il Caffè di Meliadò

24 novembre 2011

Anche il “reggino d’adozione” Morcone e il possibile sostituto di Musi (Pd) D’Andrea nel toto-sottosegretari

La “nuova” partita per il governo Monti è, ovviamente, quella relativa ai sottosegretari. Se ne parla oramai da giorni; praticamente, già immediatamente dopo la nomina e il giuramento dei nuovi ministri (atti che hanno visto “al palo” tutti i “papabili” calabresi, dall’ex rettore della Normale di Pisa, il rosarnese Salvatore Settis, fino alla catanzarese Luisa Torchia, amministrativista di vaglia e docente universitaria a “Roma Tre”; salva la cooptazione nel prestigioso posto di sottosegretario alla Presidenza dell’ormai ex presidente dell’Authority Antitrust, il catanzarese Antonio Catricalà).

Il fatto è che ora, mentre il premier Mario Monti si destreggia per l’Europa tra un colloquio con Manuel Barroso e un vertice trilaterale con Merkel e Sarkozy…, anche per una questione di tempi il toto-sottosegretari diventa più stringente. Stando alle voci più accreditate, 8 sarebbero i viceministri (ex “ministri junior”) e 25 i sottosegretari, il minimo indispensabile per consentire al Governo centrale di lavorare a pieni giri; e a dispetto di quanti sostengono da tempo che, nel “sottobosco” ministeriale, stavolta troverebbero ampia copertura vari partiti dell’arco costituzionale – e comunque i due maggiori, Pd e Pdl –, prende corpo ogni ora di più l’ipotesi che anche viceministri e sottosegretari possano rivestire un profilo squisitamente tecnico, come i componenti del gabinetto Monti. Quantomeno, si trattasse di politici, il criterio ormai nitido è che non dovrebbe comunque trattarsi di parlamentari in carica.

La cosa diventa rilevante anche sul fronte calabrese.

Sì, perché almeno la Torchia potrebbe “rispuntare” sotto questo profilo, come probabile sottosegretario alla Giustizia.

Mentre un ex “reggino d’adozione”, il prefetto Mario Morcone, primo direttore dell’Agenzia per i beni confiscati e sequestrati alle mafie – che, va ricordato, ha a Reggio Calabria la sua sede nazionale, nel quartiere Tremulini –, dopo la bruciante sconfitta quale candidato piddino a sindaco di Napoli, potrebbe essere cooptato tra i sottosegretari. Il dicastero di destinazione, per Morcone, sarebbe quello della Cooperazione internazionale (retto da Andrea Riccardi che, in alternativa, all’ex prefetto di Napoli potrebbe assegnare anche un ruolo più strettamente tecnico quale capogabinetto del dicastero). Non va comunque dimenticato il profilo fortemente istituzionale di Mario Morcone, il suo pedigree prefettizio e il suo essere stato capo Dipartimento Vigili del fuoco presso il Ministero dell’Interno: Viminale dove, secondo alcuni osservatori, in alternativa potrebbe fare ritorno.

A proposito di persone di cui a lungo s’è parlato in relazione alla Calabria, invece, perde qualche colpo (ma resta possibilissima) la nomina del potentino Giampaolo D’Andrea – ex sottosegretario ai Beni culturali, “papabile” commissario regionale del Partito democratico, dopo le dimissioni del senatore Adriano Musi – quale sottosegretario ai Rapporti col Parlamento: lo insidia da vicino il giovanissimo Federico Silvio Toniato, ciellino che godrebbe della stima (e dell’appoggio) della Santa Sede. Va detto però che D’Andrea, già responsabile nazionale Ricerca del Pd, potrebbe in tal caso essere “riciclato” quale sottosegretario al Ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca.

Tra i vari altri nomi assai gettonati in queste ore – ma si dovrebbe decidere solo lunedì prossimo – quello del presidente dell’Invalsi Giuseppe Cosentino (Welfare o Miur) e del giurista Vincenzo Zeno-Zencovich (Comunicazioni: Zeno-Zencovich è noto agli addetti ai lavori anche in qualità di concreto estensore della cosiddetta “legge Gasparri”).

