il Caffè di Meliadò

8 luglio 2012

A Genova, salta il processo alla ‘ndrangheta da export. L’inteprete dal calabrese? Si trova… solo a 1.000 km!!!

Ieri, nelle edicole genovesi, sulla “prima” del popolarissimo Secolo XIX spiccava una notizia che, più che di pesto, profuma di peperoncino…

Riguarda il processo Maglio 3, che già odora di Calabria in quanto derivata dall’omonima operazione messa a segno dai carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale) su input della Dda di Genova, appunto: oggetto, dunque, le ormai notissime (specie dopo lo scioglimento del Comune di Ventimiglia per infiltrazioni mafiose…) commistioni tra ‘ndrangheta e apparati pubblici in Liguria.

Tra gli altri, sono stati coinvolti e arrestati nell’ambito di Maglio 3 i presunti capibastone Mimmo Gangemi (….ma la signora di Ellis Island non c’entra niente!, mi raccomando) e Onofrio Garcea più una lunga serie d’altri soggetti, tra destinatari di misure cautelari e indagati a piede libero; l’organizzazione aveva contaminato tutt’e 4 le province liguri, a Ventimiglia era Michele Circosta – stando agli inquirenti – l’indiscusso capoclan.

Beh, la notizia per una volta non è questa, ma porta al sorriso.

Infatti la prossima udienza del processo ai boss delle ‘ndrine importate all’ombra della Lanterna salta… perché non s’è trovato un interprete calabrese-ligure (o calabrese-italiano, fate voi).

Giuro.

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6 aprile 2012

Il suicidio di Barbara, 53 anni, giornalista, disoccupata, c’interroga tutti

La morte di Barbara Dolza dovrebbe porre a tutti noi numerosi interrogativi.

Il primo, scontato ma giusto: chi è, anzi chi era Barbara?
Barbara era una di noi. Noi, gente comune; e noi, giornalisti.
Sì, io credo che in qualche misura questo pazzesco suicidio della collaboratrice del “Giornale di Chieri”, a 53 anni, sconcerti l’intera comunità per due ragioni almeno.

La prima: le modalità assurde. La povera collega, forse sconvolta dal suo stato di disoccupazione, s’è bruciata viva nel modo più orrido: tracciando un cerchio attorno a sé con la benzina e poi appiccando il fuoco, che piano piano le è giunto vicino fino a straziarla in un rogo quasi rituale. Il suo corpo è stato ritrovato semicarbonizzato a Villa Faraldi – nella campagna sopra San Bartolomeo al Mare, dove un tempo i suoi genitori avevano una casa – dai carabinieri di Diano Marina.

La seconda ragione: nessuno vuol prendere atto che creare lavori atipici significa anche, necessariamente, per forza di cose, creare problemi atipici.
Perché la stragrande maggioranza dei giovani dice di voler fare da grande il giornalista, prendendo a modello una professione che (in termini di guadagni e benefit, in termini di mobilità e conoscenza del mondo worldwide, per molti amici e colleghi perfino in termini di libertà) in concreto non esiste più, mentre nessuno ci tiene a far sapere che blasonatissimi giornali pagano i loro collaboratori 3 euro al pezzo; altre testate un po’ meno blasonate promettono mezzo euro al pezzo ma poi non corrispondono un centesimo per due, anche tre anni; altre ancora fanno fulcro sullo specchietto per le allodole della mera iscrizione a un Ordine che secondo molta parte degli stessi iscritti andrebbe piuttosto abolito?

Basta allora fare castelli-di-carta, il terribile atto autolesionistico di Barbara almeno ci aiuti a squarciare il velo dell’ipocrisia.
Va bene che ci siano tante voci nuove, ma SOLO senza sfruttamento selvaggio di redattori e collaboratori; altrimenti sia il mercato ad agire, decimando testate in molti casi assurde, prive d’alcun valore aggiunto e che non hanno motivo d’esistere, per consentire – possibilmente – di resistere sul mercato solo a voci autorevoli e in grado di far vivere decorosamente gli operatori del settore.

Mai più un suicidio come quello di Barbara Dolza; ….altro che articolo 18.

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