il Caffè di Meliadò

17 novembre 2013

E’ nato il federalismo carcerario

Il vicecapogrBuonanno Gianlucauppo alla Camera della Lega Nord, Gianluca Buonanno (tipico cognome veneto… E infatti, la sua famiglia è originaria della Puglia), sulle politiche antimafia da perseguire ha le idee ben chiare.

«Invece di costringere all’anonimato e al trasferimento valorosi giudici antimafia, dovremmo (more…)

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20 luglio 2013

Il delirio xenofobo passa una volta ancòra dai social network

«Andatevene a fanazionalistitalianinculo, voi razzisti di merda e le minkiate colossali che dite. Mi vergogno d’appartenere alla vostra stessa nazionalità». Lei è bella, si chiama Stefania (cancellato il cognome) e, in uno status “pescato” da Facebook, appare accanto a un ragazzo di colore e si lascia andare a questo severo commento probabilmente in relazione ad altri contenuti “avvistati” sul social network.

Una “colpa” immediatamente ripagata con moneta sonante su una pagina Fb che sprizza il più becero razzismo da tutti i pori: “Nazionalisti italiani”.

«Lei è un esempio, viaggia per farsi fottere dagli africani», è l’elegante didascalia che si può leggere sotto la foto. Un commento che ha riscosso il gradimento di 368 persone all’una di stanotte e decine e decine di commenti xenofobi contrassegnati dalla più squallida asprezza verbale.

«Sta troiaccia di merda! – commenta “Marius Anonimo” -. Non  sei tu a vergognarti, ma noi italiani e l’Italia intera a vergognarsi d’avere una mancata negra tra noi». In molti (Gianluca Gennari, Alessandra Blanzieri, “Urkan Il Nero” e tanti altri) si lasciano andare a sobri commenti del tipo: «Puttana!» o «Ma chi è ‘sta cogliona?». Altri violentissimi commenti: «Donna-wc», chiosa Valerio Arroganza.

Molto gettonato il commento di Carlo Mattana: «Ma la vorrei sentire dopo che il negro l’avrà venduta per due cammelli al primo che passa! O le avrà staccato la testa perché ha abbracciato un vecchio amico!».

Xenofobia per xenofobia, Loris Cingolani si lascia andare a un’altra prova di strabiliante eleganza: «Sicuramente sarà ebrea». Mentre Torri Goffredo tenta lo sfottò a sfondo sessuale: «Aprite la mente dice!!!, lei apre le gambe ed è intelligentissima», scrive Torri Goffredo.

Non mancano i commenti che incitano apertamente alla violenza o ad atti autolesionistici, spesso anche da navigatrici del web: «Sparatiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!», scrive Stefania Ele Zanol. «Un colpo di pistola… amen troia di Arcore», è l’assurda istigazione di Morra Moreno Ducoli. Non è da meno, quanto a violenza verbale, Thomas Duca: «Non dovevate togliergli il cognome – recitano gli insulti in un italiano stentato -, devo fare un bel discorsetto a questa troia».  «Bei tempi quelli dei squadroni della morte!!!», fa eco quanto ad accenti nazifascisti e ad analfabetismo di ritorno Federico Calvarese. E poi molte altre frasi agghiaccianti, non ultima: «Tanto, morirà di Aids… spero presto» (Gian Paolo Mariani).

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13 settembre 2012

Orrore a Karachi e Lahore

Filed under: stesso sangue stessi diritti,uno sguardo fuori dal guscio — mariomeliado @ 04:30

Il Pakistan ha vissuto un giorno d’orrore che sarà difficile dimenticare agli abitanti di questa Nazione dell’Asia.

Oltre 310 operai sono morti bruciati vivi nell’orrendo rogo di due fabbriche a Lahore e a Karachi, le due più grandi e caotiche metropoli pachistane (rispettivamente 6 milioni e mezzo d’abitanti per Lahore, praticamente al confine tra il Pakistan e l’India, e 15 milioni e 200mila abitanti per Karachi, una delle città più grandi dell’intero pianeta, situata invece sul Mar Arabico e considerata la “capitale economico-finanziaria” del Paese asiatico, la cui popolazione cresce annualmente del 5 per cento in un vortice demografico, ma anche produttivo, considerato praticamente inarrestabile).

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6 settembre 2012

Media e discriminazioni

Carissimi, siamo di fronte all’ennesimo episodio (incredibile) di discriminazione. Anche…. ad opera dei media!

