il Caffè di Meliadò

12 settembre 2014

La “nuova-vecchia” legge elettorale regionale lascia tutti con l’amaro in bocca

La “nuova” legge elettorale in realtà nasce vecchia. Decrepita.

Come già avevamo avuto occasione di scrivere, il punctum dolens sta nell’esser tornati indietro, in due punti-chiave: 1) il premio di maggioranza, ridotto dal 60 al preesistente 55% dei seggi per la coalizione vincente, ma soprattutto 2) la soglia di sbarramento, che per le liste inserite in qualche schieramento era ed è rimasta al 4% mentre è scesa vertiginosamente dal 15 all’8% per evitare i prevedibilissimi colpi della Corte costituzionale, dopo la fin troppo ovvia impugnazione da parte del Governo centrale. E basta.
Tutto questo ci precipita in una certa cupezza. Essere tra quanti “l’avevano detto” non migliora la sensazione.

Il centrodestra aveva infatti a disposizione un’occasione: quella di migliorare “realmente” la vecchia legge elettorale e – al contempo – farsi perdonare per aver fatto, a nostro avviso dolosamente, perdere ai calabresi tanti mesi utili per il rinnovo di un’Amministrazione regionale la cui ultra-attività in prorogatio è parsa una sorta d’accanimento terapeutico su un malato terminale tenuto in vita solo con le “macchine”.

In particolare, la cosa più squallida della consiliatura è stata l’aver sostenuto molti elementi di maggioranza che anche dopo le (sospiratissime…) dimissioni dell’ex presidente della Giunta regionale Peppe Scopelliti in sèguito alla nota condanna per il “processo Fallara” occorreva tener duro per fare qualcosa d’importante per i calabresi. Come se l’inerzia in segmenti-chiave della vita dell’Ente nei quattro lunghissimi anni precedenti non andasse contabilizzata in aadam
lcun modo, come se quel quadriennio nulla valesse (salve le indennità di consiglieri e assessori, naturalmente…).

…Invece, no. L’occasione di portare a casa una legge elettorale realmente degna di questo nome, come chiesto a gran voce dal piddino Nicola Adamo (foto a destra), è stata gettata alle ortiche, e sapete perché? Per un rigurgito di nobile “senso di responsabilità”… purtroppo, del tutto fuori tempo massimo.
Se senso di responsabilità ci fosse stato, mai e poi mai si sarebbe dovuta votare una legge elettorale rispetto alla quale tutti i giuristi interpellati hanno chiaramente fatto sapere, già prima del varo, che il governo Renzi non avrebbe avuto alternativa al ricorso alla Corte costituzionale rispetto a una soglia-monstre d’accesso al riparto-seggi come quella del 15 per cento. S’è preferito un “sì” strumentale per allungare l’agonia dell’Ente e, ormai, va perfino bene così.

Ma ora la possibilità di far qualcosa di meglio con la normativa elettorale
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2 novembre 2010

“Cheeeee? Bova e Adamo come Pintor e la Rossanda? Caro Sansonetti, vorrei dirti che…”. Firmato Fernanda Gigliotti

 <Caro direttore Sansonetti, da tempo pensavo di scriverLe per darLe il benvenuto in Calabria>… Questo l’ “incipit”, graffiante come sempre, di una missiva inviata al direttore di “Calabria Ora” Piero Sansonetti (e divulgata tramite il social network Facebook) da Fernanda Gigliotti (vedi foto), esponente calabrese di punta dell’ “area Marino” del Partito democratico, già candidata alla segreteria regionale sempre del Pd.

<Paola Concia, mia cara amica, mi aveva preannunciato il Suo incarico a Calabria Ora e ho gioito, insieme a tanti altri, perché ho sempre apprezzato il suo giornalismo libero e leale – scrive la Gigliotti –. Sta di fatto, però, che da quando Lei ha assunto il ruolo di direttore nessuna delle note stampa, degli articoli, dei commenti, delle agenzie, a firma mia o del Gruppo PD – Calabri 25 Aprile, hanno più trovato spazio nelle pagine del Suo giornale. Almeno fino a quando non è arrivata Paola Concia in Calabria, il 23 e 24 ottobre scorso, quando finalmente si è rotto l’incantesimo e abbiamo ritrovato spazio, abbondante ed importante, sulle pagine di Calabria Ora.

Poi, di nuovo il nulla>.

<Personalmente non mi scandalizzo – aggiunge l’esponente piddina – e non ci trovo nulla di strano, se la proprietà di un giornale difende se stessa e i suoi interessi politici ed economici. La stranezza sta invece nel fatto che questa “editoria”, questa “proprietà”, spesso ha imposto la trasformazione di un giornale da “organo di informazione” in strumento di “disinformazione”, tacendo pezzi di verità scomode, soprattutto quando si è trattato di parlare di Partito Democratico.

Anche la Sua firma, sotto un editoriale di qualche settimana fa, di aspra critica all’attività del commissario del Pd, ha il sapore del pregiudizio. Forse un confronto preventivo l’avrebbe aiutata a capire meglio i fatti così da evitare l’errore marchiano di avere equiparato l’uscita dal Pd di Adamo e Bova a quella della Rossanda (vedi foto) e di Pintor dal vecchio Pci. Queste ultime sono altre storie, altre vite, altri spessori culturali, umani e politici. Praticamente un altro mondo>.

