo Stretto però c’è venuto anche per un motivo preciso: ribadire l’allerta dello Stato e la sua (anche personale) vicinanza ai magistrati reggini, sotto tiro quasi ininterrottamente dal gennaio 2010. «Io penso che questi magistrati stiano facendo un grandissimo lavoro contro la ‘ndrangheta per sconfiggerla e ritengo che la lotta al crimine organizzato, anche in Calabria, passi dalla riaffermazione della legalità e del lavoro. E mai come in questo momento, magistratura e forze dell’ordine non possono che sentire non solo il mantenimento delle risorse finanziarie fino a oggi stabilite, ma un incremento – ha rilevato il presidente del Senato, nei fatti facendo intuire che anche il Governo centrale è pronto a disvelare ulteriori mosse nella medesima direzione – di tutti gli strumenti e i mezzi indispensabili affinché i magistrati possano lavorare bene ed essere dotati di un’efficienza amministrativa degna di questo nome. Credo che, nella lotta per la legalità, ogni risorsa in più vada considerata un contributo utile nella direzione della crescita complessiva del Paese».

 …Resta un dato: l’imperturbabilità dell’inquilino di Palazzo Madama di fronte all’operazione “Reale 3” della Direzione distrettuale antimafia, che ha nei fatti – con l’arresto del consigliere e presidente della Sesta commissione “Affari comunitari” della Regione Calabria Santi Zappalà: qui nella foto col presidente della Regione Peppe Scopelliti – schiantato un pezzo rilevantissimo del suo partito, il Popolo della libertà, in Calabria. «Sinceramente, è un fatto che conosco poco… se è stato sottoposto a indagine, se è stato arrestato… sarà la magistratura a fare il suo corso», s’è limitato a liquidare la faccenda il presidente del Senato. Che pure, da buon siciliano, di vicende annose e torbide che vedrebbero intrecciate a doppio nodo politica e crimine organizzato già ne ha dovute sentire parecchie.

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Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (4)

(segue)

La sensazione è più o meno questa. Che, cioè, si tenti di accreditare un’alleanza differente e con più chances di vittoria (tipico il caso dell’allargamento all’Udc, ma in caso pure ai “terzisti” dell’asse Fli-Api-Mpa) pensando che questo dato sia da anteporre a tutto… anche a una valutazione sull’effettivo operato del sindaco o presidente di Provincia uscente.

A proposito: ultima considerazione. Se un eletto non viene riproposto dalla “sua” coalizione, questo fattore va considerato o meno una “bocciatura” da parte del suo partito e/o da parte di quelli alleati?

Be’, secondo noi sì.

Basterebbe una serena ma chiara valutazione per dirimere ogni dubbio. E andare alle urne con una consapevolezza diversa: in partenza, con la consapevolezza che neanche gli elettori, ma direttamente la tua coalizione potrà magari “cacciarti” se a suo insindacabile giudizio (non sindacabile neppure da parte degli elettori, evidentemente) avrai governato male durante il tuo primo mandato.

Resta un forte punto interrogativo su un aspetto, però.

Fino a che punto un eletto a suffragio diretto (profilo nodale) possa essere non riproposto, cioè “bocciato” in base a un giudizio che sia di altri e non del corpo elettorale che a suffragio diretto ha scelto “proprio lui” (o lei).

(4 – fine)

10 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (3)

(segue)

…ma eccoci nel cuore di questa seconda questione. Quali sono, queste cose più importanti per il Pd o, comunque, per un partito che a dare una parola decisiva agli elettori preferisca revocare fiducia al “suo” eletto?

Una risposta potrebbe essere: il pluralismo.

Però manifestamente non è così!, visto che i Democratici negano all’atto pratico in moltissimi casi quelle primarie che pure, erano chiaramente il loro “mito fondativo”, come qualcuno ha giustamente scritto. A maggior ragione, nel momento in cui non solo rigettano la loro idea-Dna di primarie di partito, ma rifiutano perfino la sintesi garantita da primarie di coalizione: e qui basterà evocare il nome di Vendola (o di Pisapia, più di recente) per capire il perché.

Allora, forse, la cosa più importante è la coerenza politico-programmatica… Ma anche quest’assunto è più che fasullo. Anzi: diciamo che la volubilità di alleanze e programmi è tale (a tal punto da proporre alleanze e programmi differenti magari con identica squadra di governo!), da renderlo del tutto improponibile.

Forse, in fondo, la cosa ritenuta più importante è vincere le elezioni.

Uno psicodramma vecchio quanto il mondo: a che serve vincere, se poi non si è in grado di governare? Anzi: a che serve vincere, se poi non si è in grado di governare bene? Ma, d’altro canto: a che serve elaborare il miglior programma, le migliori alleanze, la miglior squadra di governo possibili, se poi non si vince e tutto questo bel pensare va in fumo?

Però, il punto adesso è questo: se parliamo di un primo mandato va benissimo tutto. Dove una prioritizzazione convince meno, è l’ipotesi di ricandidare o non ricandidare un amministratore uscente.

Decliniamo l’ipotesi in concreto.

