il Caffè di Meliadò

11 maggio 2012

Il pentito Bonaventura: “Così la ‘ndrangheta spadroneggiava in via Bellerio…”

In un summit di ‘ndrangheta del 2006 a Crotone il boss Pasquale Nicoscia avrebbe affermato che la mafia calabrese ”teneva in mano” il “partito che odia i terroni”, ovvero la Lega, facendo riferimento al ruolo svolto da Romolo Girardelli, uomo d’affari genovese.

Lo ha raccontato, come riferito da fonti qualificate, il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura (vedi foto: in questi giorni, famoso più che altro per un’ormai notissima intervista-verità al programma Mediaset “Le Iene”…) sentito nei giorni scorsi dagli inquirenti di Reggio Calabria che indagano, tra gli altri, sull’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, e sul ‘filone’ del riciclaggio.

E’ appena il caso di ricordare che, collaboratore di giustizia dal 2007, di gnègnè (come Bonaventura era soprannominato negli ambienti criminosi del Pitagorico per la sua parlata) la ‘ndrangheta non s’era affatto dimenticata. Arrivando a progettare la sua uccisione per vendetta, come appurato dalla magistratura nei mesi scorsi: nel gennaio 2012, fu lo stesso pentito di ‘ndrangheta a spiegare che la Santa “mi stava facendo fare la stessa fine di Lea Garofalo”, la collaboratrice di giustizia assassinata e il cui corpo fu poi disciolto in un ingente quantitativo d’acido cloridrico.

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27 aprile 2010

Tegano in manette, la gente applaude. Il questore che piegò i Casalesi: “Vergogna”

Con somma urgenza, questo il take più recente dell’agenzia Ansa…

E’ stato salutato con un applauso il boss della ‘ndrangheta Giovanni Tegano, arrestato ieri sera a Reggio Calabria dopo 17 anni di latitanza, atteso stamattina da parenti e amici all’uscita della questura da dove poi è stato portato in carcere. Il modo con il quale è stato salutato il boss non è piaciuto al questore, Carmelo Casabona, che ha bollato gli applausi come un fatto vergognoso.
Ad applaudirlo una minoranza di parenti e amici ma l’episodio ha innescato un diluvio di polemiche e di dichiarazioni.
Qualcuno gli ha anche gridato ‘Giovanni uomo di pace’, proprio a lui che deve scontare una condanna all’ergastolo e che è stato protagonista degli anni della guerra di mafia di Reggio Calabria che provocò oltre seicento morti.

Quando stamani in conferenza stampa è stata posta la domanda sugli applausi il primo a sbottare è stato proprio Casabona ritenendo quanto accaduto “un fatto molto brutto”. Il Procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, ha ribadito che gli applausi erano rivolti ad una persona condannata all’ergastolo ed ha voluto sottolineare che “c’é sicuramente una stragrande maggioranza di calabresi che non ha voce per mancanza di strumenti o per paura”. Il no all’enfasi degli applausi è stato ribadito anche dal ministro Alfano e per il capo della squadra mobile, Renato Cortese, per anni Tegano ha alimentato quel fascino misterioso e “negativo soprattutto in coloro i quali sono venuti oggi ad applaudirlo”.
L’arresto del numero uno dei latitanti calabresi è sicuramente un duro colpo contro la ‘ndrangheta. L’ennesimo.

Quando ieri sera gli agenti della squadra mobile ed i colleghi del nucleo speciale Sco-Mobile hanno fatto irruzione nella villetta dove si nascondeva, Tegano ha cercato di nascondersi in una stanza buia. I poliziotti però gli hanno puntato in faccia un faro e, in quel preciso istante, il boss si è reso conto che la sua latitanza era finita. Tegano era inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi e dal 1995 erano state diramate le ricerche in campo internazionale. In realtà gli investigatori ipotizzano che il boss non si è mai allontanato da Reggio Calabria dove si concentrano i suoi “interessi”.
Con Tegano, che aveva una pistola ed un coltello, sono state trovate altre cinque persone, tra cui il genero, Carmine Polimeni, di 30 anni, che sono stati arrestati in quanto ritenuti fiancheggiatori. La villetta in cui si nascondeva, dotata di un sofisticato sistema di video sorveglianza, è stata sequestrata. Nonostante i suoi settant’anni, Tegano gestiva ancora i suoi affari e gli investigatori non escludono che proprio ieri sera fosse in compagnia dei suoi amici più fidati per parlare delle sue attività. Per gli investigatori il boss reggino è un “esponente di spessore della ‘ndrangheta”. Il suo arresto, secondo il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, chiude un ciclo perché è stato assicurato alla giustizia “l’ultimo dei grandi latitanti calabresi di notevole spessore”.

23 aprile 2010

Liberarsi vuol dire anche: ‘ndrangheta, addio!

Questo ragionamento non può che iniziare dalla fine: 20 aprile 2010, questa data ricordatevela. Può darsi diventi un pezzo di Storia.

A Palermo – cuore della Sicilia anti-“pizzo” degli Ivan Lo Bello, dei confindustriali che finalmente hanno deciso di sbattere la porta in faccia a chi è organico a Cosa Nostra, ai collusi, persino a chi indirettamente quanto illegalmente finanzia senza fiatare l’Idra-di-Lerna del crimine organizzato -, dopo un anno, 365 giorni appena!, dall’inebriante avvio della stagione di “Addiopizzo”  (29 giugno 2004), circa 200 commercianti palermitani avevano già denunciato alle forze dell’ordine i loro aguzzini.

