il Caffè di Meliadò

17 settembre 2013

Insulti via Facebook? “Lettera aperta” all’arcivescovo della diocesi Reggio Calabria-Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini

Filed under: la missiva — mariomeliado @ 05:32
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Sono rimasto colpito dalla disputa che s’è accesa, inopinatamente, sullo status Facebook dell’amico e collega giornalista Peppe Baldessarro a proposito delle recenti esternazioni del neoarcivescovo della diocesi Reggio Calabria – Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini.

Dico sùbito che non sono affatto d’accordo nell’uso del termine “cesso” nei confronti del nuovo arcivescovo reggino (com’è stato apostrofato su tale pagina del popolare social network). Come non sarei d’accordo a rivolgere quest’epiteto a un rabbino o a un imam, a un altro giornalista o a un politico o a un operaio o a un insegnante.
Il termine è forte, io quest’insulto non lo userei “e basta”.
E a maggior ragione non lo userei – quale che sia il motivo – nei confronti di una qualsiasi autorità religiosa, perché a mio avviso (e secondo autorevoli giuristi) nel rispetto verso l’altrui libertà di culto è incluso il rispetto dei simboli, dei riti e dei sacerdoti di qualsiasi credo.

…Ora però entriamo “nel vivo” della questione.
Tutto nasce da quanto asserito da monsignor Fiorini Morosini in relazione a quanto accaduto a don Nuccio Cannizzaro, che come qualcuno dei lettori di questo blog saprà è stato rinviato a giudizio con l’accusa d’aver dichiarato il falso (ma al riguardo rinvio senz’altro al pezzo scritto per Lettera43.it).
Il neoarcivescovo di Reggio Calabria, nelle ore immediatamente successive al suo insediamento del 9 settembre scorso, aveva detto: «Un mafioso non è tale fino all’ultimo grado di giudizio, ma anche dopo è bene fare molta attenzione nel giudicare». Un riferimento chiaro anche alla vicenda di don Nuccio, che poi ha causato l’aspro commento di Baldessarro: «Io invece non sono garantista, dunque per me questo vescovo è un cesso, e per dirlo, oltre che pensarlo, non ho bisogno di attendere alcuna sentenza».

Ora, se avete letto il testo linkato, la “sfida” che ha davanti Fiorini Morosini è (fra le altre) proprio quella di “comunicare” una Chiesa più nettamente in contrasto coi frutti avvelenati della criminalità organizzata, non soltanto con un po’ di belle parole ma coi fatti.
Il problema nasce quando l’arcivescovo reggino risponde con una frase a nostro parere inconcludente.

“La responsabilità penale è personale”, “si è innocenti fino a prova contraria”, “si è innocenti fino alla condanna definitiva, cioè quella che arriva col terzo grado di giudizio” sono infatti nozioni base del diritto, all’università vengono studiate al primo anno di Giurisprudenza.
…ma che c’entra questo col modo in cui la Chiesa, e la Chiesa di una città “di frontiera” come Reggio Calabria in particolare, deve affrontare gli scogli della ‘ndrangheta?

Se la Chiesa e le sue varie terminazioni locali ritenesse infatti di uniformarsi all’idea che dopo la condanna definitiva si è colpevoli, non farebbe altro che recepire un principio cardine dell’ordinamento giuridico italiano. Con tutto il rispetto – anche alla luce del principio “libera Chiesa in libero Stato” -, se pure la Chiesa cattolica fosse contraria, per la legge italiana un condannato con sentenza irrevocabile rimarrebbe un “colpevole”.

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