il Caffè di Meliadò

18 Mag 2012

Facebook in Borsa, cioè: la realtà virtuale vale un sacco di soldi (reali)

Ha raccolto 12,6 miliardi di euro (16 miliardi di dollari) sul mercato ed è pronto a debuttare in Borsa. Accadrà a minuti.

Parliamo di Facebook, uno dei fenomeni planetari più eclatanti di ogni tempo e largamente il social network più famoso e popolare: il suo fondatore Mark Zuckerberg (foto) sarà molto molto felice di questo lancio nel Pianeta Delle Azioni.

Wall Street ha già trovato il “posto” giusto per la quotazione-debutto: ovviamente il Nasdaq, il listino dei “tecnologici”. Con un prezzo unitario di 38 dollari ad azione, il capitale di Fb verrebbe dato a 104 miliardi di dollari, cioè 82 miliardi di euro; in questo modo, la megaholding delle “amicizie virtuali” verrebbe travolta da una valanga di denaro (reale), vedendosi quantificare il proprio valore cento volte oltre gli utili effettivi; ma in queste ultime ore non manca chi ritiene che possa essere quotato a 40, fors’anche 50 dollari ad azione, in questo modo andando pure ben oltre questa già pazzesca “bolla” (che, lamentano i critici, sconterà poi una difficile monetizzazione del valore teorico, visto soprattutto che il traffico indirizzato a Facebook inevitabilmente sta virando da workstation tradizionali e laptop verso telefonini e tablet; periferiche su cui la pubblicità è meno appetibile).

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10 Mag 2012

Come cambierà l’editoria. Almeno, quanto al debito pubblico

“Un vincolo al Governo nel riordinare le misure di sostegno all’editoria, improntato alla selezione delle categorie dei possibili beneficiari, individuando forme di intervento per l’innovazione, lo start-up e la multimedialità, con l’obietttivo di modernizzare e sviluppare il settore, contenendo il peso degli oneri gravanti sulla finanza pubblica”: dovrebbe essere questo l’obiettivo dello schema di decreto legislativo sulla delega al governo per il riordino dei contributi alle imprese editrici, scrive l’agenzia di stampa Il Velino.

In particolare, le provvidenze dovrebbero risultare “strettamente correlate alle risorse annualmente disponibili” e il contributo non dovrebbe comunque “eccedere il fatturato dell’impresa beneficiaria”. 

Nel giro di un semestre, verrebbe così emanato nel novero dei provvedimenti per favorire la crescita (insieme con rigore ed equità uno dei 3 obiettivi-cardine del governo Monti), “su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i ministri interessati, uno o più decreti legislativi aventi ad oggetto lo sviluppo del mercato editoriale e la definizione di nuove forme di sostegno in favore del settore”.

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11 novembre 2010

Il “vento del Sud”….. lava più bianco?

…Come dar  torto a Piero Sansonetti?

Nell’arco di pochissimi giorni, il direttore di “Calabria Ora” ha snocciolato due questioni profondamente intrise di buonsenso. E che però nascondono anche alcuni nodi antichi e – ad avviso di questo blogger – del tutto irrisolti.

Intanto, la querelle #1: ma alla fine della fiera, i calabresi sono mafiosi o sono ‘semplicemente’ disoccupati?

Ora, è noto fin dai tempi del ‘cucco’ che la carenza endemica d’occupazione non è un incentivo a vivere una vita irreprensibile; questo, peraltro, vale a Reggio Calabria quanto a Belluno o nel Bhopal.

Rimane una considerazione di fondo validissima lo sguardo alle tremende classifiche della non-occupazione e dell’inoccupazione: in Calabria siamo leader continentali (modestamente). Ma… nel momento in cui la Calabria ospita e fa germogliare – a dispetto dei mille sforzi degli ‘onesti’ – il crimine organizzato più violento e ammanigliato del pianeta, come si fa a dire, apoditticamente, che i calabresi “non sono mafiosi”?

E’ una bella frase, che ristora lo spirito e ci ricorda le tantissime cose belle che abbiamo e che siamo. Ma c’è anche un po’ di velleitarismo: non può essere “il dato essenziale” il fatto che il popolo calabrese non sia “un popolo d’illegali, di banditi” ma bensì “un popolo di poveri, di senzalavoro”.

Voglio dire: bisogna trovare la forza di dire che non per forza uno che non mangia, delinque.

