il Caffè di Meliadò

28 luglio 2013

Parlare “a spanne”: Scopelliti e i giornalisti “nemici della città”

Partiamo da un assunto-premessa: chi amministra la cosa pubblica deve rendere conto a media e opinione pubblradiogiornalitvica, non viceversa.
Sarebbe fin troppo facile, in caso contrario, che i politici – già spesso, purtroppo, avvezzi a questo malcostume, specie in territori “difficili” – inabissassero il loro operato amministrativo dietro la scusa che questa o quella testata, questo o quel cronista “parla male di loro”…
Fuori dall’attività politicoistituzionale, invece, rimane il principio della responsabilità personale: commette un reato il medico che si macchi di “malasanità”, il funzionario pubblico che si faccia corrompere, il calciatore che “venda” le partite… E naturalmente pure il giornalista che dolosamente scriva il contrario di quella che lui sa bene essere la verità magari anche documentale dei fatti. Ma si tratta di responsabilità a titolo individuale, quella di qualsiasi cittadino che deve ovviamente rispondere delle proprie azioni ai fini civili e penali, ove la legge lo sancisca. E poi ce n’è un’altra, indiretta: quella verso la limpidezza dell’informazione e del “patto coi lettori” (proprio come per il magistrato corrotto la responsabilità di procurare sfiducia verso la tripartizione dei poteri e il corretto esercizio del potere giudiziario, per il commercialista colluso l’indiretta responsabilità di agevolare le cosche alimentando la “zona grigia” etc.).

…Personalmente, questo blogger si batte da una vita, e sempre lo farà, per l’abrogazione di tutti i “reati d’opinione” e dell’odioso strumento della querela per diffamazione – spesso, vergognosamente usato a scopo “intimidatorio” – in particolare. Esistono infatti sicuramente ben altri strumenti per rendere giustizia alla Verità, ove infranta (depenalizzazione, norme più stringenti sulla rettifica, un utilizzo finalmente appropriato delle norme deontologiche che resituisca senso all’esistenza di un Ordine professionale, interattività nel caso del giornalismo on-line, perseguimento delle imprese che la parte lesa supponga abbiano incassato profitti illeciti da nonverità “dolose” anziché del singolo cronista molto più facile da colpire e molti molti altri che voi stessi potreste enumerare…).

Tutto Scopscopquesto, però, non c’entra niente con le recenti esternazioni del presidente della Giunta regionale Peppe Scopelliti che in due diverse occasioni, tra venerdì sera (in un incontro pubblico sul “decreto Taurianova”) e sabato mattina (in una conferenza stampa su un bando regionale sull’energia) s’è posto, e in realtà “ha” posto, precisi quesiti su una presunta informativa di polizia in cui si farebbe riferimento a una non meno presunta «manipolazione della verità e delle notizie» da parte di «cinque-sei giornalisti» che, ha affermato sempre il Governatore, sarebbero «sotto inchiesta a Catanzaro», anche se 1) «sicuramente quest’inchiesta verrà archiviata» (versione di venerdì sera) 2) «io non so esattamente se si tratti di un’inchiesta chiusa o ancòra aperta» (versione di sabato mattina).

Affermazioni che, diciamolo sùbito, sono finite nel mirino di molti giornalisti perché reputate inesatte-incomplete-inopportune-capziose (secondo le varie censure mosse) e anche dell’Fnsi (il sindacato dei giornalisti) della Calabria.

Prima di esporre le mie personali riserve, però, va chiarito un punto: qualsiasi cosa si pensi al riguardo, non bisogna indulgere all’appartenenza di questo o quel politico, né alle idee o alla testata di riferimento di questo o quel giornalista. I princìpi di cui stiamo parlando riguardano tutti i giornalisti italiani (e non solo) e il loro comportamento di fronte al Potere (di qualsiasi partito, coalizione, Ente).

