il Caffè di Meliadò

26 settembre 2013

“Caso Rappoccio”, l’ira di Chizzoniti contro i ‘tiepidi’ fra i magistrati: “Dal magma Giustizia a Reggio si uscirà solo con un pool d’ispettori”

Richiesta di ricusazione in capo ai magistrati che decisero la scarcerazione per Antonio Rappoccio. E ipotesi nei loro confronti d’aver violato la legge per “aiutare” l’ormai di nuovo “ex” cChizzoniti2onsigliere regionale. Su queste basi, s’è svolta nel pomeriggio di lunedì 24 settembre una conferenza stampa tenuta dall’appena reinsediatosi consigliere regionale Aurelio Chizzoniti, nell’aula “Levato” di Palazzo Campanella, quale ennesima tappa del “caso Rappoccio”.

L’ex presidente della Commissione consiliare di vigilanza ha voluto intanto porre una premessa: «Se qualcuno pensa che il mio ritorno in Consiglio regionale possa appagarmi e ridurmi al silenzio, si sbaglia di grosso... La mia è una battaglia di civiltà. Questo schifo che riguarda il processo Rappoccio – è stata la sua testuale esortazione – non contamini il resto della Giustizia!».

Ieri mattina, infatti, Chizzoniti ha poi depositato (per come annunciato poche ore prima) un esposto sul “caso Rappoccio” e intorno alle eventuali responsabilità del collegio che decise di scarcerare l’eletto di “Insieme per la Calabria” (lista per cui lo stesso Aurelio Chizzoniti, elettoralmente parlando, alle Regionali 2010 risultò invece primo dei non eletti nella circoscrizione provinciale reggina) rivolta al presidente della Corte d’appello di Reggio Giovanbattista Macrì, al procuratore distrettuale di CatanzaroVietti Vincenzo Lombardo, al procuratore generale presso la Corte di Cassazione Gianfranco Ciani, al vicepresidente del Csm Michele Vietti (vedi foto a destra), al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri e, per conoscenza, al procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, all’avvocato generale presso la stessa Corte d’appello reggina Antonio Scuderi, al presidente del Tribunale di Reggio Luciano Gerardis, ai vertici dell’Anm (l’Associazione nazionale magistrati, che è poi il “sindacato dei giudici”, per dire così, a differenza del Consiglio superiore della magistratura che è l’organo d’autogoverno dei giudici istituzionalmente deputato anche a irrogare loro eventuali sanzioni).

«Io sto ricusando il presidente del collegio che decise la scarcerazione di Rappoccio, Andrea Esposito, e gli altri due giudici che componevano tale organismo», cioè Luigi Varrecchione e Matteo Fiorentini, ha spiegato Chizzoniti in conferenza stampa, al contempo configurando nei loro confronti un’ipotesi di reato d’abuso e favoreggiamento reale a vantaggio di Rappoccio. E ha precisato, il consigliere regionale, di sperare che siano i magistrati interessati a «fare spontaneamente un passo indietro».

Com’è ovvio, l’ex presidente della Commissione regionale di Vigilanza ha condotto una sorta di cronistoria, per quanto avvenuto in precedenza rispetto alla tortuosa vicenda. E poi l’ulteriore gesto:

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24 settembre 2013

Animi “in fiamme” a Palazzo Campanella

La seduta consiliare di ieri a Palazzo Campanella s’è aperta e chiusa all’insegna di due distinti scontri verbali alquanto accesi e pregni di qualche significato.

Prima UNOOOOOOOOOOOOOOoccasione, in pieni “preliminari” di sessione d’aula: le due surroghe con cui l’Assemblea di ieri s’è aperta. L’ex segretario vibonese dell’Udc e vicesindaco di Vibo Valentia Salvatore Bulzomì (nella foto a sinistra, festeggiato al formale insediamento dal consigliere lametino del Pdl Mario Magno e dal collega di partito Gianluca Gallo) ha avvicendato l’ex assessore regionale al Lavoro Francescantonio Stillitani, da poco polemicamente dimessosi anche da consigliere regionale per la pretesa inutilità dell’incarico e la vacuità – sempre per Stillitani – delle politiche possibili in seno all’istituzione regionale. E anche l’ex assessore regionale ai Trasporti Aurelio Chizzoniti, primo dei non eletti per la lista “Insieme per la Calabria”, è tornato sugli scranni di Palazzo Campanella per via della nuova misura cautelare (divieto di soggiorno sul territorio regionale) disposto nelle scorse settimane su input della Procura distrettuale di Reggio Calabria ai danni di Antonio Rappoccio (che, dunque, tornato in sella neanche ha fatto in tempo a dimettersi come aveva prima annunciato e poi semi-smentito).