Chi è “terrone” non merita niente…. e non solo bosogna propagandare le sue nefaste gesta (sacrosanto!, se fa notizia, tanto più se siamo davanti a presunti illeciti o violazioni), ma bisogna anche sputtanarlo; non in quanto (eventualmente) colluso con la ‘ndrangheta, non perché (eventualmente) trasgressore… ma, è chiaro!!, in quanto, per esempio, calabrese

Pagina interna (pagina 23) dell’edizione del 4 settembre di un noto quotidiano nazionale che ha però forte radicamento in una precisa regione (non la Calabria, meglio chiarirlo  immediatamente).

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18 giugno 2012

Ferrovie della Calabria, dal “decreto Sviluppo” una mano forse decisiva

Filed under: economix,stesso sangue stessi diritti — mariomeliado @ 03:27

Norme-fiume come il “decreto sviluppo” spesso sono viste come qualcosa di lontanissimo dImageal nostro territorio. In realtà le cose non stanno proprio così; non stavolta, almeno.

L’articolo 16 (comma 4) del decreto sviluppo appena partorito dal ministro a Infrastrutture, Trasporti e Sviluppo economico Corrado Passera e dal governo Monti si occupa infatti direttamente di una vicenda tutta calabrese: la crisi trasportistica in Calabria e l’equilibrio finanziario di Fdc.

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6 aprile 2012

Il suicidio di Barbara, 53 anni, giornalista, disoccupata, c’interroga tutti

La morte di Barbara Dolza dovrebbe porre a tutti noi numerosi interrogativi.

Il primo, scontato ma giusto: chi è, anzi chi era Barbara?
Barbara era una di noi. Noi, gente comune; e noi, giornalisti.
Sì, io credo che in qualche misura questo pazzesco suicidio della collaboratrice del “Giornale di Chieri”, a 53 anni, sconcerti l’intera comunità per due ragioni almeno.

La prima: le modalità assurde. La povera collega, forse sconvolta dal suo stato di disoccupazione, s’è bruciata viva nel modo più orrido: tracciando un cerchio attorno a sé con la benzina e poi appiccando il fuoco, che piano piano le è giunto vicino fino a straziarla in un rogo quasi rituale. Il suo corpo è stato ritrovato semicarbonizzato a Villa Faraldi – nella campagna sopra San Bartolomeo al Mare, dove un tempo i suoi genitori avevano una casa – dai carabinieri di Diano Marina.

La seconda ragione: nessuno vuol prendere atto che creare lavori atipici significa anche, necessariamente, per forza di cose, creare problemi atipici.
Perché la stragrande maggioranza dei giovani dice di voler fare da grande il giornalista, prendendo a modello una professione che (in termini di guadagni e benefit, in termini di mobilità e conoscenza del mondo worldwide, per molti amici e colleghi perfino in termini di libertà) in concreto non esiste più, mentre nessuno ci tiene a far sapere che blasonatissimi giornali pagano i loro collaboratori 3 euro al pezzo; altre testate un po’ meno blasonate promettono mezzo euro al pezzo ma poi non corrispondono un centesimo per due, anche tre anni; altre ancora fanno fulcro sullo specchietto per le allodole della mera iscrizione a un Ordine che secondo molta parte degli stessi iscritti andrebbe piuttosto abolito?

Basta allora fare castelli-di-carta, il terribile atto autolesionistico di Barbara almeno ci aiuti a squarciare il velo dell’ipocrisia.
Va bene che ci siano tante voci nuove, ma SOLO senza sfruttamento selvaggio di redattori e collaboratori; altrimenti sia il mercato ad agire, decimando testate in molti casi assurde, prive d’alcun valore aggiunto e che non hanno motivo d’esistere, per consentire – possibilmente – di resistere sul mercato solo a voci autorevoli e in grado di far vivere decorosamente gli operatori del settore.

Mai più un suicidio come quello di Barbara Dolza; ….altro che articolo 18.

25 giugno 2011

Corrotti, non è (più) tempo per voi

Guardate bene questo link. Anzi, non guardatelo: cliccateci sopra, sùbito.

C’è una cosa di cui pochi vi dicono, c’è una cosa che conviene a pochi ricordare, c’è una cosa che marcia inarrestabile ma a scartamento ridotto, quanto a velocità, perché non si tratta di un argomento esattamente “popolare”…… c’è un’Italia depredata, marcita, derubata. E c’è, soprattutto, una ristretta, volgare masnada di predoni che deve re-sti-tu-i-re il maltolto.

La campagna è dello straordinario prete-coraggio don Luigi Ciotti, sì, quello dell’associazione antimafia “Libera”, insieme ad “Avviso Pubblico”… sarebbe quasi un sogno. Sì, c’è un’Italia che chiede indietro quel che le è stato rubato: è il momento di agire. Ora.

