il Caffè di Meliadò

26 luglio 2013

CASO RAPPOCCIO (2) // Chizzoniti: “Strategia infantile, ma spera in qualche magistrato”

(segue)

«Dimissioni paradossali». «Strategia infantile che insulta anche l’intelligenza di un bambino».

…È così che la pensa l’accusatore #1 di Antonio Rappoccio, cioè Aurelio Chizzoniti (accuratamente mai, mai, mai menzionato, neppure una volta, nel cochiz2rso dell’intera conferenza stampa di ieri pomeriggio dello stesso Rappoccio, pure sostanzialmente indagato prima e arrestato poi solo per le circostanziatissime denunce dell’ex presidente del Consiglio comunale di Reggio Calabria).

Chizzoniti, che fino a ieri pomeriggio in quanto ha rivestito l’incarico di consigliere regionale proprio al posto di Rappoccio – reintegrato nel ruolo giusto all’inizio della seduta consiliare del 24 luglio, terminata la sospensione dal suo scranno alla luce della scarcerazione –, ritiene che il “gioco” del ri-consigliere sia quantomai chiaro: la strategia di Antonio Rappoccio sarebbe «palesemente finalizzata a bizantineggiare», benché esista pur sempre la “spada di Damocle” dell’udienza del Tribunale della libertà del 7 agosto, che potrebbe comunque optare per la “revoca della revoca” dei domiciliari per l’ormai e esponente repubblicano.

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Resta una valutazione durissima (per quanto scontata fosse…) da parte dell’ex assessore regionale.

Le dimissioni di Antonio Rappoccio a partire dal 24 settembre prossimo, scelta che ieri questo blogger ha definito un comportamento da “dimissionario precario”,  «oltraggiano il Consiglio regionale perché – argomenta Chizzoniti – legittimano la consumazione di una moltitudine di reati della cui reiterazione nessun magistrato coinvolto inquirente o giudicante s’è minimamente preoccupato, sdoganando spericolatamente un consigliere che s’è esaltato strumentalizzando cinicamente il dramma della disoccupazione giovanile».

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23 aprile 2010

Liberarsi vuol dire anche: ‘ndrangheta, addio!

Questo ragionamento non può che iniziare dalla fine: 20 aprile 2010, questa data ricordatevela. Può darsi diventi un pezzo di Storia.

A Palermo – cuore della Sicilia anti-“pizzo” degli Ivan Lo Bello, dei confindustriali che finalmente hanno deciso di sbattere la porta in faccia a chi è organico a Cosa Nostra, ai collusi, persino a chi indirettamente quanto illegalmente finanzia senza fiatare l’Idra-di-Lerna del crimine organizzato -, dopo un anno, 365 giorni appena!, dall’inebriante avvio della stagione di “Addiopizzo”  (29 giugno 2004), circa 200 commercianti palermitani avevano già denunciato alle forze dell’ordine i loro aguzzini.

Al di là del folklore e dell’impegno civile, dei punti interrogativi sull’anonimato di chi osservava che “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” e dell’assoluta necessità di farsi artefici del proprio destino, questo è il guanto di Sfida con la “S” che oggi Reggio Calabria deve raccogliere. 

Il punto di (ri)partenza è, allora, ReggioLiberaReggio, la nuova incredibile intuizione di don Luigi Ciotti (il fondatore dell’associazione antimafia “Libera”) che, nemmeno il tempo d’avere la sua inaugurazione formale all’Auditorium San Paolo della città dello Stretto, ha già coagulato intorno a sé 58 associazioni reggine. E’ un logo; una speranza; una campagna di consumo critico; un invito a sputtanare chi quotidianamente sputtana le nostre vite; un gesto di coraggio; la dimostrazione, infine, che insieme si può (molto oltre qualche facile slogan elettorale). Insieme si può davvero battere la ‘ndrangheta, e ce la si può fare ritorcendole contro la sua Arma per eccellenza: la paura.

Sì, ReggioLiberaReggio perché <onestamente non ci si può aspettare che a liberarci venga qualcun altro>, ha detto con la solita apparente ruvidezza don Ciotti davanti al presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket Tano Grasso, rappresentanti delle associazioni di categoria e magistrati ‘impegnati’ come il procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, agli imprenditori-coraggio (pochissimi) che già hanno trovato la forza di denunciarlo anche a Reggio, il racket (da  Tiberio Bentivoglio, fra i premiati nella serata, al venditore di macchine agricole Antonino Frisina, che nella Piana di Gioia Tauro devastata dall’omertà e da clan come i Piromalli e i Bellocco, i Molè e i Pesce, ha subìto l’affronto di doversi rivolgere al Tar nel tentativo di dimostrare che la ventina d’attentati perpetrati ai suoi danni per non essersi voluto piegare all’iniqua legge della ‘tangente di mafia’ erano effettivamente frutto delle malvage pretese della ‘ndrangheta e non… della sua fantasia).

E allora, va bene, ci sarà un adesivo con questo slogan (appunto ReggioLiberaReggio) sulle vetrine di tutti gli esercizi aderenti, a significare che quei commercianti lì non pagano il ‘pizzo’, hanno denunciato i loro estorsori o lo faranno. E sì, servirà inevitabilmente quel supporto socioeconomico che sta nella gente: i reggini, pochi o molti – ma si spera molti -, dovranno testimoniare <da che parte stanno> indicando pubblicamente di supportare quei negozi e non gli altri, quei commercianti che al racket si sono ribellati e non quelli che soggiogati dalla paura di terribili conseguenze hanno ancora quel cappio al collo che piano, piano si va stringendo senza che neppure se ne accorgano.