Bisogna trovare la forza di dire che l’illegalità e la mafiosità sono scelte assurde, vergognose, da condannare “senza se e senza ma” e soprattutto sempre, anche se non hai il pane. Perché oggi non siamo nel Medioevo e le alternative legali non mancano, anche in termini di welfare; non una passeggiata di salute!, ma ci sono.

E bisogna trovare la forza di dire, mi spiace ma è fondamentale dirselo, che se la ‘ndrangheta in Calabria è diventata potentissima, al punto da diventare mafia-da-export, è soprattutto per colpa di chi in questa regione ci abita, ci opera, ci fa politica, ci lavora, ci fa figli e per decenni non ha ritenuto una priorità cancellare l’odioso ricatto del “pizzo”, il vergognoso quanto meticoloso controllo del territorio da parte dei “picciotti” etc.

Dunque non c’è davvero bisogno di giustificazionismi non richiesti e anacronistici. I calabresi non sono ‘semplicemente’ disoccupati, il punto vero ci sembra questo:  sono disoccupati e, pro-quota, purtroppo anche mafiosi. E noi lo sappiamo. E – soprattutto – lo sanno anche tutti gli altri.

Punto #2: impensabile che il Governo possa stanziare 20 milioni di euro per l’intero Paese a fronte di una gravissima ondata di maltempo (com’ è stato acutamente sottolineato in queste ore, neppure in Paesi “a federalismo estremista” come gli Usa dove, per dire, alcuni Stati hanno abolito la pena di morte e parecchi la mantengono in vigore applicandola con una certa regolarità, ci si sogna di dire che le calamità naturali le deve fronteggiar e da sé un singolo Stato: quando affondò New Orleans con mezza Louisiana, il corpaccione centrale degli Stati Uniti intervenne a suon di dollaroni), inascoltabile che il Governo possa stanziarne solo 20 se l’Associazione banche italiane decide di stanziarne 700 (!!!), brutale che l’Abi possa anche solo pensare di stanziare tutt’e 700 per gli alluvionati del Veneto “dimenticando” di netto i casini immani che ci sono stati in Calabria, il morto che pure s’è registrato, i tanti paesi della Piana di Gioia Tauro mezzi spazzati via dalla furia degli elementi…

Detto questo, l’istigazione alla “disobbedienza fiscale” lanciata proprio in queste ore dal “komunista” Sansonetti da un lato ci sembra offrire il destro a future, pericolosissime emulazioni (oggi non pago le tasse perché tu m’hai ignorato in un’emergenza, domani non le pago perché non hai riformato la legge elettorale, dopodomani non le pago perché hai dato pochi soldi a Roma Capitale o perché hai sabotato quanto a uomini e mezzi le Città metropolitane)…

E allora, varrà la pena di fare mezzo passo indietro. La rivolta fiscale più celebre della Storia, infatti, è a nostro avviso quella su cui poggia l’indipendentismo americano: no taxation without representation, dicevano molto correttamente George Washington & C. rispetto a una madrepatria inglese che voleva “spennarli” a furia di tassa sul the & C., ma non concedeva loro alcuna deputazione. Ma qui in Calabria è esattamente l’inverso…. non c’è spazio per una rivendicazione “circa” la deputazione, ma “contro” la deputazione sì!

A cosa servono, quanto contano deputati e senatori calabresi d’ogni estrazione politica se non trovano il minimo fegato di ribellarsi di fronte all’aberrazione che la Calabria viene cancellata d’amblè dall’elenco (striminzito: i territori sono solo 2) delle regioni maciullate dai nubifragi di questi giorni? Forse non serve non pagare le tasse, forse c’è un malinteso su quel che può e dev’essere un ipotetico nuovo “vento del Sud”: il Southern Wind che ci serve è quello che ricorda a chi rappresenta la Calabria a Roma che deve battere i pugni sul tavolo, tanto più forte visto che siamo per mille e mille cose la Cenerentola tradita del Paese. Ma non bastano più soldi senza progettualità, non basta la progettualità senza operatività, non basta l’operatività senza coerenza e rigore morale…. Ci serve una classe dirigente realmente nuova, non tanto (o comunque: non solo) dal punto di vista anagrafico, quanto dal punto di vista dell’integrazione effettiva con le logiche della modernità, del paneuropeismo, del ‘glocal market’. In tutto questo, pensare di fare i servi una volta ancora, dopo tutte le occupazioni che abbiamo avuto dai Romani agli Arabi ai Normanni è veramente fuori dalla storia, in questo caso con la ‘s’ particolarmente minuscola.

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