il Caffè di Meliadò

11 maggio 2012

“Amici”, così la Calabria chiede un (tele)voto per il ballerino Giofrè….

Giuseppe Giofrè è il giovane e avvenente ballerino originario di Palmi che ha stregato la platea televisiva (…composta prevalentemente da donne) del  talent-show Mediaset del sabato sera Amici, condotto da un’icona televisiva di Canale 5 e dintorni come Maria De Filippi.

All’inizio, il sostegno al danzatore ricco di glamour (e di capelli perennemente acciuffati) era tiepido, quasi timido. Ma tra pochissime ore, giusto domani sera (sabato 12 maggio)…, sul ragazzotto calabrese si accenderanno i riflettori della finalissima dello spettacolo del Biscione: occasione troppo ghiotta per non sfruttarla al meglio.

Ecco che “la Calabria sostiene la Calabria”. E così migliaia di macchine, nel giro di poche ore, si son ritrovate sui parabrezza (nel capoluogo di provincia Reggio Calabria e in diverse località del Reggino) un volantino edito dalla palmese Grapho Service a sostegno di Giofrè: <Votiamo più che mai Giuseppe, portiamolo alla vittoria!!!!>, sono i toni un po’ enfatici del pieghevole. E poi con tutti i moderni crismi, le armi giuste per supportare il corregionale alla prova estrema del talent: numero per gli sms, numero fisso e codice da utilizzare ai fini del televoto (codice numero 16, per la cronaca).

La Calabria avrà mille altri problemi. Ma stavolta i calabresi – o forse più che altro le calabresi… – staranno tutti uniti per Giuseppe Giofrè.

23 ottobre 2010

Uno sguardo da non-calabrese sulla “Calabria sottosopra”

Al fondo, ci sono due Calabrie: quella degli onesti e quella dei disonesti.

Comunque la pensiate, questa considerazione del giornalista messinese del “Sole-24 Ore” Nino Amadore è l’unica (apparentemente) in dissonanza col titolo del suo ultimo, interessantissimo saggio: La Calabria sottosopra, fresco di stampa per Rubbettino.

E’ proprio la nettezza del quadro assiologico, delle premure valoriali che dovrebbe informare una Calabria “normale” (dalemianamente o meno, secondo i gusti). Una normalità «democratica e civile»; una normalità in grado di catalizzare una minima attenzione dei connazionali per frangenti non solo patologici. Una normalità che, al prossimo sguardo posato sulla Calabria da un non-calabrese, possa fargli sì dire e più forte di oggi che «i calabresi sono diversi»; stavolta, però, eviscerandone solo limpidezza, ingegno, dirittura morale e non più il mellifluo «collateralismo». Quell’ambizione semplice-semplice che fa dire a Nino De Masi, imprenditore quasi eroico nel denunciare i tassi usurari praticati nei suoi confronti da banche blasonate: «Vorrei essere una persona normale».

Per ora, recita uno degli atti giudiziari citati con rigore da Amadore, in questa terra «può più il piombo che il consenso elettorale»; fermi restando gli abbondanti punti interrogativi sull’effettiva libertà del voto, da queste parti. Quantomeno per assuefazione, troppi calabresi percepiscono come un usum loci malaforestazione e clientelismo, fondi Ue truffati e legami con logge massoniche «più o meno deviate»; e ancora cercano quel coraggio (beh, manzonianamente, se uno non ce l’ha non se lo può dare… o no?) indispensabile a portare avanti nelle coscienze e nel Paese una questione calabrese che invece esiste, «eccome».

Condanna senz’appello? No. A nostro avviso, il testo è permeato da una convinzione: la Calabria non è «sottosopra» per il peso degli scandali, di politici orfani dei Misasi e dei Mancini e che – salve rare eccezioni – definire collusi o inadeguati suonerebbe un complimento, di una classe dirigente complessivamente mediocre fatta di monadi in perenne guerra tra loro, di un popolo fiero che s’è reso servo delle ‘ndrine, del bisogno e dei comparati senza indignarsi davvero neppure per l’acqua che manca o le autostrade fatte con materiali facili a sbriciolarsi per rifarsi del “pizzo” versato agli sgarristi. No, quel che non le si può perdonare è l’incapacità della Calabria di «aspirare alla bellezza» malgrado lo sforzo del Creatore che, pure, in Principio c’era stato.

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