<In Calabria il Pd sta cercando, invece, di scrivere la parola “fine” ad un modo familistico e personale di fare politica – è la distintissima valutazione politica della Gigliotti –, intriso di faide e lotte personali che molto hanno mutuato nei metodi, nello stile, nelle evoluzioni, da altre associazioni non democratiche. Un sistema oligarchico in cui il rinnovamento è passato da padre in figlio, da marito in moglie, da fratello a fratello. Uno ius sanguinis che è proprio delle società criminali. Un mondo senza passioni ideali.

Certo, conoscere la storia politica, professionale e personale degli ultimi venti anni di tutta la classe dirigente calabrese è forse chiederLe troppo. Ma sarebbe bastato conoscere i fatti politici accaduti in Calabria anche solo dell’ultimo lustro, il fallimento delle proposte di governo degli ultimi anni, per comprendere che le decisioni assunte nel Pd non solo erano giuste sotto il profilo “formale burocratico”, ma “necessarie e non più rinviabili” sotto l’aspetto politico, per la responsabilità “dolosa” dei suoi “ex giovani, combattivi e brillanti di tanti anni fa”, nella sconfitta elettorale del 28 marzo 2010>.

Non manca uno spunto tutto incentrato sull’ottimismo e la propositività, rispetto al futuro dei “dèmocrat” come pure della sfida informativa di “Calabria Ora”: <Spero e Le auguro che nel prossimo futuro vorrà conoscere un pezzo di calabresità che forse ancora Le manca – si legge ancora nella lettera inviata da Fernanda Gigliotti – e che sarebbe felice di incontrarLa e di conoscerLa, perché ritiene che Lei, al di la delle polemiche, è e rimane un esempio di giornalismo libero e garantista in un’Italia sempre più vittima di populismi che usano il giustizialismo e il garantismo ad orologeria a seconda del bisogno del momento. Noi, invece, vorremmo che tra il berlusconismo e il dipietrismo ci fosse un proposta democratica autentica e una classe dirigente credibile, capace di arrivare prima di ogni avviso di garanzia e di ogni bomba intimidatoria>.

5 maggio 2010

Dardi avvelenati nel Pd

Il segretario calabrese dell’Udc Franco Talarico è appena stato eletto presidente del Consiglio regionale coi voti della maggioranza di centrodestra (più due dell’opposizione non meglio precisati, per la verità…). Insieme al politico lametino, eletti i vicepresidenti dell’Assemblea Sandro Nicolò (Pdl) e Pierino Amato (Pd) e i consiglieri-questori Gianni Nucera (Pdl) e Francesco Sulla (Pd).

La giornata però rimarrà impressa nell’agenda della politica più che altro per la frattura tremenda – francamente nell’aria già da molto tempo, ma in queste ore ‘finalmente’ formalizzata – all’interno del Partito democratico: i gruppi consiliari d’area, a Palazzo Campanella, saranno non uno ma due, quello ‘ufficiale’ piddino e quello di Autonomia e Diritti.

Quest’ultima scelta si rivela – almeno agli occhi dei neofiti della politica… – per più versi criptica: i “loieriani” (sono i 4 eletti della lista-bandiera che sorse attorno, per volontà e su impulso del presidente uscente Agazio Loiero) decidono infatti di adottare un comportamento del tutto differente da quello, almeno pubblicamente, adottato dal loro stesso (ex?) conducatòr.

La linea è: ci piacerebbe poter stare dentro un gruppo unico del Pd, ma “non possiamo” per “rispetto” dei 75mila calabresi che hanno votato Autonomia e Diritti anziché Pd, un <simbolo neutro>, consegnando all’Assemblea ben 4 consiglieri regionali. E aggiunge Ottavio Bruni (già fedelissimo di Loiero da Presidente della Provincia di Vibo Valentia; nel Pdm; quale parlamentare ‘in pectore’ salvo poi non essere candidato per la ‘fronda’ antiloieriana, infine quale capogabinetto del Governatore uscente negli ultimi mesi della consiliatura precedente…): <La vera amarezza per me sarebbe non poter più condividere scelte e percorsi con Loiero… Speriamo di poter percorrere insieme un altro tratto di strada: ma questo dipende da lui, non da me>.

Dire che frasi del genere preludono a un allontanamento dal Partito democratico alla velocità della luce è ancora poco. Gli scismi sono dietro l’angolo… e la cosa più incredibile è che – a dispetto d’incavolature ‘di facciata’ – che l’ex ministro in realtà ne sia artefice o almeno fomentatore è più che un sospetto. Resta un dato, sottolineato con grande tristezza giusto 48 ore dall’ex vice di Loiero in Giunta regionale, Nicola Adamo: a tutt’oggi, l’errore vero (al di là della nettissima sconfitta elettorale) per il Pd pare l’aver accettato che alla platea di cittadini-elettori fossero presentati, in quota piddina, anche altri simboli (c’è chi, nel conto, piazza anche la ‘professorale’ Slega la Calabria) sapendo molto molto bene quale fosse il rischio finale. Puntualmente diventato realtà, anzi: politica tribale.

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