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18 settembre 2010

Pd, -5 al commissariamento nelle province. Pdl, Totò Caridi per Reggio?

Aspettiamoci smentite….. Tuttavia, adesso della volontà del commissario regionale Adriano Musi di chiedere al “numero 1” dei garanti del Partito democratico, Luigi Berlinguer, il subcommissariamento anche per alcune (o tutte?) le province calabresi si sa anche la probabile data: mettiamoci un bel condizionale – oltre ai riscontri incrociati che, lo diciamo per ogni eventuale <lezione di giornalismo> fosse impellente impartire da parte di chiunque, già abbiamo ovviamente incamerato sul punto – l’incontro avverrebbe giovedì 23 settembre e, salve novità, per Reggio Calabria e Catanzaro in particolare , “non c’è salvezza”, asserisce qualcuno.

Ripetiamo, come già s’era detto: il punto interrogativo attiene più che altro a Crotone, dove il segretario provinciale è quel Francesco Sulla – ex assessore regionale alle Attività produttive e attuale consigliere regionale-questore di minoranza – che fin qui parrebbe tra i “recuperabili”. A patto ovviamente di essere tra quanti, già all’interno del movimento “A testa alta per la Calabria”, riterranno di non seguire Peppe Bova fuori dal partito e nell’avventura, che pure elettoralmente pare imminente, dei Riformisti democratici per la Calabria: in caso contrario, il “cartellino rosso” pare già pronto.

Oh, a proposito d’espulsioni… Il discorso si fa importante, perché dopo il nugolo d’amministratori pubblici più o meno importanti, tra il Catanzarese e il Cosentino, che hanno invocato la clemenza di Musi (o meglio degli organi deputati a formalizzare l’espulsione dal Partito democratico) per l’ex viceGovernatore Nicola Adamo, in questi giorni s’è notato che anche rispetto a Bova qualche voce, incluso qualche consigliere comunale piddino (Frank Benedetto, da ultimo un ex “boviano-di-ferro” come Gianni Minniti) ha suggerito di non gettare il bambino con l’acqua sporca. Peccato che (absit iniuria verbis), come ha illustrato molto molto bene in un intervento al curaro nientemeno che il “ribelle dei ribelli”, Walter Veltroni (dunque la sua non poteva essere una censura a Bova che si ribella a Roma, considerato che a Pierluigi Bersani si sta ribellando lui stesso che ne fu predecessore al timone dei dèmocrat), una buona fetta di partito ritenga che “l’acqua sporca” (o la <statua di sale>: fate voi) sia proprio quel che altri ritengono “il bambino”; e viceversa…

A ogni buon conto. L’intervento di Gianni Minniti è a nostro avviso doppiamente importante. Perché da un lato abradedetto da un “compagno di strada”, oltre che da un vecchio “compagno”, crediamo sia più importante rispetto ad altre voci talora legittimamente interessate – ogni residuo possibile convincimento di Peppe Strangio di poter restare nella propria postazione di segretario del Pd reggino. In altre parole: se anche mai la Federazione reggina alla fine di tortuosi e inesplorabili percorsi non venisse commissariata (ne dubitiamo assai), i consiglieri comunali non lo vogliono lì perché, indipendentemente dal valore dell’ex capogabinetto dell’allora presidente del Consiglio regionale Bova, lasciarlo in quella postazione equivarrebbe tragicamente a “ripetere gli errori del passato, quelli che hanno accelerato processi di stillicidio interno al partito a Reggio e nella sua provincia”. Ma soprattutto, dall’altro lato la missiva del consigliere Minniti va al nocciolo della questione che, oggi, il Pd si trova davanti. Fa capire senza remore che un conto è la normalizzazione del partito, un conto è stupire tutti attraverso un ampio coinvolgimento della società civile e altri “colpi di tacco” più o meno mediatici, un conto è la selezione del personale politico (per esempio attraverso le Primarie, che il commissario Adriano Musi vuole fortemente per ogni carica apicale)… tutt’altro conto è vincere una competizione elettorale.

