il Caffè di Meliadò

6 gennaio 2013

Se la subcultura mafiosa ha invaso il Nord

Non poteva fare un esempio migliore Enzo Ciconte (nessun legame con questo o quel politico: parliamo dello strepitoso storico della mciconteafia che insegna Storia della criminalità organizzata a Roma Tre, già deputato pci), per tentare di far comprendere in maniera “definitiva” quanto la ‘ndrangheta sia ormai da tempo un problema non solo calabrese, ma di tutto il Paese.

L’esempio prescelto è stato quello relativo all’operazione Minotauro; o meglio, a ciò che è venuto dopo l’operazione della Direzione distrettuale antimafia di Torino…

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8 luglio 2011

Racket & usura, il finto scandalo. I commercianti non denunciano. E lo Stato……

Il tema in Calabria è di quelli potenti.  «Non ci sono imprenditori che fanno la fila ai nostri uffici per denunciare… non siamo credibili, ecco il punto!», aveva sbottato pochissimo tempo fa il procuratore aggiunto della Dda reggina Nicola Gratteri in relazione a due fenomeni perversamente intrecciati fra loro e alla ‘ndrangheta: racket e usura.

Per la verità, sul punto le “verità rivelate” nell’ambito della Conferenza regionale delle autorità di pubblica sicurezza tenutasi a Reggio appena 24 ore fa, praticamente, nulla aggiungono e nulla tolgono. Anche perché Sos Usura e altre significativissime associazioni di settore da anni fanno sempre la stessa predica: il problema non è sensibilizzare, il problema non è contrastare o reprimere…. il problema è denunciare.

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23 ottobre 2010

Uno sguardo da non-calabrese sulla “Calabria sottosopra”

Al fondo, ci sono due Calabrie: quella degli onesti e quella dei disonesti.

Comunque la pensiate, questa considerazione del giornalista messinese del “Sole-24 Ore” Nino Amadore è l’unica (apparentemente) in dissonanza col titolo del suo ultimo, interessantissimo saggio: La Calabria sottosopra, fresco di stampa per Rubbettino.

E’ proprio la nettezza del quadro assiologico, delle premure valoriali che dovrebbe informare una Calabria “normale” (dalemianamente o meno, secondo i gusti). Una normalità «democratica e civile»; una normalità in grado di catalizzare una minima attenzione dei connazionali per frangenti non solo patologici. Una normalità che, al prossimo sguardo posato sulla Calabria da un non-calabrese, possa fargli sì dire e più forte di oggi che «i calabresi sono diversi»; stavolta, però, eviscerandone solo limpidezza, ingegno, dirittura morale e non più il mellifluo «collateralismo». Quell’ambizione semplice-semplice che fa dire a Nino De Masi, imprenditore quasi eroico nel denunciare i tassi usurari praticati nei suoi confronti da banche blasonate: «Vorrei essere una persona normale».

Per ora, recita uno degli atti giudiziari citati con rigore da Amadore, in questa terra «può più il piombo che il consenso elettorale»; fermi restando gli abbondanti punti interrogativi sull’effettiva libertà del voto, da queste parti. Quantomeno per assuefazione, troppi calabresi percepiscono come un usum loci malaforestazione e clientelismo, fondi Ue truffati e legami con logge massoniche «più o meno deviate»; e ancora cercano quel coraggio (beh, manzonianamente, se uno non ce l’ha non se lo può dare… o no?) indispensabile a portare avanti nelle coscienze e nel Paese una questione calabrese che invece esiste, «eccome».

Condanna senz’appello? No. A nostro avviso, il testo è permeato da una convinzione: la Calabria non è «sottosopra» per il peso degli scandali, di politici orfani dei Misasi e dei Mancini e che – salve rare eccezioni – definire collusi o inadeguati suonerebbe un complimento, di una classe dirigente complessivamente mediocre fatta di monadi in perenne guerra tra loro, di un popolo fiero che s’è reso servo delle ‘ndrine, del bisogno e dei comparati senza indignarsi davvero neppure per l’acqua che manca o le autostrade fatte con materiali facili a sbriciolarsi per rifarsi del “pizzo” versato agli sgarristi. No, quel che non le si può perdonare è l’incapacità della Calabria di «aspirare alla bellezza» malgrado lo sforzo del Creatore che, pure, in Principio c’era stato.

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