11 novembre 2010

Il “vento del Sud”….. lava più bianco?

…Come dar  torto a Piero Sansonetti?

Nell’arco di pochissimi giorni, il direttore di “Calabria Ora” ha snocciolato due questioni profondamente intrise di buonsenso. E che però nascondono anche alcuni nodi antichi e – ad avviso di questo blogger – del tutto irrisolti.

Intanto, la querelle #1: ma alla fine della fiera, i calabresi sono mafiosi o sono ‘semplicemente’ disoccupati?

Ora, è noto fin dai tempi del ‘cucco’ che la carenza endemica d’occupazione non è un incentivo a vivere una vita irreprensibile; questo, peraltro, vale a Reggio Calabria quanto a Belluno o nel Bhopal.

Rimane una considerazione di fondo validissima lo sguardo alle tremende classifiche della non-occupazione e dell’inoccupazione: in Calabria siamo leader continentali (modestamente). Ma… nel momento in cui la Calabria ospita e fa germogliare – a dispetto dei mille sforzi degli ‘onesti’ – il crimine organizzato più violento e ammanigliato del pianeta, come si fa a dire, apoditticamente, che i calabresi “non sono mafiosi”?

E’ una bella frase, che ristora lo spirito e ci ricorda le tantissime cose belle che abbiamo e che siamo. Ma c’è anche un po’ di velleitarismo: non può essere “il dato essenziale” il fatto che il popolo calabrese non sia “un popolo d’illegali, di banditi” ma bensì “un popolo di poveri, di senzalavoro”.

Voglio dire: bisogna trovare la forza di dire che non per forza uno che non mangia, delinque.

Bisogna trovare la forza di dire che l’illegalità e la mafiosità sono scelte assurde, vergognose, da condannare “senza se e senza ma” e soprattutto sempre, anche se non hai il pane. Perché oggi non siamo nel Medioevo e le alternative legali non mancano, anche in termini di welfare; non una passeggiata di salute!, ma ci sono.

E bisogna trovare la forza di dire, mi spiace ma è fondamentale dirselo, che se la ‘ndrangheta in Calabria è diventata potentissima, al punto da diventare mafia-da-export, è soprattutto per colpa di chi in questa regione ci abita, ci opera, ci fa politica, ci lavora, ci fa figli e per decenni non ha ritenuto una priorità cancellare l’odioso ricatto del “pizzo”, il vergognoso quanto meticoloso controllo del territorio da parte dei “picciotti” etc.

Dunque non c’è davvero bisogno di giustificazionismi non richiesti e anacronistici. I calabresi non sono ‘semplicemente’ disoccupati, il punto vero ci sembra questo:  sono disoccupati e, pro-quota, purtroppo anche mafiosi. E noi lo sappiamo. E – soprattutto – lo sanno anche tutti gli altri.

Punto #2: impensabile che il Governo possa stanziare 20 milioni di euro per l’intero Paese a fronte di una gravissima ondata di maltempo (com’ è stato acutamente sottolineato in queste ore, neppure in Paesi “a federalismo estremista” come gli Usa dove, per dire, alcuni Stati hanno abolito la pena di morte e parecchi la mantengono in vigore applicandola con una certa regolarità, ci si sogna di dire che le calamità naturali le deve fronteggiar e da sé un singolo Stato: quando affondò New Orleans con mezza Louisiana, il corpaccione centrale degli Stati Uniti intervenne a suon di dollaroni), inascoltabile che il Governo possa stanziarne solo 20 se l’Associazione banche italiane decide di stanziarne 700 (!!!), brutale che l’Abi possa anche solo pensare di stanziare tutt’e 700 per gli alluvionati del Veneto “dimenticando” di netto i casini immani che ci sono stati in Calabria, il morto che pure s’è registrato, i tanti paesi della Piana di Gioia Tauro mezzi spazzati via dalla furia degli elementi…

Detto questo, l’istigazione alla “disobbedienza fiscale” lanciata proprio in queste ore dal “komunista” Sansonetti da un lato ci sembra offrire il destro a future, pericolosissime emulazioni (oggi non pago le tasse perché tu m’hai ignorato in un’emergenza, domani non le pago perché non hai riformato la legge elettorale, dopodomani non le pago perché hai dato pochi soldi a Roma Capitale o perché hai sabotato quanto a uomini e mezzi le Città metropolitane)…

E allora, varrà la pena di fare mezzo passo indietro. La rivolta fiscale più celebre della Storia, infatti, è a nostro avviso quella su cui poggia l’indipendentismo americano: no taxation without representation, dicevano molto correttamente George Washington & C. rispetto a una madrepatria inglese che voleva “spennarli” a furia di tassa sul the & C., ma non concedeva loro alcuna deputazione. Ma qui in Calabria è esattamente l’inverso…. non c’è spazio per una rivendicazione “circa” la deputazione, ma “contro” la deputazione sì!