Questo lo sanno tutti, già; eppure, questo è il nodo.

Il centrodestra, per esempio, sa che in teoria il Comune di Reggio Calabria è un Ente “AAA”: tripla A, praticamente impossibile da perdere nelle valutazioni dei sondaggisti e degli analisti di settore, come certi collegi alle Politiche ai tempi del maggioritario uninominale (che, se tornasse…. a fronte del incarnato dal “Porcellum” ovvero dall’eventualità di un proporzionale puro rivendicato da molti che riproietterebbe largamente il Paese verso l’ingovernabilità… beh, se tornasse non sarebbe poi così male: o no?). Ora, le spaccature del centrodestra lasciano ipotizzare che alcuni nomi, per esempio di “fedelissimi scopellitiani” (Franco Zoccali, Demy Arena), siano difficilmente compatibili con l’iceberg elettorale che c’è di fronte: la coalizione di centrodestra, se vuole vincere con certezza, deve vincere al primo turno. Perché se si va sotto il 50,1% dei voti validi, sinceramente, con tutto quel che è accaduto all’interno del Popolo della libertà e le frizioni con diversi alleati e una città che – una tantum! – sente palpabile la pressione del crimine organizzato su di sé e sui Palazzi, al ballottaggio potrebbe accadere davvero ogni cosa.

“Quindi”, serve un macinavoti di primissima scelta. E guardando indietro, alle Regionali del marzo scorso: chi, se non l’attuale assessore regionale alle Attività produttive Antonio Caridi?

Caridi, più che ex-udc diremmo ex-ccd (e ben lo prova l’appartenenza al gruppo di Pino Galati dei Popolari Europei poi confluito nel Pdl, area che oggi vanta vari consiglieri regionali e ben due assessori, cioè appunto Caridi e il catanzarese Mimmo Tallini), “sa come si fa”. Dal punto di vista della canalizzazione del consenso, del coinvolgimento di un’area vasta della coalizione e del provare a marciare compatti verso un muro difficilissimo da scalare: oltre metà dei consensi disponibili in città sul suo nome. Non mancano, in verità, consistenti riserve: è evidente che dopo tutto quel che è successo neppure Mazinga potrebbe scartare senza danni tutto quello che Peppe Raffa e gli elementi a lui vicini rappresentano, né certi problemini ben noti alla base del Pdl che il sindaco facente funzioni e il suo tortuoso percorso recente hanno semplicemente messo a nudo (come spiegare, altrimenti, gli asperrimi contrasti assessori-consiglieri sulla nobilissima questione delle ….deleghe consiliari?).  E poi, proprio in casa-Pdl, sono in tanti a mormorare che, un giorno dopo l’elezione, con Totò Caridi sindaco la città potrebbe conoscere una pagina amministrativa non memorabile: abbiano ragione o meno, l’esistenza (e insistenza) di considerazioni di questo tipo è un altro fattore che chi sceglierà il candidato e il diretto interessato, a tempo debito, dovranno valutare con attenzione.

Ci sarebbe un’altra carta più che spendibile: il leader nazionale del Pri Franco Nucara.

Dal punto di vista della qualità, riteniamo ci sarebbe veramente poco da ridire su un nome come quello dell’ex ministro junior all’Ambiente. Certo però adesso sul suo nome pesa negativamente (così come, in caso di successo, avrebbe pesato assai e in positivo) l’aborto del gruppo parlamentare dei “responsabili”; per non parlare delle critiche giuntegli dall’interno del suo stesso pur “micro”partito (basterà per tutti Giorgio La Malfa: “E’ una vergogna”, con Nucara a rintuzzare, senza mai nominarlo: “Per me, è più vergognoso aver appoggiato uno come Prodi”). Soprattutto, è agevole identificarlo come il “ragionatore”, un kingmaker abile e intelligente; meno, come il trascinatore elettorale in grado di convincere 100mila persone che scegliere lui sarebbe un buon contratto per il futuro di Reggio Calabria.