Al di là del folklore e dell’impegno civile, dei punti interrogativi sull’anonimato di chi osservava che “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” e dell’assoluta necessità di farsi artefici del proprio destino, questo è il guanto di Sfida con la “S” che oggi Reggio Calabria deve raccogliere. 

Il punto di (ri)partenza è, allora, ReggioLiberaReggio, la nuova incredibile intuizione di don Luigi Ciotti (il fondatore dell’associazione antimafia “Libera”) che, nemmeno il tempo d’avere la sua inaugurazione formale all’Auditorium San Paolo della città dello Stretto, ha già coagulato intorno a sé 58 associazioni reggine. E’ un logo; una speranza; una campagna di consumo critico; un invito a sputtanare chi quotidianamente sputtana le nostre vite; un gesto di coraggio; la dimostrazione, infine, che insieme si può (molto oltre qualche facile slogan elettorale). Insieme si può davvero battere la ‘ndrangheta, e ce la si può fare ritorcendole contro la sua Arma per eccellenza: la paura.

Sì, ReggioLiberaReggio perché <onestamente non ci si può aspettare che a liberarci venga qualcun altro>, ha detto con la solita apparente ruvidezza don Ciotti davanti al presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket Tano Grasso, rappresentanti delle associazioni di categoria e magistrati ‘impegnati’ come il procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, agli imprenditori-coraggio (pochissimi) che già hanno trovato la forza di denunciarlo anche a Reggio, il racket (da  Tiberio Bentivoglio, fra i premiati nella serata, al venditore di macchine agricole Antonino Frisina, che nella Piana di Gioia Tauro devastata dall’omertà e da clan come i Piromalli e i Bellocco, i Molè e i Pesce, ha subìto l’affronto di doversi rivolgere al Tar nel tentativo di dimostrare che la ventina d’attentati perpetrati ai suoi danni per non essersi voluto piegare all’iniqua legge della ‘tangente di mafia’ erano effettivamente frutto delle malvage pretese della ‘ndrangheta e non… della sua fantasia).

E allora, va bene, ci sarà un adesivo con questo slogan (appunto ReggioLiberaReggio) sulle vetrine di tutti gli esercizi aderenti, a significare che quei commercianti lì non pagano il ‘pizzo’, hanno denunciato i loro estorsori o lo faranno. E sì, servirà inevitabilmente quel supporto socioeconomico che sta nella gente: i reggini, pochi o molti – ma si spera molti -, dovranno testimoniare <da che parte stanno> indicando pubblicamente di supportare quei negozi e non gli altri, quei commercianti che al racket si sono ribellati e non quelli che soggiogati dalla paura di terribili conseguenze hanno ancora quel cappio al collo che piano, piano si va stringendo senza che neppure se ne accorgano.

…ma la cosa potenzialmente decisiva è che l’ago della bilancia, la paura, si sposti dall’altra parte. E i ragazzi di don Ciotti quest’intuizione ce l’hanno avuta nitida, folgorante, cristallina.

Nella punta dello Stivale per la prima volta da quando il fenomeno mafioso esiste, sta accadendo un fatto nuovo: le ‘ndrine hanno paura. Hanno paura gli sgherri per i quali una vita vale poche centinaia di euro; hanno paura. Perché la libertà non ha ‘pizzo’.

Hanno incredibilmente, tangibilmente paura di andare a chiedere il “pizzo” a un negoziante. Hanno paura perché temono – un timore fondato – che quel commerciante non si asservisca più al solito càlati juncu, ca passa la china ma alzi la testa, se ne sbatta altamente delle loro pretese di malaffare e vada dritto in Commissariato a denunciarli. Sì, hanno paura, perché sta nascendo una generazione nuova, ma ancor più una coscienza nuova, la consapevolezza che nella vita tutto finisce, anche un negozio, forse anche la vita, sì, ma sicuramente anche la ‘ndrangheta a un bel momento finirà. E quel momento può essere ora.

Questo è il potenziale dentro quella che per il “prete-coraggio” di Libera è un fatto <mai accaduto in Italia, che tanta gente si mettesse insieme indicando un simbolo da seguire, imprenditori da aiutare  e sostenere>. Oggi, però, i fatti dicono che a Reggio Calabria si registra fin qui qualcosa come tre denunce nei confronti dei “santisti” che chiedono il “pizzo“.

…E allora, è bene tener presente che il problema è uno solo, quello di sempre: la memoria.

Avete presente l’Idra di Lerna di cui parlavamo prima? Ercole riuscì a ucciderla in una delle sue epiche ‘fatiche’ malgrado le sue 9 teste, malgrado un fiato che uccideva chiunque l’inalasse. Pochi, però, ricordano che secondo la leggenda fu proprio il velenosissimo sangue dell‘Idra, in cui il semidio aveva intinto le frecce della sua faretra, a dargli la morte perché la moglie Deianira si fece ingannare e impregnò di quel sangue una delle vesti di Ercole. …..Ricordarselo non farà male.

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