il Caffè di Meliadò

27 dicembre 2013

Il dibattito sull’antimafia che diverte tanto i clan (1)

Dopo l’arregirsto di Carolina Girasole, almeno apparentemente irreprensibile sindaco antimafia di Isola Capo Rizzuto pur non avendo mai nascosto (e anzi lottando di più per questo motivo, sempre almeno in apparenza) la propria parentela col clan Arena, ma ancor di più dopo l’arresto dell’ormai ex presidente del Movimento Donne San Luca Rosy Canale (anche perché seconda misura cautelare, in tempi ravvicinatissimi, nei confronti di ritenute “icone antimafia”), all’indirizzo delle destinatarie sono stati scagliati quasi soltanto insulti.
Ragionamento sulla portata di quanto accaduto rispetto al contrasto culturale ai clan, quasi zero. Ragionamento sulla coerenza di alcuni profili dei canovacci investigativi, quasi zero (…l’idea che una cosca sanguinaria come quella degli Arena di Isola Capo Rizzuto possa ringraziare un politico corrotto che la sponsorizza regalandogli una cassetta di finocchi, passaggio più volte presente nell’ordinanza relativa all’operazione Insula, non sarebbe venuta neppure al più sprovveduto degli sceneggiatori di B-movie. E questo, per onestà intellettuale, bisogna assolutamente dircelo).

Altrettanto “naturalmente”, adesso s’è scatenato il finimondo; e questo, per essere precisi, in quanto è stato il Nord più blasonato, il quotatissimo Corriere della sera, ad alzare l’indice contro l’antimafia “parolaia” presente in Calabria.
Ernesto Galli Della Loggia, fra i più apprezzati editorialisti dell’intero Paese, al di là delle “derive” in pratica ha accusato l’antimafia di casa nostra di essere tutta “chiacchiere e distintivo”, sollecitando a costruire nuove caserme piuttosto che ad alimentare verbosi circuiti associazionistici anticrimine.

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26 marzo 2011

Roberto Castelli: ” ‘Ndrangheta? Fuori le ditte calabresi da Milano”. Il ‘Caffè’ dice: fuori il sottosegretario alle Infrastrutture dal Governo italiano!

E’ vero: dalle parti di Castiglione Cosentino o di Scandale non sarà esattamente il giornale più venduto. Ma la prima pagina di oggi del quotidiano “La Padania”, ovvero il giornale di partito della Lega Nord, dovrebbe essere letta con attenzione da tutti i calabresi. E con attenzione particolare da due categorie: da tutti i rappresentanti eletti nelle fila del centrodestra e da tutti gli ultra18enni che il 15 e 16 maggio andranno al voto…

Basta guardare il titolo della “spalla” (il pezzo posizionato a destra rispetto al titolo principale), per rendersi conto di cosa sia in discussione: “Expo, Castelli: fuori i calabresi”. Orrore: sembra riesumato il peggior Borghezio di tutti i tempi, da parte di un ministro che – dopotutto -, benché ingegnere, fu un ragionevole Guardasigilli.

Certo, le cose migliorano guardando all’occhiello: “La preoccupazione del viceministro sugli appalti”. E uno subito pensa: be’!, in effetti dopo l’arresto per tangenti del sindaco di Buccinasco, forse finalmente la classe dirigente lumbard ha pensato di avviare una seppur tardiva operazione “autocritica”… e invece pare proprio di no: a leggere bene gli elementi della titolazione in combinazione tra di loro, ma soprattutto ad approfondire già le prime righe del testo, le cose non stanno affatto così.

Il punto è che già in genere – ma in modo tutto speciale dopo il corsivo del procuratore distrettuale di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone sul “Corriere della sera” in cui si piazzavano dritti dritti i fari sul Nord, su quanto ormai i suoi gangli politico-burocratici trabocchino di corruzione e siano potentemente infiltrati dalla ‘ndrangheta, su quanto stoltamente certi amministratorucoli abbiano giocato allo struzzo, infilando la testa sotto la sabbia pur di non vedere ciò che non vedere era impossibile…. – molta parte della società civile e della politica in Lombardia si preoccupa della questione legalità. E quest’ansia cresce di ora in ora; come, del resto, il potere delle ‘ndrine oltreconfine.

Ma nello specifico la «preoccupazione» del “big” leghista Roberto Castelli è connessa appunto alle possibili infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche commissionate al Nord e soprattutto in vista dell’Expo 2015 programmata a Milano (e per l’Expo meneghina, sarà bene ricordarlo, il comune di Reggio Calabria è tra le città partner e senza alcuno scandalo, con tanto di conferenza stampa tenuta a Palazzo San Giorgio dall’allora sindaco reggino Peppe Scopelliti e dal primo cittadino milanese Letizia Moratti, che tenterà di confermarsi alle urne tra un po’ meno di due mesi).