17 settembre 2010

E adesso, di liste-bandiera, fatene altre… mi raccomando!

Il gran movimento verificatosi in questi mesi a Palazzo Campanella, dopo le elezioni regionali dello scorso mese di marzo, ad avviso di questo blogger serve soprattutto a una cosa: a far capire in via definitiva che, a differenza di quanto accade con la Destra (dove, in sintonia coi temi-di-casa, si ha un controllo ‘militare’ di liste e partitini, singoli e movimentucoli vari), a Sinistra la proliferazione dei soggetti politici ben difficilmente ‘paga’.

Il riferimento #1 non può che essere il “partito del Presidente” messo in campo appunto alle ultime Regionali: “Autonomia e diritti”.

1) IL PASSATO PROSSIMO. Ma se già un ‘movimento del Presidente’ e cioè il Partito democratico meridionale (Pdm) aveva creato una marea di polemiche, al limite dell’impeachment nei confronti dell’allora Governatore in carica per il centrosinistra Agazio Loiero, ma come si sarebbe potuto mai pensare seriamente che gli alleati e soprattutto la composita galassia degli appartenenti al Pd fosse in grado di digerire amabilmente la discesa in campo di una lista-partito che, oltretutto, in varie province è andata a setacciare uomini piddini importanti direttamente nelle istituzioni?

2) IL PRESENTE. AD (Autonomia e diritti), oltre ad avere infelicemente una sigla che rimanda all’Architectural’s Digest – prezioso baedeker di ogni amante dell’architettura e degli splendidi interni che si rispetti -, infelice perché mentre il giornale AD ci mostra il bello così il partito Ad ci ha mostrato cose quasi sempre inguardabili, ha segnato un punto-di-non-ritorno rispetto al “prima”.
Prima del marzo 2010, infatti, si riteneva che l’ex ministro Loiero fosse in qualche modo un re Mida della politica, in grado di trasformare non diciamo in argento, ma almeno in silverplate tutto il materiale politico, non sempre di prima qualità……, che toccava. Adesso, al di là d’essere stato maciullato dall’eurostar elettorale Scopelliti, Agazio Loiero ha prodotto nei terzi la certezza che il materiale politico che coinvolge in qualche progetto è destinato a fare una pessima fine e, spesso, a farla fare ad altri.

Il progetto-Ad è fallito una prima volta nel marzo 2010. Molti (…vero, Franco Petramala??) erano convintissimi che avrebbe raccolto grandi consensi nella politica organizzata ma penalizzata – su vari livelli – dal Pd ‘casamadre’ e anche nella società civile assai vicina al centrosinistra epperò non organica a tale coalizione, trainando l’uscente verso la riconferma. Non è andata affatto così e Autonomia e diritti ha conquistato suffragi decenti, “salvandosi” sotto il profilo di una valutazione meramente elettorale per il solo frangente di essere l’unico altro soggetto politico dell’intero centrosinistra “andato a seggi”, oltre ai ‘tradizionali’ Pd e Fds, e conquistandone tra l’altro ben 4. Malgrado i 4 seggi, la valutazione non va oltre il risultato <decente> per l’ovvio raffronto da eseguire con l’altra “lista del Presidente“: Scopelliti Presidente ha attinto in modo assai più significativo a espressioni della società civile e non organiche ai partiti già presenti. E il suo risultato elettorale e d’immagine è stato a dir poco devastante (considerando, soprattutto, gli elevatissimi suffragi ben fuori dalla provincia d’appartenenza del Governatore neoeletto, Reggio Calabria).

Il progetto-Ad è fallito una seconda volta (e Loiero sapeva benissimo tutto in anticipo, avendolo architettato anche se…. ops!, questo non si può dire, se no s’arrabbia!) quando i Democratici hanno amaramente capito l’antifona: altro che valore aggiunto!, i 4 consiglieri di Ad sarebbero rimasti per i fatticelli propri. Con tanto di gruppo autonomo. E, inevitabilmente, facendo pesare assai meno il Pd a Palazzo Campanella.

