il Caffè di Meliadò

18 settembre 2012

“Caso Rappoccio”, scontro sulla legittimità dell’avocazione

“Caso Rappoccio”, stamattina lunghe ore d’udienza (dalle 9,30 fino alle 15): entro dopodomani (20 settembre) la decisione del Tribunale della libertà sulla misura cautelare contestata dal legale del consigliere regionale del Partito repubblicano arrestato – l’avvocato Giacomo Iaria, che già aveva chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere al giudice per le indagini preliminari Vincenzo Pedone, con esito negativo – e la cui necessità è stata invece ribadita dall’avvocato generale Francesco Scuderi.

Il motivo di fondo sviscerato dall’avvocato Iaria nel chiedere la scarcerazione per il proprio assistito concerne innanzitutto la divergenza valutativa circa la sussistenza degli estremi per contestare al consigliere pri (eletto per la lista Insieme per la Calabria alle Regionali 2010) Antonio Rappoccio il reato associativo, come eseguito dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria in seguito all’avocazione della causa. E come, invece, non fatto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale reggino per mezzo dei tre contitolari della pubblica accusa (l’oggi procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, il procuratore aggiunto e oggi reggente degli uffici di Procura Ottavio Sferlazza e il sostituto procuratore Stefano Musolino), che ai sensi dell’articolo 87 del Dpr 570/1960 (che prevede da 6 mesi a 5 anni di carcere per chi «esercita pressioni» per costringere gli elettori «a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o a votare in favore di determinate candidature, o ad astenersi dalla firma o dal voto») non avevano però contestato il reato d’associazione a delinquere in relazione agli «artifici e raggiri volti a limitare la libertà degli elettori al fine di ottenere più voti di preferenza».

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