E c’è, circa le contromisure ipotizzate, qualcosa di sconcertante e francamente preoccupante non per un calabrese, ma per un qualsiasi italiano…

Come un po’ anticipato dal titolo, il viceministro a Infrastrutture e Trasporti, per contrastare al meglio l’ingordigia della criminalità organizzata rispetto agli appalti presenti e futuri a Milano e dintorni, tira fuori dal suo sacco di Eta Beta uno straordinario rimedio: «Evitiamo per decreto – è la mirabile proposta del sottosegretario lecchese – che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole, escludiamo le ditte calabresi».

Tutto chiaro!

Impedire che il crimine organizzato vìoli la capitale economica del Paese (visto che “capitale morale”, come si diceva una volta…. dopo i vari Rubygate, non è proprio il caso nemmeno di pensarlo), è facilissimo: basta che non partecipino agli appalti le aziende calabresi.

Infatti, sono di Bruzzano Zeffirio Benetton, Lavio e Ligresti!, cioè i tre azionisti-chiave di Impregilo, general contractor dell’autostrada “A3” Salerno-Reggio Calabria che accettò d’ottimo grado di pagare “solo” il 3% del valore dell’appalto alla ‘ndrangheta a titolo di “tassa-sicurezza”, come certificato da megaoperazioni quale “Arca”, peraltro giustificando (….giustificando….) queste simpatiche dazioni ambientali quali donazioni a onlus per il contrasto alla fame e alla miseria nei Paesi del Terzo Mondo.

Notoriamente, è originario di Tiriolo l’avvocato Luciano Lampugnani – solo incidentalmente residente a Rho… -, accusato di tentata estorsione aggravata e riciclaggio di denaro sporco nell’ambito dell’operazione che ha sgominato un clan malavitoso ovviamente calabrese, ma altrettanto ovviamente e floridamente operativo a Milano, la cosca Valle.

E non inganni il cognome vagamente settentrionale di Tiziano Butturini, sempre incidenter tantum ex sindaco di Trezzano sul Naviglio epperò arrestato in quanto ritenuto il perverso link tra la criminalità organizzata e la moglie (succedutagli nella guida del Comune della cintura meneghina): senz’altro, avranno avuto parenti stretti a Mandatoriccio o a San Giovanni di Gerace…

…Caro Roberto Castelli, questa pregevole dimostrazione di autentico razzismo poteva pure risparmiarsela. Il problema è contrastare il crimine organizzato (e comunque a Milano, sì, ma anche a Reggio Calabria o in Australia), non elevare palizzate ovviamente inutili a impedire le infiltrazioni di chi così gioiosamente “si fa infiltrare” (e abbiamo citato solo pochissimi, superficiali casi delle decine e decine di collusioni e connivenze di politici e professionisti settentrionali coi clan).

Ci promette che ci penserà?

Detto questo, chi tra gli elettori calabresi abbia letto le parole dell’ex ministro della Giustizia potrà regolarsi sul da farsi. Ma soprattutto, chi tra i politici e in particolare tra i deputati e senatori dei partiti alleati sul piano nazionale con la Lega Nord, abbia letto queste parole, in caso di mancata immediata espulsione di Castelli dal Governo (tanto più nel 150esimo anno dall’Unità d’Italia…), dovrebbe immediatamente rassegnare le dimissioni.

Noi le aspettiamo…

21 novembre 2010

Universitòpoli / Lettera a docenti e impiegati della “Mediterranea” di Reggio Calabria

Cari docenti e funzionari di Architettura, o meglio: cari docenti e funzionari dell’intera Università “Mediterranea”, in un momento così difficile ci sono poche brevi parole che noi vorremmo rivolgervi, a mo’ di lettera aperta.

 

Innanzitutto, sappiamo bene come la stragrande maggioranza di voi siano persone perbene, con la schiena dritta e che non hanno nemmeno mai immaginato di piegarsi a minacce e lusinghe del crimine organizzato. E’ importante ribadirlo, nel momento in cui si solleva il polverone di un autentico – e secondo noi giustificatissimo – caso mediatico nazionale.

 

In seconda battuta, sarà il caso di distinguere tra pandette ed etica, insomma tra eventuali responsabilità penali e questione morale.

E quel che stando all’accusa è successo, ha per teatro non una panetteria ma un luogo d’alta formazione, dove si creano menti e destini dei giovani, in un contesto socio-territoriale pesantemente involuto da generazioni.

 

E allora, noi vorremmo lasciare da parte i doverosi accertamenti della magistratura, ma pure lo sgomento collettivo; e rivolgerci ai singoli.