Giusto la surroga (temporanea) di Chizzoniti rispetto a Rappoccio, però, è stata scaturigine di un momento di tensione: il già presidente del Consiglio comunale, appena rientrato tra i banchi che l’hanno visto anche presidente della Commissione consiliare di Vigilianza, ha chiesto al presidente dell’Assemblea Franco Talarico di poter parlare a margine del suo reinsediamento in Consiglio.  Talarico però gli ha negato l’intervento: «La prassi dchiz2el Consiglio regionale non lo prevede. Altri consiglieri, debuttando in aula, avrebbero voluto dire qualche parola d’esordio ma non l’hanno potuto fare proprio per questo motivo: neanche lei, la volta scorsa, l’ha fatto».

Questa volta, però, Aurelio Chizzoniti (vedi foto) avrebbe voluto parlare “a tutti i costi”, perché di mezzo c’era la ritenuta scorrettezza nei comportamenti di una parte della magistratura reggina nel controverso “caso Rappoccio”. «Esiste uno “scandalo Giustizia”: io vorrei dirlo ora e qui – è sbottato l’avvocato reggino, rivolgendosi allo stesso Talarico –, se lei non me lo consente lo dirò domani in conferenza stampa, e mi parrebbe meno corretto». Ma il politically correct durava davvero pochi secondi: «Siamo a un passo dalla dittatura, se si perquisiscono le redazioni dei giornali (evidente il tacito riferimento a quanto accaduto alla redazione reggina dell’Ora della Calabria, ndb) e s’impedisce ai consiglieri regionali d’intervenire! Le storture della Giustizia in questa città – ha protestato con veemenza, urlando, l’ex presidente della Vigilanza –. Scarcerare le persone perché hanno o meno l’uso di una segreteria politica è una porcheria, e io lo devo denunciare in questa sede».  Lamentele cui il presidente Talarico, a quel punto, s’è limitato a replicare facendo cenno alle possibili tutele giuridiche in capo a Chizzoniti «per poter eccepire ogni errato comportamento sul fronte delle regole».

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23 settembre 2013

Separati alla nascita (1) – Cerrato vs. Naccarato

Come non notare alcune somiglianze, specie tra “uomini pubblici”?

Ecco, per cominciare, il confronto tra un rappresentante apicale di una delle più importanti istituzioni giornalistiche e un politico assai noto in Calabria, ma anche fuori dai confini calabresi in quanto a lungo amico (e considerato “delfino”) dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

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17 settembre 2013

Insulti via Facebook? “Lettera aperta” all’arcivescovo della diocesi Reggio Calabria-Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini

Filed under: la missiva — mariomeliado @ 05:32
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Sono rimasto colpito dalla disputa che s’è accesa, inopinatamente, sullo status Facebook dell’amico e collega giornalista Peppe Baldessarro a proposito delle recenti esternazioni del neoarcivescovo della diocesi Reggio Calabria – Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini.

Dico sùbito che non sono affatto d’accordo nell’uso del termine “cesso” nei confronti del nuovo arcivescovo reggino (com’è stato apostrofato su tale pagina del popolare social network). Come non sarei d’accordo a rivolgere quest’epiteto a un rabbino o a un imam, a un altro giornalista o a un politico o a un operaio o a un insegnante.
Il termine è forte, io quest’insulto non lo userei “e basta”.
E a maggior ragione non lo userei – quale che sia il motivo – nei confronti di una qualsiasi autorità religiosa, perché a mio avviso (e secondo autorevoli giuristi) nel rispetto verso l’altrui libertà di culto è incluso il rispetto dei simboli, dei riti e dei sacerdoti di qualsiasi credo.

…Ora però entriamo “nel vivo” della questione.
Tutto nasce da quanto asserito da monsignor Fiorini Morosini in relazione a quanto accaduto a don Nuccio Cannizzaro, che come qualcuno dei lettori di questo blog saprà è stato rinviato a giudizio con l’accusa d’aver dichiarato il falso (ma al riguardo rinvio senz’altro al pezzo scritto per Lettera43.it).
Il neoarcivescovo di Reggio Calabria, nelle ore immediatamente successive al suo insediamento del 9 settembre scorso, aveva detto: «Un mafioso non è tale fino all’ultimo grado di giudizio, ma anche dopo è bene fare molta attenzione nel giudicare». Un riferimento chiaro anche alla vicenda di don Nuccio, che poi ha causato l’aspro commento di Baldessarro: «Io invece non sono garantista, dunque per me questo vescovo è un cesso, e per dirlo, oltre che pensarlo, non ho bisogno di attendere alcuna sentenza».