Ora, personalmente, questo blogger ritiene che molte molte cose in quello che ha detto il presidente della Giunta regionale calabrese non vadano bene.
A partire dall’essersi intrattenuto, nel corso di due appuntamenti che palesemente nulla c’entravano col rapporto tra potere e media (cosa riguardassero, è scritto in questo stesso post diverse righe più su), su una presunta informativa; una presunta inchiesta; dei presunti contenuti; una presunta manipolazione; un presunto numero di giornalisti.
Un “parlare a spanne” che sicuramente non fa giustizia dello stesso Scopelliti.

Anche perché, vedete, Peppe Scopelliti non ha mai smentito d’aver ricevuto una richiesta d’informazioni da parte dell’ex sindaco ed ex ministro Gianni Alemanno (…e uno che è stato ministro, volendo, potrebbe chiedere lumi anche altrove…) circa la statura morale, diciamo così, del suo referente calabrese in pectore: quel Franco Morelli (ricordate le fatidiche parole videoriprese in un colloquio con Mimmo Crea in Consiglio regionale?, «Il compare di tuo compare è mio compare…», a nostro avviso anche scherzose, se vogliamo) poi arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’àmbito del “caso Sarlo”.
Scopelliti avrebbe «verificato» – con chi, se non con Prefetture e/o forze dell’ordine? Politicamente, infatti, sapeva perfettamente di chi si stesse parlando – per poi rassicurare l’ex ministro alle Politiche agricole, che Morelli non l’aveva mai neppure incontrato… com’è finita la vicenda, è noto. Epperò, insomma, pare difficile che stavolta (quando sarebbe ben più semplice procurarsele…), le informazioni le chieda a qualcun altro, no?

Ma il “caso Sarlo” ci giova, nel ragionamento, per almeno un altro motivo. Peppe Scopelliti è lo stesso uomo politico di lungo corso (ex consigliere comunale, ex presidente del Consiglio regionale, ex assessore al Lavoro, ex sindaco di Reggio Calabria per due mandati…) che non ha battuto un ciglio di fronte al comportamento del catanzarese Mimmo Tallini. Il quale, nel “processo Sarlo”, s’è avvalso della facoltà di non rispondere. Un atteggiamento processualmente del tutto lecito; politicamente, però, dubitiamo che Tallini (o chi per lui, se protagonista fosse stato un altro politico anche d’altro colore) potesse restare assessore regionale un secondo di più dopo un’azione del genere, alla periferia dell’omertà. Invece… su quell’atteggiamento non c’è stato niente da ridire; e difatti l’assessore “muto” davanti ai giudici è ancòra in Giunta.

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16 gennaio 2013

Reggio Non Tace tra partecipazione, fischi e insulti…

I 1.100 circa che hanno affollato al Centro direzionale di Sant’Anna li ho visti grintosi e bonari, determinati e riflessivi. Ma s20130111_203856oprattutto, l’Assemblea pubblica realizzata grazie alla caparbietà di Reggio non tace (…e al pronunciamento di giudici amministrativi: ma il fatto che si sia reso necessario questo passaggio è solo un doloroso episodio…) mi è parsa un fondamentale passaggio partecipativo, considerato oltretutto che da anni Palazzo San Giorgio era praticamente infrequentabile da parte dei “comuni” cittadini che avessero voluto partecipare alle sedute del Consiglio comunale, incredibilmente senza che si fosse pensato a celebrare, piuttosto!, i Consigli in luoghi differenti (e che potessero ospitare il pubblico) in via temporanea.

C’era anche il coordinatore della Commissione straordinaria, Vincenzo Panico. E sebbene a nessun politico o amministratore (e dunque neppure a un amministratore-funzionario post-scioglimento) vada concessa “carta bianca” senza valutarne concretamente l’operato in relazione a singoli specifici atti e alla sua attività istituzionale complessiva, trovo sia stato molto misurato e adeguato al ruolo.

Ma del prefetto Panico c’è una cosa che l’altra sera m’è piaciuta particolarmente. Prendendo appositamente la parola, ha chiarito alle centinaia di presenti: «Nel corso di un’assemblea, credo vada garantito il diritto di parola a chiunque».