 

Ognuno di voi sa se davvero ha compiuto atti inammissibili per un dipendente di un presidio accademico o a maggior ragione per un docente universitario. Se davvero ha falsificato esami o li ha svolti alla carlona per un’intimidazione, se è stato connivente, se ha agevolato operazioni inconcepibili, se “sapeva” e ha taciuto.

 

Al di là del futuro verdetto dei magistrati, chi di voi avesse fatto tutto questo, a nostro avviso già nelle prossime ore deve fare solo una cosa: ammettere tutto pubblicamente, fare fagotto e lasciare immediatamente l’Università.

 

Il futuro della Calabria è incompatibile con questi esempi, il modello da offrire ai giovani che coraggiosamente decidono di rimanere a studiare e, se mai troveranno un’occupazione, a lavorare qui è incompatibile con questi comportamenti.

Per la coscienza di chi davvero avesse ceduto alle pressioni dei clan non ci sarà mai archiviazione.

3 gennaio 2010

Bomba alla Procura generale di Reggio Calabria. Una “sfida allo Stato”?

Un gesto gravissimo ed emblematico, quasi dal sapore eversivo: intorno alle 5 di stamattina, un ordigno – una bombola di gas sormontata da un panetto di tritolo – è esploso nel cuore di Reggio Calabria, a un passo dal Castello Aragonese che è fra i simboli della città, e soprattutto davanti agli uffici della Procura generale presso la Corte d’appello reggina, da una manciata di giorni retta dal neopg Salvatore Di Landro.

Per fortuna nessun danno alle persone – le sole schegge avrebbero potuto determinare un dramma – e, in fondo, assai limitati quelli alle cose (temporaneamente scardinato il portone d’accesso alla Procura generale, annerito dalla vampata il prospetto dell’edificio); ma in un caso del genere, dire che siamo alla “resa dei conti” tra Stato e ‘ndrangheta è drammaticamente poco.

Alla luce della riunione del Cosp (il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica), la matrice mafiosa del ‘selvaggio’ atto intimidatorio . Una sorta di sfida alla Nazione e all’ordine costituito, secondo lo stesso Di Landro, l’avvocato generale Franco Scuderi, il procuratore della Repubblica (e capo della Dda reggina) Giuseppe Pignatone e il procuratore aggiunto Michele Prestipino, che hanno preso parte al vertice insieme ai massimi responsabili locali delle forze dell’ordine. , ha avuto modo di dire proprio Salvatore Di Landro.

E mentre si stanno visionando con estrema attenzione le riprese delle telecamere a circuito chiuso, il Cosp ha già disposto inediti, più stringenti controlli per garantire la sicurezza di chi è “in prima linea” nella lotta al crimine organizzato.

Già, perché mentre si susseguono gli angosciati commenti di esponenti delle istituzioni, della politica e delle forze sociali, la domanda di fondo è una sola: perché?

Il fascicolo sarà automaticamente trasferito alla Procura della Repubblica di Catanzaro (sede distrettuale limitrofa, competente a indagare su fatti che coinvolgano uffici giudiziari e magistrati della sede distrettuale reggina); ma gli inquirenti evidenziano, intanto, come siano all’attenzione della Procura generale di Reggio Calabria delicatissime questioni relative a confische ai danni di potenti clan della ‘ndrangheta locale e alcune avocazioni relative a serie vicende processuali. Ma soprattutto, nella Procura generale lavora il sostituto pg Francesco Neri, che da lunghi anni tenta in solitudine di dare nomi e coordinate precise alle vicende connesse alle ‘navi dei veleni’, da vari mesi tornate d’attualità con l’enigma-Cunsky nell’alto Cosentino e la riesumazione, nella Jonica reggina, del caso-Rigel.

…E ancora bisognerà appurare ogni cosa – è chiaro –, ma “a naso” non pare poi così casuale che esattamente con le stesse modalità siano stati piazzati altri due ordigni…

Uno a un’avviata pescheria nella zona Nord della città, l’altro – assai più rilevante, all’apparenza… – nel mese di dicembre a un bar, sempre a Reggio città, di proprietà dei parenti del “pentito” Emilio Di Giovine, il secondo collaboratore di giustizia in ordine cronologico, dopo il bovalinese Francesco Fonti (parzialmente screditato, dopo le incongruenze sul “Cunsky”), ad aver prodotto rivelazioni importanti sulle navi che potrebbero avere, nella stiva, fusti contenenti sostanze tossico-nocive.

Nel pomeriggio, è già programmata una manifestazione di solidarietà promossa dalla Cvx, la Comunità di vita cristiana retta dal battagliero padre Giovanni Ladiana.

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