Ora, se avete letto il testo linkato, la “sfida” che ha davanti Fiorini Morosini è (fra le altre) proprio quella di “comunicare” una Chiesa più nettamente in contrasto coi frutti avvelenati della criminalità organizzata, non soltanto con un po’ di belle parole ma coi fatti.
Il problema nasce quando l’arcivescovo reggino risponde con una frase a nostro parere inconcludente.

“La responsabilità penale è personale”, “si è innocenti fino a prova contraria”, “si è innocenti fino alla condanna definitiva, cioè quella che arriva col terzo grado di giudizio” sono infatti nozioni base del diritto, all’università vengono studiate al primo anno di Giurisprudenza.
…ma che c’entra questo col modo in cui la Chiesa, e la Chiesa di una città “di frontiera” come Reggio Calabria in particolare, deve affrontare gli scogli della ‘ndrangheta?

Se la Chiesa e le sue varie terminazioni locali ritenesse infatti di uniformarsi all’idea che dopo la condanna definitiva si è colpevoli, non farebbe altro che recepire un principio cardine dell’ordinamento giuridico italiano. Con tutto il rispetto – anche alla luce del principio “libera Chiesa in libero Stato” -, se pure la Chiesa cattolica fosse contraria, per la legge italiana un condannato con sentenza irrevocabile rimarrebbe un “colpevole”.

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12 settembre 2013

Museo nazionale, dietro l’angolo c’è un nuovo referendum: Cinquestelle lo chiede con forza

Non partecipatimuseoalfassimo, l’incontro coi partiti politici promosso dai commissari straordinari alle redini del Comune di Reggio Calabria al Museo nazionale col soprintendente regionale Francesco Prosperetti. Scopo: occuparsi in profondità del progetto firmato da Nicola Di Battista per il completamento dei lavori che concerne Palazzo Piacentini e, in particolare, il suo ingresso principale e l’assetto complessivo della prospiciente piazza de Nava.

Durante la riunione del 10 settembre, alcune forze politiche si sono pronunciate con estrema decisione affinché siano i cittadini reggini a esprimersi, attraverso un referendum comunale: cosa curiosa, l’unico Referendum comunale mai tenutosi in precedenza, dieci anni fa – era il 30 giugno 2003 –, aveva un tema decisamente affine, cioè la clonazione o meno dei Bronzi di Riace. Insomma, ancòra una volta i nostri giacimenti culturali (benché sotto altro profilo, più identitario e meno urbanistico, diciamo così).

In una nota congiunta, il coordinatore Grande città del Pdl Daniele Romeo (che molti indicano ormai quale candidato sindaco pidiellino di Reggio) e il suo vice vicario Antonio Pizzimenti (altro ex consigliere comunale come Romeo) ammoniscono a «trovare il giusto compromesso affinché l’area venga riqualificata senza snaturare la zona», mentre a proposito degli oltre 10 milioni di euro indispensabili «è necessario verificare immediatamente, per prima cosa, che la Commissione europea abbia concesso l’intera somma». Di qui l’idea che «la cittadinanza debba esprimersi con grande attenzione sulla questione» tramite una consultazione «attraverso Internet oppure recandoci a votare personalmente, come accadde 10 anni fa».

Quanto a Cinquestelle, la deputata reggina Federica Dieni – non presente personalmente a causa dei lavori parlamentari

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9 settembre 2013

Svegli contro le ‘ndrine… Nasce così la web-radio antimafia “Nessun dorma”

Si chiama Nessun dorma – come la celeberrima aria della pucciniana Turandot la prima web-radio europea antimafia, ospitata a Reggio Calabria nella sede di Croce Valanidi dell’OsserRadio Nessun Dormavatorio sulla ‘ndrangheta (ex “Museo della ‘ndrangheta”).
Oggi pomeriggio la presentazione ufficiale, svolta dal direttore dell’Osservatorio Claudio La Camera, dal procuratore distrettuale di Reggio Federico Cafiero de Raho e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato, il noto giornalista e attivista antimafia assassinato per volontà del parente-superboss Tano Badalamenti.
Ma si sono raccolti contributi preziosi pure del procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza, del questore reggino Guido Longo come pure di Danilo Sulis, direttore editoriale di Radio Cento Passi.

