il Caffè di Meliadò

12 febbraio 2013

Gesualdo Costantino: medico, politico, amministratore. E, secondo la Dda di Reggio, non solo questo…

Un pedigree d’assoluto rispetto.

Politico giovane (compirà 44 anni fra 6 giorni esatti) e dinamico, Gesualdo Costantino – medico di professione, tra i 65 presunti appartenenti al clan melitese della ‘ndrina Iamonte arrestati nell’àmbito dell’operazione Ada, cioè Armi droga e appalti, messa a segno oggi dai Carabinieri su input della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria – stava nel nucleo degli amministratori “di nuova generazione” con un robusto credo ex-democristiano e allevati da un capocorrente significativo come l’ex assessore regionale (e consigliere regionale in carica) Pasquale Tripodi.

Il suo “giro” politico-partitico non era stato troppo distante rispetto a quello di altri amministratori provinciali (ad esempio, l’ex consigliere provinciale Nino Romeo l’oggi sindaco di Palmi e consigliere provinciale udiccino Gianni Barone). Così, Costantino militò nell’Udeur qucostantino.jpgando l’ex sindaco di Bova Marina era coordinatore provinciale dei mastelliani, e in questa veste il 24 novembre 2006 Tripodi ebbe a modo di “presentarlo” (vedi foto a sinistra: il primo da sinistra, accanto a Tripodi, è appunto Costantino) alla gente di Melito Porto Salvo quale vicepresidente della Provincia e assessore provinciale del collegio Melito-Montebello Jonico-Roghudi.

E certo non è un passaggio che si possa sottacere, questo. Sì, perché il presidente della Provincia reggina del tempo, l’oggi capogruppo pd a Palazzo Foti Pino Morabito, non solo è persona rispettabilissima ma – avvocato – ha anche  un ragguardevolissimo passato forense alle spalle, che include anni e anni da presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Reggio Calabria.

La scelta di Gesualdo Costantino, dunque del principale tra i propri collaboratori in Giunta, Morabito la riteneva del tutto “blindata” sotto il profilo legalitario (controprova? In altri momenti, quando riemersero le ombre d’ingombrantissime parentele con la ‘ndrina jonica degli Aquino per il suo assessore provinciale Rocco Agrippo, esponente socialista, Pino Morabito non esitò un istante a fargli “spintaneamente” rassegnare le deleghe, pur restando Agrippo nell’esecutivo “per la faccia della gente”. E fece bene: politicamente, perché in un “fiat” l’assessore di Gioiosa Jonica passò armi e bagagli all’Mpa e dunque al centrodestra. E poi in quanto le cronache, non molto tempo dopo, ci restituirono un Agrippo tra gli arrestati di un’altra pesantissima operazione della Dda reggina, “Circolo Formato”).

Poi la diaspora degli ex del “partito del Campanile”, con Pasquale Tripodi e molti dei suoi a traghettare dall’Udeur all’Unione di centro dapprima (ai tempi in cui segretario provinciale era il compianto Paolo Mallamaci, come in precedenza lo era stato anche dell’Udeur).

A proposito: ma perché quella fuga di massa dalle sponde mastelliane?

….Perché nel frattempo proprio Tripodi era stato arrestato, con grande clamore, nell’àmbito della megaopeminn.jpgrazione Naòs (che tratteggiava inquietanti link tra ‘ndrangheta e camorra, sotto l’ègida d’imponenti business nell’edilizia come nel narcotraffico) esattamente mentre era assessore regionale al Turismo e alle Attività produttive. E l’oggi capolista al Senato per il Pd Marco Minniti (mi
nistro junior all’Interno nel dimissionario governo
Prodi) fu tra coloro i quali si complimentarono per la brillante operazione, sollecitando «liste rigorose» per le Politiche imminenti; mentre Clemente Mastella (che fino ad allora nel medesimo esecutivo era stato Guardasigilli) prese recisamente le distanze, negando tra l’altro di aver avuto l’intenzione di candidare Tripodi per Palazzo Madama.

“Gelo” (e presunte bugie) che fecero arrabbiare di brutto i Tripodi-boys che quando, 23 giorni dopo la misura cautelare, l’assessore fu scarcerato per poi uscire definitivamente dal processo, fecero scaturire una “fuga di massa” dall’Udeur.

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21 novembre 2010

Universitòpoli / Lettera a docenti e impiegati della “Mediterranea” di Reggio Calabria

Cari docenti e funzionari di Architettura, o meglio: cari docenti e funzionari dell’intera Università “Mediterranea”, in un momento così difficile ci sono poche brevi parole che noi vorremmo rivolgervi, a mo’ di lettera aperta.

 

Innanzitutto, sappiamo bene come la stragrande maggioranza di voi siano persone perbene, con la schiena dritta e che non hanno nemmeno mai immaginato di piegarsi a minacce e lusinghe del crimine organizzato. E’ importante ribadirlo, nel momento in cui si solleva il polverone di un autentico – e secondo noi giustificatissimo – caso mediatico nazionale.

 

In seconda battuta, sarà il caso di distinguere tra pandette ed etica, insomma tra eventuali responsabilità penali e questione morale.

E quel che stando all’accusa è successo, ha per teatro non una panetteria ma un luogo d’alta formazione, dove si creano menti e destini dei giovani, in un contesto socio-territoriale pesantemente involuto da generazioni.

 

E allora, noi vorremmo lasciare da parte i doverosi accertamenti della magistratura, ma pure lo sgomento collettivo; e rivolgerci ai singoli.

 

Ognuno di voi sa se davvero ha compiuto atti inammissibili per un dipendente di un presidio accademico o a maggior ragione per un docente universitario. Se davvero ha falsificato esami o li ha svolti alla carlona per un’intimidazione, se è stato connivente, se ha agevolato operazioni inconcepibili, se “sapeva” e ha taciuto.

 

Al di là del futuro verdetto dei magistrati, chi di voi avesse fatto tutto questo, a nostro avviso già nelle prossime ore deve fare solo una cosa: ammettere tutto pubblicamente, fare fagotto e lasciare immediatamente l’Università.

 

Il futuro della Calabria è incompatibile con questi esempi, il modello da offrire ai giovani che coraggiosamente decidono di rimanere a studiare e, se mai troveranno un’occupazione, a lavorare qui è incompatibile con questi comportamenti.

Per la coscienza di chi davvero avesse ceduto alle pressioni dei clan non ci sarà mai archiviazione.

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