Il progetto-Ad è fallito una terza volta nel momento in cui s’è capito che neppure Loiero costituiva più il vero collante di Autonomia e diritti: ed ecco il vibonese Ottavio Bruni prendere pubblicamente le distanze dal “suo” Presidente (ricordiamo che fino a una manciata di giorni prima era “solamente” il capogabinetto della sua Giunta regionale……………); il rendese Rosario Mirabelli (qui in foto) prima transfuga nell’Api e dopo un paio di giorni destinatario di un avviso di garanzia accompagnato da pregnante misura restrittiva (francamente, non sappiamo quale dei due eventi abbiamo destato più sconcerto… ma sappiamo che difficilmente sarebbe rimasto nel gruppo di un Pd che ha per capogruppo quel Sandro Principe contro il quale per ben due volte aveva tentato, invano, la scalata alla sindacatura di Rende. Tantopiù, ben sapendo che l’aveva fatto da uomo di Alleanza nazionale, come dire: un po’ distante dal Pd, ecco…), ecco Mario Franchino tornare a casa-base dopo l’ultimatum del commissario regionale piddino Adriano Musi. E il solo Enzo Ciconte restare sulle posizioni di Ad di cui, a questo punto, detiene un indiscusso quanto vuoto monopolio.

Il progetto-Ad è fallito una quarta volta, soprattutto!, quando è stato “alibi perfetto” per l’exit-strategy di Peppe Bova e Nicola Adamo. E lì ci si potrebbe scrivere un film: <Visto che voi cattivoni avete lasciato il Pd alla Regione sostazialmente nelle mani di chi, Loiero, ci ha condotto alla sconfitta del marzo scorso e contemporaneamente ha le mani in pasta in un altro soggetto politico…>.

Chiaro, no? E che importa se quest'<altro soggetto politico> s’è liquefatto come neve al sole. Tanto, era tutto scontato come i prezzi durante i saldi.

24 giugno 2010

Nel Pd, ancora Musi lunghi: è commissario-time

Tanto rumore per nulla. O no?

Adriano Musi, senatore del Pd e sindacalista, è il neocommissario piddino in Calabria.

…già, ma “chi è” Musi?

Un senatore. “Un” senatore, sarebbe meglio dire; dopo l’esperienza da segretario nazionale aggiunto della Uil e la legislatura alla Camera dei deputati, adesso è a Palazzo Madama dov’è – nientemeno! – vicepresidente di minoranza della commissione Finanze.

…Quindi?

Al netto di tutti gli (enormi) sbagli del Partito democratico in Calabria (citiamo per tutti Agazio Loiero e Carlo Guccione, consapevoli che l’elenco completo sarebbe lungo), c’è davvero da chiedersi se, col dovuto rispetto, la leadership Musi è l’arma giusta per risolvere i problemi del Pd calabro.

Forse no.

Si chiedeva, s’implorava un “cambio di passo” generazionale – giusto o sbagliato che sia come criterio, eh – e il partito fin qui guidato da un 50enne viene commissariato da un 62enne.

Si chiedeva un imprinting politico forte e viene a prendere il timone del partito un esponente dei Repubblicani europei (che non solo esprimono solo due parlamentari, l’altra è la leader dell’Mre Luciana Sbarbati, ma soprattutto fin qui non risulta siano stati “inscrollabili” nella loro adesione al Pd…).

Si chiedeva una prestigiosa autorità politica d’autentico rango nazionale, tanto che si son fatti nomi “eccellentissimi”, dal vicepresidente della Camera Rosy Bindi all’ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti… ed è finita con Musi.

Bah.

La capacità attrattiva, anche nei confronti delle giovani generazioni di possibili simpatizzanti piddini, ci sembra relativa. Sull’effettiva volontà e capacità di dirimere i mille nodi e le mille scaramucce interne ai dèmocrat di Calabria, si vedrà.

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