A cosa servono, quanto contano deputati e senatori calabresi d’ogni estrazione politica se non trovano il minimo fegato di ribellarsi di fronte all’aberrazione che la Calabria viene cancellata d’amblè dall’elenco (striminzito: i territori sono solo 2) delle regioni maciullate dai nubifragi di questi giorni? Forse non serve non pagare le tasse, forse c’è un malinteso su quel che può e dev’essere un ipotetico nuovo “vento del Sud”: il Southern Wind che ci serve è quello che ricorda a chi rappresenta la Calabria a Roma che deve battere i pugni sul tavolo, tanto più forte visto che siamo per mille e mille cose la Cenerentola tradita del Paese. Ma non bastano più soldi senza progettualità, non basta la progettualità senza operatività, non basta l’operatività senza coerenza e rigore morale…. Ci serve una classe dirigente realmente nuova, non tanto (o comunque: non solo) dal punto di vista anagrafico, quanto dal punto di vista dell’integrazione effettiva con le logiche della modernità, del paneuropeismo, del ‘glocal market’. In tutto questo, pensare di fare i servi una volta ancora, dopo tutte le occupazioni che abbiamo avuto dai Romani agli Arabi ai Normanni è veramente fuori dalla storia, in questo caso con la ‘s’ particolarmente minuscola.

1 luglio 2010

1° luglio: mobilitazione generale contro la “legge bavaglio”

Filed under: a Roma dicono che...,stesso sangue stessi diritti — mariomeliado @ 03:57

Amici, è un momento topico nella storia (e forse nella Storia) del nostro Paese. Il “ddl Alfano”, meglio noto come legge-bavaglio, tende a mettere la museruola ai giornalisti poco “allineati”, rende la vita impossibile ai media, grava di rischi gli editori. Non è possibile farlo passare nel silenzio generale.

E’ per questo che oggi a  Roma (in piazza Navona) si estrinsecherà quella voglia di ribellarsi al “bavaglio” mediatico imposto legislativamente che accomuna la stragrande maggioranza della comunità giornalistica alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e della cittadinanza italiana. A Monselice si terrà una “notte di veglia”. In altri luoghi del Paese ci saranno mobilitazione e ulteriori iniziative, così come contro la “legge bavaglio” ci si schiera pure in remoto, dietro un televisore (per seguire la diretta su Sky, Rainews24 e YouDem), sul web (attraverso la “maratona” on-line).

Fermo restando che le energie debbono essere un po’ preservate per il 9 luglio, data per la quale è confermatissimo il “black-out informativo” generale nazionale….

….è il momento di dire “no”, lontanissimi da ogni strumentalizzazione di carattere politico (non c’interessa e lo ripudiamo!!), sempre  e soltanto per perseguire quello che disse all’epoca il presidente Carlo Azeglio Ciampi: chi opera nell’informazione deve, più che altro, badare a tenere <la schiena dritta>.

23 aprile 2010

Liberarsi vuol dire anche: ‘ndrangheta, addio!

Questo ragionamento non può che iniziare dalla fine: 20 aprile 2010, questa data ricordatevela. Può darsi diventi un pezzo di Storia.

A Palermo – cuore della Sicilia anti-“pizzo” degli Ivan Lo Bello, dei confindustriali che finalmente hanno deciso di sbattere la porta in faccia a chi è organico a Cosa Nostra, ai collusi, persino a chi indirettamente quanto illegalmente finanzia senza fiatare l’Idra-di-Lerna del crimine organizzato -, dopo un anno, 365 giorni appena!, dall’inebriante avvio della stagione di “Addiopizzo”  (29 giugno 2004), circa 200 commercianti palermitani avevano già denunciato alle forze dell’ordine i loro aguzzini.

Al di là del folklore e dell’impegno civile, dei punti interrogativi sull’anonimato di chi osservava che “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” e dell’assoluta necessità di farsi artefici del proprio destino, questo è il guanto di Sfida con la “S” che oggi Reggio Calabria deve raccogliere. 