…ma la cosa potenzialmente decisiva è che l’ago della bilancia, la paura, si sposti dall’altra parte. E i ragazzi di don Ciotti quest’intuizione ce l’hanno avuta nitida, folgorante, cristallina.

Nella punta dello Stivale per la prima volta da quando il fenomeno mafioso esiste, sta accadendo un fatto nuovo: le ‘ndrine hanno paura. Hanno paura gli sgherri per i quali una vita vale poche centinaia di euro; hanno paura. Perché la libertà non ha ‘pizzo’.

Hanno incredibilmente, tangibilmente paura di andare a chiedere il “pizzo” a un negoziante. Hanno paura perché temono – un timore fondato – che quel commerciante non si asservisca più al solito càlati juncu, ca passa la china ma alzi la testa, se ne sbatta altamente delle loro pretese di malaffare e vada dritto in Commissariato a denunciarli. Sì, hanno paura, perché sta nascendo una generazione nuova, ma ancor più una coscienza nuova, la consapevolezza che nella vita tutto finisce, anche un negozio, forse anche la vita, sì, ma sicuramente anche la ‘ndrangheta a un bel momento finirà. E quel momento può essere ora.

Questo è il potenziale dentro quella che per il “prete-coraggio” di Libera è un fatto <mai accaduto in Italia, che tanta gente si mettesse insieme indicando un simbolo da seguire, imprenditori da aiutare  e sostenere>. Oggi, però, i fatti dicono che a Reggio Calabria si registra fin qui qualcosa come tre denunce nei confronti dei “santisti” che chiedono il “pizzo“.

…E allora, è bene tener presente che il problema è uno solo, quello di sempre: la memoria.

Avete presente l’Idra di Lerna di cui parlavamo prima? Ercole riuscì a ucciderla in una delle sue epiche ‘fatiche’ malgrado le sue 9 teste, malgrado un fiato che uccideva chiunque l’inalasse. Pochi, però, ricordano che secondo la leggenda fu proprio il velenosissimo sangue dell‘Idra, in cui il semidio aveva intinto le frecce della sua faretra, a dargli la morte perché la moglie Deianira si fece ingannare e impregnò di quel sangue una delle vesti di Ercole. …..Ricordarselo non farà male.

20 luglio 2009

Il Pd e i suoi mille guai. Prendiamone “uno”…… Mario Meliadò intervista Mario Adinolfi, candidato alla segreteria nazionale (3)

(TRE – segue)

Caro Adinolfi… lasciamo da parte per un attimo il Pd.

Ieri era l’anniversario di via D’Avia d'ameliomelio: a ricordare un emblema della lotta alle mafie e della stessa storia del nostro Paese come Paolo Borsellino non c’erano non dico il Governo, ma neanche un parlamentare. E però mi pare in carica una Commissione antimafia guidata dall’autorevolissimo ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, che ha 2 vicepresidenti con solide radici calabresi come Mario Tassone, catanzarese da una vita nelle Istituzioni, e Luigi De Sena, ex vicecapo vicario della Polizia, che venne nominato Superprefetto di Reggio Calabria in seguito al delitto Fortugno…

Tutto pare aggravarsi, pensando che Rita Borsellino (la sorella del magistrato palermitano assassinato) è stata candidata alla guida della Regione Sicilia, e non proprio nel 1700…

<Che dire? Quanto accaduto è semplicemente inaccettabile. Le Istituzioni dovrebbero essere sempre presenti nella vita della gente e nel contrasto al crimine organizzato con la serietà del proprio impegno, il perseguimento della legalità ma anche col debito ricordo degli eroi che proprio per garantire il rispetto della legge e tutelare la nostra sicurezza hanno rischiato la vita o sono stati uccisi. Poi, è chiaro, la mia mente torna al ’92, quando io ero un ragazzino ma Cosa Nostra assassinava Falcone e Borsellino e proprio le loro morti eroiche alimentavano una voglia di rinascita e di contrasto al crimine organizzato che in Sicilia ha prodotto più frutti che altrove. Ma mi rimanda anche al 16 ottobre del 2005, quando le Primarie che indicarono in Romano Prodi il candidato-premier furono funestate, appunto, dal barbaro assassinio di Franco Fortugno a Locri. E più avanti alle Primarie in Sicilia… Un mix di brutti ricordi: anche in questo senso, questa politica deve cambiare>.

Mario, sei un candidato-outsider. Al di là dei tuoi lodevoli sforzi, come pensi che andrà a finire? Al congresso di ottobre, intendo, ma soprattutto dopo…

<A oggi, i dati ci dicono che la vittoria andrà a Pierluigi Bersani. E sarebbe un male per il partito, perché ci consegnerebbe un partito-chiesa fatto di antichi riti, che rimanda le sue regole interne alle decisioni dei soci delle bocciofile…, ricamando su vecchi schemi anacronistici rispetto alle pulsioni e ai bisogni del Paese. Questo quanto alla mia idea. Ma la tua domanda mi rimanda a un’oggettività con cui devo misurarmi: girando per l’Italia, vedo che la maggior parte della gente, specialmente degli iscritti al partito, si riconosce negli intenti di Bersani>.

Ehi, Mario… hai bluffato?! So che non la consideri una tecnica pokeristica virtuosa, ma il fatto che tu abbia preso parte a un World poker contest da questo punto di vista m’inquieta…

<No no, nessun bluff… Il problema è che sto giocando con carte più ‘deboli’. Aggiungo però che ho tale esperienza nel poker da aver visto tante volte carte ‘deboli’ diventare più ‘forti’ di quelle dell’avversario…>

(TRE – continua)

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