Perugini non è un primo cittadino “qualunque”: è il sindaco di una Cosenza “rossa” ormai a senso alterno (micidiale lo schianto destrorso alle ultime Regionali). E’ l’emblema negativo di come si possa essere percepiti come pessimi amministratori anche quando il tessuto ti favorisce in maniera spudorata (Salvatore Perugini è stato in questi anni instancabilmente in fondo alle classifiche di gradimento dei sindaci italiani, mentre negli stessi anni il presidente della Provincia della “sua” Cosenza, Mario Oliverio, “svettava” ai primissimi posti per gradimento: un ossimoro poco simpatico per chi, dei due, portava la fascia tricolore). Cosa da non trascurare, il centrosinistra ha – almeno apparentemente – ritenuto che il suo fosse un buon governo, a tal punto da consegnargli le chiavi dell’Anci calabrese.

E’ chiaro, il messaggio, no? Su 409 Comuni calabresi, molti dei quali governati dal centrosinistra, per quella coalizione almeno la best practice dell’amministrare negli Enti locali andava ravvisata nella giunta Perugini, a tal punto da indicare nel sindaco di Cosenza il presidente regionale dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani. La domanda a questo punto è: il partito, per caso, ha ritenuto di prendere per i fondelli – e per diversi anni – elettori, iscritti e dirigenza dell’Anci?

In alternativa: le più o meno alte prospettive di vittoria possono essere sufficienti a “scaricare” un eletto che ha governato bene (ammesso che le cose stiano così)?

(3 – continua)

9 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (2)

(segue)

Nel 2010, quand’era ormai digerito il dato che l’Udc avrebbe supportato la “corazzata”-Scopelliti e che non sarebbe stato il centrista Roberto Occhiuto ma lo stesso Loiero il candidato-Presidente del centrosinistra, si volle a tutti i costi (perfino con una becera finzione, dopo il sostanziale accordo di Caposuvero) proteggere il teorico pluralismo del Pd attraverso le note finte-primarie vinte proprio da Agazio Loiero su Peppe Bova e Brunello Censore (Doris Lo Moro s’era ormai ritirata). Ci fossero state primarie “di coalizione”, il Governatore uscente avrebbe senz’altro dovuto fronteggiare ulteriori rivali per la nomination relativa al centrosinistra.

Il primo quesito fu: ma è giusto?

Noi, sul punto, ripetemmo quel che andiamo dicendo da anni e anni: benissimo il rispetto del cittadino-elettore, ma proprio per questo motivo l’uscente dev’essere assolutamente e sempre ricandidato dalla coalizione che riuscì a farlo eleggere. Perché in forza del principio di responsabilità politica, se l’elettore è contento del suo operato lo rivota; se ne è scontento, lo manda a casa. Un giudizio doveroso, semplice, chiaro.

Invece, se la coalizione ha malgovernato (…anche con l’elezione diretta, le responsabilità non sono e non saranno mai di una persona sola…), con l’espediente di “cambiare cavallo” magari perde lo stesso, però sfugge (e l’uscente con lei) a una precisissima valutazione di merito. E può, così, bellamente attribuire la responsabilità della sconfitta al fatto d’aver cambiato, allo spiazzamento degli elettori, alla minor esperienza del “nuovo” candidato etc. etc.

Ma il Pd ha appena deciso che non ricandiderà diversi uscenti: il punto primo, dunque, è superato.

Evidentemente, per il Partito democratico non è molto importante che siano i cittadini a giudicare se un suo eletto ha governato bene oppure no. Ovvero, per il Pd ci sono cose più importanti.

(2 – continua)

8 gennaio 2011

Il “caso Perugini”. Un paradigma per un’intera coalizione e un’intera classe dirigente (1)

Filed under: centrosinistra,in Calabria — mariomeliado @ 18:33

Il Partito democratico cosentino ha deciso: “fuori” Umberto Bernaudo (sindaco di Rende), altri amministratori locali e soprattutto out il primo cittadino di Cosenza Salvatore Perugini.
Un “dettaglio” che adesso sviscera una questione antica, della quale questo blogger tra l’altro s’è occupato a lungo: la “cassabilità” degli eletti uscenti.

Di che stiamo parlando, esattamente?

Tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, si pose il problema (ad esempio) di Agazio Loiero: ex ministro, nel 2004 s’era guadagnato addirittura con le (più che discusse, in verità) Primarie di Lamezia Terme i galloni di candidato-Presidente del centrosinistra e poi era effettivamente stato eletto Governatore.
Cinque anni dopo, per molteplici ragioni qui lunghe da trattare, i sondaggi e l’animal instinct degli esperti di flussi elettorali dicevano una cosa sola, semplice semplice: se il centrosinistra corre con Loiero ricandidato, sarà senz’altro sconfitto. E di brutto.

Quello fu il motivo principe per il quale vari “big” della coalizione (su tutti, l’allora presidente del Consiglio regionale Peppe Bova) fecero “la qualunque”, pur di tentare d’avvicendare Loiero con qualche altro “cavallo”, possibilmente previo allargamento di uno schieramento che tutti davano per perdente.
Esito: la coalizione rimase relativamente angusta, il Governatore uscente fu ricandidato, il centrosinistra si schiantò al suolo come un piccolo abete tagliato alla base da una potentissima sega elettrica. In altre parole: umori e sondaggi avevano avuto ragione.

Adesso, per le Amministrative 2011, sono in ballo “come minimo” Comuni-chiave come Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria (in realtà ce ne sono anche altri non meno importanti, sono in ballo Provinciali assai significative ed è tutt’altro che escluso che si possa andare pure a Politiche anticipate). Vari uscenti, però, lasciano a desiderare quanto a “umori della cittadinanza” e a effettive probabilità di rielezione.

Il quesito, a questo punto, è uno solo: che fare?

(1 – continua)

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