AglianoCos’era accaduto, per spingere Vincenzo Panico a quella sobria ma precisissima frecciata?

Poco prima, aveva preso la parola l’ex assessore comunale Peppe Agliano, certamente uno “scopellitiano di ferro”.  E praticamente già dalle prime parole, Agliano era stato travolto, ma che dico travolto?, subissato dai fischi quasi dell’intero Centro direzionale. Mentre alcuni (pochi, in verità), specie dalle prime file, cercavano di mettere a tacere chi, fischiando, esprimeva profondo dissenso (misto, per la verità, anche a insulti all’ex amministratore reggino e a espliciti inviti ad andar via e a interrompere l’intervento).

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10 Mag 2012

Come cambierà l’editoria. Almeno, quanto al debito pubblico

“Un vincolo al Governo nel riordinare le misure di sostegno all’editoria, improntato alla selezione delle categorie dei possibili beneficiari, individuando forme di intervento per l’innovazione, lo start-up e la multimedialità, con l’obietttivo di modernizzare e sviluppare il settore, contenendo il peso degli oneri gravanti sulla finanza pubblica”: dovrebbe essere questo l’obiettivo dello schema di decreto legislativo sulla delega al governo per il riordino dei contributi alle imprese editrici, scrive l’agenzia di stampa Il Velino.

In particolare, le provvidenze dovrebbero risultare “strettamente correlate alle risorse annualmente disponibili” e il contributo non dovrebbe comunque “eccedere il fatturato dell’impresa beneficiaria”. 

Nel giro di un semestre, verrebbe così emanato nel novero dei provvedimenti per favorire la crescita (insieme con rigore ed equità uno dei 3 obiettivi-cardine del governo Monti), “su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i ministri interessati, uno o più decreti legislativi aventi ad oggetto lo sviluppo del mercato editoriale e la definizione di nuove forme di sostegno in favore del settore”.

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9 luglio 2010

Senza bavaglio (finché si può!)

Legge bavaglio? No, grazie!

Almeno per la giornata di oggi, è l’unica cosa che conta nel circuito nazionale dell’informazione. Ed è un “no” che, sinceramente, “parte da lontano”.

Personalmente, non posso dimenticare altri tentativi di concreto bavaglio: per esempio, il latente – e neanche tanto! – intento di precarizzare sistematicamente tutti gli operatori dell’informazione, incluse le figure apicali (capiservizio, capiredattori etc.), per poterli concretamente, pesantemente condizionare.

Ma poi pure di restringere sempre di più, sempre di più le maglie di ciò che si può scrivere, così agendo in concreto su tre fronti almeno:  1) l’agenda setting, perché è chiaro che se di certe cose non si può o “non si potrà” scrivere l’agenda di molte testate si ricalibra già oggi, tendendo a occuparsi delle cose che, almeno, potranno affrontare anche “domani”; 2) l’autocensura di molte testate e, perché no?, di tanti colleghi, inevitabilmente portati ad assecondare la calendarizzazione informativa spinta da certi gangli burocratico-amministrativi verso criteri “altri”; 3) la parametrazione dell’opinione pubblica nazionale, nella speranza che come ciuchi si vada coi paraocchi solo a guardare quel che il Signore di turno (destra, sinistra, centro: in questo caso, il colore politico non conta assolutamente niente!) graziosamente “consentirà” di trattare, scrivere, riferire e non la massa crescente d’informazioni che, dietro il paralume del diritto alla privacy, si vuol impedire di mettere nella disponibilità della pubblica opinione per garantire il diritto a “informare, informarsi, essere informati”.

Oggi è il giorno d’astensione dal lavoro praticamente per tutte le testate tranne quotidiani e service (che hanno scioperato ieri per impedire l’uscita dei giornali quest’oggi), scopo: realizzare un black-out informativo totale volto a sensibilizzare al massimo la gente e amplificare al top la portata della protesta, dire che “ci siamo”.

Lotta anche tu per non avere un’informazione censurata e che si autocensura.

Dici anche tu di no al ddl intercettazioni, la “legge bavaglio”.

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