il Caffè di Meliadò

9 maggio 2010

L’imbarbarimento della crisi del Pd calabrese? Chiedere a Bersani, please…

 <…L’unico atto di responsabilita’, in particolare da parte di chi ha avuto ruoli di primo piano in questi anni nella politica regionale e nella direzione del partito sarebbe quello di fare un passo indietro e di non riproporsi in ruoli di direzione>. Così Mimmo Bevacqua, vicepresidente della giunta Oliverio che guida l’Amministrazione provinciale di Cosenza, per la verità a sua volta candidato alle ultime controverse Regionali.

Secondo il politico piddino d’estrazione rutelliana, <il primo messaggio che bisogna mandare ai cittadini> riguarda la <capacità di mettere in campo un nuovo progetto di crescita della Calabria ed una classe dirigente libera da vecchi vizi, che tanto danno hanno prodotto>.

Dunque, commissariamento del Partito democratico calabrese sì!, secondo Bevacqua. Perché, semplicemente, il ricorso a <personaggi ampiamente sperimentati e conosciuti> (non sarà difficile ipotizzarne nomi & cognomi) <in funzione ed in ruoli di responsabilità in questi anni in Calabria sarebbe davvero disastroso>.

 …Sarà vero? Mah.

Resta la grande perplessità: da un lato c’è chi ritiene sempre valido l’antico brocardo medice, cura te ipsum. Dall’altro, esiste però un ampio – potenzialmente enorme – popolo dèmocrat che ne ha piene le tasche di cencellismo, dietrologie, guerre di finta-avanguardia combattute, possibilmente, dopo aver perso tutte le battaglie intermedie in seguito a tattiche maldestre e dagli esiti disastrosi.

 Una cosa, certo, va chiarita fin d’ora.

Rispetto a un eventuale imminente commissariamento, il corpaccione della base piddina non pensa proprio a certi ‘alti papaveri’ – diciamo così –trapiantati chi a Catanzaro, chi a Roma per prendere le redini del Pd e affossarlo definitivamente

Anche se i commissariamenti difficilmente fanno bene a un soggetto politico (ed extrapolitico, se è per questo), come evidenziato nei giorni scorsi dal presidente regionale pd Pino Caminiti, questo è il momento per sfoderare un minimo di decisionismo da parte di quella segreteria Bersani che, dopo aver vinto e stravinto la disputa congressuale sul territorio calabrese (in modo francamente vergognoso, per il convergere sul suo nome di personalità che prima e, come s’è visto, anche adesso invece si stavano scannando, gettando il partito alle ortiche), ha incarnato una delle più clamorose, plastiche rappresentazioni di leadership imbelle dal dopoguerra, coi risultati ben noti.

Come sempre, la storia non si fa con i ‘se’.

Però è stuzzicante, ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere nella Calabria-ai-tempi-di-Scopelliti se Pierluigi Bersani, sostanziale ‘dominus’ del partito a vocazione maggioritaria nel centrosinistra, invece di fregarsene altamente e promettere <i conti in Calabria li faremo dopo le elezioni> a seguito delle assurde scintille tra ‘big’ piddini come Agazio Loiero e Peppe Bova, avesse preso in mano le redini della questione schiodandone le amabili terga dalle rispettive postazioni, istituzionali e di partito senza alcuna differenza.

Secondo una buona fetta della base piddina oggi, probabilmente, dovrebbe farlo. Tardivamente.

23 aprile 2010

Liberarsi vuol dire anche: ‘ndrangheta, addio!

Questo ragionamento non può che iniziare dalla fine: 20 aprile 2010, questa data ricordatevela. Può darsi diventi un pezzo di Storia.

A Palermo – cuore della Sicilia anti-“pizzo” degli Ivan Lo Bello, dei confindustriali che finalmente hanno deciso di sbattere la porta in faccia a chi è organico a Cosa Nostra, ai collusi, persino a chi indirettamente quanto illegalmente finanzia senza fiatare l’Idra-di-Lerna del crimine organizzato -, dopo un anno, 365 giorni appena!, dall’inebriante avvio della stagione di “Addiopizzo”  (29 giugno 2004), circa 200 commercianti palermitani avevano già denunciato alle forze dell’ordine i loro aguzzini.

Al di là del folklore e dell’impegno civile, dei punti interrogativi sull’anonimato di chi osservava che “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” e dell’assoluta necessità di farsi artefici del proprio destino, questo è il guanto di Sfida con la “S” che oggi Reggio Calabria deve raccogliere. 