Il punto di (ri)partenza è, allora, ReggioLiberaReggio, la nuova incredibile intuizione di don Luigi Ciotti (il fondatore dell’associazione antimafia “Libera”) che, nemmeno il tempo d’avere la sua inaugurazione formale all’Auditorium San Paolo della città dello Stretto, ha già coagulato intorno a sé 58 associazioni reggine. E’ un logo; una speranza; una campagna di consumo critico; un invito a sputtanare chi quotidianamente sputtana le nostre vite; un gesto di coraggio; la dimostrazione, infine, che insieme si può (molto oltre qualche facile slogan elettorale). Insieme si può davvero battere la ‘ndrangheta, e ce la si può fare ritorcendole contro la sua Arma per eccellenza: la paura.

Sì, ReggioLiberaReggio perché <onestamente non ci si può aspettare che a liberarci venga qualcun altro>, ha detto con la solita apparente ruvidezza don Ciotti davanti al presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket Tano Grasso, rappresentanti delle associazioni di categoria e magistrati ‘impegnati’ come il procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, agli imprenditori-coraggio (pochissimi) che già hanno trovato la forza di denunciarlo anche a Reggio, il racket (da  Tiberio Bentivoglio, fra i premiati nella serata, al venditore di macchine agricole Antonino Frisina, che nella Piana di Gioia Tauro devastata dall’omertà e da clan come i Piromalli e i Bellocco, i Molè e i Pesce, ha subìto l’affronto di doversi rivolgere al Tar nel tentativo di dimostrare che la ventina d’attentati perpetrati ai suoi danni per non essersi voluto piegare all’iniqua legge della ‘tangente di mafia’ erano effettivamente frutto delle malvage pretese della ‘ndrangheta e non… della sua fantasia).

E allora, va bene, ci sarà un adesivo con questo slogan (appunto ReggioLiberaReggio) sulle vetrine di tutti gli esercizi aderenti, a significare che quei commercianti lì non pagano il ‘pizzo’, hanno denunciato i loro estorsori o lo faranno. E sì, servirà inevitabilmente quel supporto socioeconomico che sta nella gente: i reggini, pochi o molti – ma si spera molti -, dovranno testimoniare <da che parte stanno> indicando pubblicamente di supportare quei negozi e non gli altri, quei commercianti che al racket si sono ribellati e non quelli che soggiogati dalla paura di terribili conseguenze hanno ancora quel cappio al collo che piano, piano si va stringendo senza che neppure se ne accorgano.

…ma la cosa potenzialmente decisiva è che l’ago della bilancia, la paura, si sposti dall’altra parte. E i ragazzi di don Ciotti quest’intuizione ce l’hanno avuta nitida, folgorante, cristallina.

Nella punta dello Stivale per la prima volta da quando il fenomeno mafioso esiste, sta accadendo un fatto nuovo: le ‘ndrine hanno paura. Hanno paura gli sgherri per i quali una vita vale poche centinaia di euro; hanno paura. Perché la libertà non ha ‘pizzo’.

Hanno incredibilmente, tangibilmente paura di andare a chiedere il “pizzo” a un negoziante. Hanno paura perché temono – un timore fondato – che quel commerciante non si asservisca più al solito càlati juncu, ca passa la china ma alzi la testa, se ne sbatta altamente delle loro pretese di malaffare e vada dritto in Commissariato a denunciarli. Sì, hanno paura, perché sta nascendo una generazione nuova, ma ancor più una coscienza nuova, la consapevolezza che nella vita tutto finisce, anche un negozio, forse anche la vita, sì, ma sicuramente anche la ‘ndrangheta a un bel momento finirà. E quel momento può essere ora.

Questo è il potenziale dentro quella che per il “prete-coraggio” di Libera è un fatto <mai accaduto in Italia, che tanta gente si mettesse insieme indicando un simbolo da seguire, imprenditori da aiutare  e sostenere>. Oggi, però, i fatti dicono che a Reggio Calabria si registra fin qui qualcosa come tre denunce nei confronti dei “santisti” che chiedono il “pizzo“.

…E allora, è bene tener presente che il problema è uno solo, quello di sempre: la memoria.

Avete presente l’Idra di Lerna di cui parlavamo prima? Ercole riuscì a ucciderla in una delle sue epiche ‘fatiche’ malgrado le sue 9 teste, malgrado un fiato che uccideva chiunque l’inalasse. Pochi, però, ricordano che secondo la leggenda fu proprio il velenosissimo sangue dell‘Idra, in cui il semidio aveva intinto le frecce della sua faretra, a dargli la morte perché la moglie Deianira si fece ingannare e impregnò di quel sangue una delle vesti di Ercole. …..Ricordarselo non farà male.

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