Non solo informazione: anche musica, intrattenimento, “esplorazione” della realtà circostante tra i pilastri dell’emittente radiofonica che prenderà concretamente le mosse a novembre…

Dlopreiciamo anche che giusto in seno alla presentazione (la radio tra un bimestre avrà vita grazie all’attività insostituibile del dj Filippo Lo Presti e del tecnico audio Maurizio Albanese) non è mancata la dialettica, com’è giusto che sia.
Per esempio, l’emittente radiofonica dev’essere classificata come una nuova strumentazione anti-‘ndrangheta oppure no?
Ad avviso di Sferlazza, «non ci sono dubbi che anche la radio Nessun Dorma è una forma di contrapposizione, benché di matrice culturale». Per La Camera, invece, «l’azione culturale è la mossa più giusta anche perché bisogna uscire dalla logica che vede anche le azioni di contrasto non militare alle mafie soltanto quali misure “oppositive”».

…Punti di vista, fermo restando che già esercitare un’attività (non solo) informativa in maniera libera e pienamente indipendente non può far piacere a chi ha imperniato la propria vita sull’illegalità. Resta il fatto che per una trentina di ragazzi, che verranno formati all’indirizzo d’attività giornalistiche, più strettamente radiofoniche (elaborazione e conduzione di programmi musicali) e tecniche, l’impegno in “Nessun Dorma” diventerà «mezzo per fare informazione, modello positivo, occasione d’aggregazione, strumento per creare futuro…» come lo stesso La Camera ha posto in evidenza, sottolineando che l’emittente farà comunque anche da moltiplicatore per la già importante azione militare contro le ‘ndrine.

Anche un’altra considerazione è stata svolta sul filo di opinioni distanti tra loro: la Calabria è oppure no arretrata – sul fronte imprenditoriale come sul versante dell’azione a favore della legalità – rispetto anche ad altri territori meridionali come la dirimpettaia Sicilia? «Sì, un po’ è vero… ma insomma, neanche più di tanto», ha affermato tra le altre cose Claudio La Camera. «La Sicilia? Rispetto alla Calabria, mi spiace dirvelo, ma è avanti di vent’anni», ha affermato il procuratore capo di Reggio. E questo perché «dopo le stragi, nel ’92 ha trovato il coraggio di dire “basta” e di portare avanti il cambiamento… Reggio, in questo senso, ha ancòra tanto da fare» anche perché «purtroppo rimane un pezzo di città che ama fare affari con le ‘ndrine, altri che “riconoscono” la ‘ndrangheta considerandola un male insopprimibile… Ecco, sono proprio queste persone che di fatto legittimano i clan ogni giorno».

…Ma torniamo alla radio.

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4 settembre 2013

Museo nazionale, i commissari del Comune di Reggio chiamano i partiti a raccolta

Ha fatto discutere a lungo, a Reggio Calabria, il progetto per la sistemazione di piazza De Nava in relazione all’ingresso principmuseumplazaale del “nuovo” Museo nazionale della Magna Grecia bandito nel novembre 2010.

Come si ricorderà, all’inizio dell’anno successivo, rispetto ai nove studi (invitati e) partecipanti al bando, fu proclamato vincitore il progetto presentato da Nicola Di Battista, dell’Università di Cagliari (vedi rendering).

Sono state molte le remore di associazioni di lungo corso come gli Amici del Museo in relazione ai più che probabili rinvenimenti archeologici non appena si andasse a scavare dirimpetto a Palazzo Piacentini. Tantissimi i punti critici sollevati da Vincenzo Panuccio & C., in particolare circa l’edificazione dell’enorme Sala ipogea – 50 metri di lunghezza per 22 di larghezza per 10 di profondità, da ricavare nel sottosuolo del corso Garibaldi -, sia per gli scavi, sia per il vincolo archeologico che “comunque” li vieterebbe, sia per la necessaria (epperò d’imponderabile durata) chiusura totale della piazza e di un ampio tratto dell’arteria principale della città al fine d’effettuare i lavori.

In relazione a queste e a molte altre censure, il 27 luglio – dopo il forum di metà mese con 30 realtà associative reggine – l’associazione scrisse un’accorata lettera al Ministero per i Beni culturali invocando l’immediato stop all’appalto e l’apertura di un “tavolo” di confronto sulle modifiche e le integrazioni da apportare a Palazzo Piacentini.

Anche per questo motivo, in data 30 agosto la Commissione straordinaria alle redini di Palazzo San Giorgio ha inviato una missiva rivolta alle forze politiche della città.

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