Il punto di (ri)partenza è, allora, ReggioLiberaReggio, la nuova incredibile intuizione di don Luigi Ciotti (il fondatore dell’associazione antimafia “Libera”) che, nemmeno il tempo d’avere la sua inaugurazione formale all’Auditorium San Paolo della città dello Stretto, ha già coagulato intorno a sé 58 associazioni reggine. E’ un logo; una speranza; una campagna di consumo critico; un invito a sputtanare chi quotidianamente sputtana le nostre vite; un gesto di coraggio; la dimostrazione, infine, che insieme si può (molto oltre qualche facile slogan elettorale). Insieme si può davvero battere la ‘ndrangheta, e ce la si può fare ritorcendole contro la sua Arma per eccellenza: la paura.

Sì, ReggioLiberaReggio perché <onestamente non ci si può aspettare che a liberarci venga qualcun altro>, ha detto con la solita apparente ruvidezza don Ciotti davanti al presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket Tano Grasso, rappresentanti delle associazioni di categoria e magistrati ‘impegnati’ come il procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, agli imprenditori-coraggio (pochissimi) che già hanno trovato la forza di denunciarlo anche a Reggio, il racket (da  Tiberio Bentivoglio, fra i premiati nella serata, al venditore di macchine agricole Antonino Frisina, che nella Piana di Gioia Tauro devastata dall’omertà e da clan come i Piromalli e i Bellocco, i Molè e i Pesce, ha subìto l’affronto di doversi rivolgere al Tar nel tentativo di dimostrare che la ventina d’attentati perpetrati ai suoi danni per non essersi voluto piegare all’iniqua legge della ‘tangente di mafia’ erano effettivamente frutto delle malvage pretese della ‘ndrangheta e non… della sua fantasia).

E allora, va bene, ci sarà un adesivo con questo slogan (appunto ReggioLiberaReggio) sulle vetrine di tutti gli esercizi aderenti, a significare che quei commercianti lì non pagano il ‘pizzo’, hanno denunciato i loro estorsori o lo faranno. E sì, servirà inevitabilmente quel supporto socioeconomico che sta nella gente: i reggini, pochi o molti – ma si spera molti -, dovranno testimoniare <da che parte stanno> indicando pubblicamente di supportare quei negozi e non gli altri, quei commercianti che al racket si sono ribellati e non quelli che soggiogati dalla paura di terribili conseguenze hanno ancora quel cappio al collo che piano, piano si va stringendo senza che neppure se ne accorgano.

…ma la cosa potenzialmente decisiva è che l’ago della bilancia, la paura, si sposti dall’altra parte. E i ragazzi di don Ciotti quest’intuizione ce l’hanno avuta nitida, folgorante, cristallina.

Nella punta dello Stivale per la prima volta da quando il fenomeno mafioso esiste, sta accadendo un fatto nuovo: le ‘ndrine hanno paura. Hanno paura gli sgherri per i quali una vita vale poche centinaia di euro; hanno paura. Perché la libertà non ha ‘pizzo’.

Hanno incredibilmente, tangibilmente paura di andare a chiedere il “pizzo” a un negoziante. Hanno paura perché temono – un timore fondato – che quel commerciante non si asservisca più al solito càlati juncu, ca passa la china ma alzi la testa, se ne sbatta altamente delle loro pretese di malaffare e vada dritto in Commissariato a denunciarli. Sì, hanno paura, perché sta nascendo una generazione nuova, ma ancor più una coscienza nuova, la consapevolezza che nella vita tutto finisce, anche un negozio, forse anche la vita, sì, ma sicuramente anche la ‘ndrangheta a un bel momento finirà. E quel momento può essere ora.

Questo è il potenziale dentro quella che per il “prete-coraggio” di Libera è un fatto <mai accaduto in Italia, che tanta gente si mettesse insieme indicando un simbolo da seguire, imprenditori da aiutare  e sostenere>. Oggi, però, i fatti dicono che a Reggio Calabria si registra fin qui qualcosa come tre denunce nei confronti dei “santisti” che chiedono il “pizzo“.

…E allora, è bene tener presente che il problema è uno solo, quello di sempre: la memoria.

Avete presente l’Idra di Lerna di cui parlavamo prima? Ercole riuscì a ucciderla in una delle sue epiche ‘fatiche’ malgrado le sue 9 teste, malgrado un fiato che uccideva chiunque l’inalasse. Pochi, però, ricordano che secondo la leggenda fu proprio il velenosissimo sangue dell‘Idra, in cui il semidio aveva intinto le frecce della sua faretra, a dargli la morte perché la moglie Deianira si fece ingannare e impregnò di quel sangue una delle vesti di Ercole. …..Ricordarselo non farà male.

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