il Caffè di Meliadò

16 febbraio 2014

Renzi-Letta: un passaggio del testimone discutibile. Però…

Per parlrelarne un attimo più estesamente, abbiamo ritenuto fosse meglio attendere oggi, in Calabria giornata delle Primarie per designare chi tra, Massimo Canale, Mimmo Lo Polito, Ernesto Magorno e Bruno Villella (in rigoroso ordine alfabetico) sarà il nuovo segretario regionale del Pd.
Ma bisogna ammette che il passaggio del testimone tra Matteo Renzi ed Enrico Letta a Palazzo Chigi è stato disarmante per il Paese, offensivo per il premier uscente, devastante per la gran parte dell’elettorato e dei quadri del Partito democratico.

Intanto, in tempi d’assoluta crisi della politica e crisi ancor più nera delle Istituzioni (basterà pensare a tutti gli angoli vivi prodotti dalla letteratura fiorita intorno alla “trattativa” Stato-mafia), non sembra un capolavoro d’intelligenza che un pur ormai quotatissimo dirigente del Pd (Renzi) abbia in concreto “fatto le scarpe” a un altro dirigente dello stesso partito (Letta) che pur esperto (già era stato ministro e guidava da un po’ una corrente dèmocrat, per quanto minoritaria) contestandogli i frutti di un Governo farcito di ministri piddini e in cui il Pd è stato la principale forza di maggioranza.
I modi, poi, sono stati sì brutali, ma soprattutto si sono sposati assai poco con l’epica delle Primarie. Ecco perché ci sembra più che opportuno parlarne proprio oggi…

Il Partito democratico “di Renzi” è “quel” Pd che ha sostenuto che le elezioni primarie quale strumento per selezionare la classe dirigente fossero inscritte nello stesso Dna del partito. Bene: il modo in cui Matteo Renzi sta veleggiando verso Palazzo Chigi è l’opposto di quelle considerazioni.
Una sorta d’elegia del Potere; quasi una lode dell’accoltellamento tra parentiserpenti; un elevare a potenza la tattica politica, contro ogni straccio di rispetto della legittimazione popolare che le Primarie hanno per sostrato fondamentale.

E però…


Ecco, un “però” c’è. E a questo blog sembra il momento giusto per chiarirne la portata.

Il goverLetta premierno Letta, a noi, sembrava morto al momento del suo varo.
C’è chi ha posto l’accento – talora, con estrema durezza – sulla composizione della “squadra” lettiana: alcuni mettendo in dubbio il “nuovismo” di gente come Franceschini o Quagliariello (o, nel caso del secondo, l’adeguatezza del nome all’improba sfida delle riforme), altri all’opposto censurando l’esagerato tasso di tecnicismo della compagine, altri ancòra stigmatizzando l’apertura al Popolo della libertà (fino a quando, dopo la scissione, il solo Ncd è rimasto in maggioranza e Forza Italia s’è collocata all’opposizione) quando a loro dire ben poco era stato fatto per cooptare altre forze di Sinistra e, comunque, il Movimento Cinquestelle che, per voti e indole, avrebbe potuto fungere da alleato piddino assai meglio che il Pdl.

Tanto per cambiare, però, se molti hanno osservato il dito ben pochi hanno analizzato la luna.
Interesse-zero sul programma: uno dei “tre pilastri” (teorici) del governo Letta, l’equità, nella sostanza non ha neppure sfiorato il corpaccione del nostro Paese. Le fasce deboli sono rimaste assolutamente indifese a tentare d’assorbire i terrificanti colpi di maglio di una crisi senza precedenti.
E soprattutto, scarsissima attenzione al rapporto tra punti programmatici, tempi e priorità.

…Perché era nato l’esecutivo Letta?
Intanto, perché il tentativo di Pierluigi Bersani era naufragato prima che il premier designato (appunto Bersani) sciogliesse la consueta “riserva”. Di qui l’indicazione di Letta, tra i lazzi di alcuni fieri oppositori (basterà menzionare le sprezzanti parole di Rosy Bindi, com’è noto deputata eletta in Calabria, circa il fatto che l’ex ministro fosse preparato ma «assolutamente non pronto» ad assumere le responsabilità delle redini del Paese) e la concreta delegittimazione del Governo nascente: impensabile durasse a lungo già per il sol fatto d’avere l’hombre vertical frutto non di una scelta dell’elettorato, non di una scelta del Parlamento ma di un mero ripiego (obbligato) da parte del Capo dello Stato, in assenza del quale si sarebbe tornati alle urne a pochi giorni dalle Politiche appena svolte.

Soprattutto, però, il governo Letta era nato per fare le riforme, e sopra ogni altra la riforma della legge elettorale, in odio al vituperato Porcellum (odiato dei classici odii italiani, quelli “del giorno dopo”, visto che in realtà l’orrida riforma Calderoli era stata votata praticamente da tutti i partiti e poi mai osteggiata con strumenti concreti, ma solo a parole).
Problema: se un Governo nasce per fare la nuova legge elettorale, tanto più se gli viene assegnato una durata massima di un anno poi forzatamente “prorogata” a 18 mesi, quale dev’essere la sua priorità assoluta?
Ecco, la domanda era quella giusta, ma la risposta che all’unisono hanno fornito governo Letta, Camera e Senato è stata quella scontata, la più sbagliata che potesse esserci: non dare un’assoluta corsia preferenziale all’abrogazione del Porcellum (poi “steso” dalla Corte costituzionale solo per la vergognosa inerzia parlamentare), ma piuttosto ad altre cose. Indipendentemente dalla volontà delle rispettive forze politiche, i parlamentari eletti per la maggior parte non sono mai felici di tornarsene a casa; il premier e i suoi ministri, d’altra parte, ben sapevano che se davvero avessero fatto strada alla nuova legge elettorale, una volta approvata tale riforma, tutti i Renzi e i Grillo di questo mondo avrebbero trovato assai agevole dire al Quirinale e alla pubblica opinione: «Bene, abbiamo trangugiato per un po’ di mesi questo piatto per noi indigesto per il bene del Paese, ma adesso la nuova elettorale c’è: si torni immediatamente alle urne».
Cinquestelle perché persuaso di potercela rifare alla sostanziale “ripetizione” delle Politiche, Matteo Renzi in quanto convintissimo di potersi intanto imporre alle primarie per la leadership e per la premiership e, con un po’ di fortuna, persino a governare il Paese al primo tentativo utile.

Ecco perché il governo Letta ci parve morto prima di sentirne alcun vagito. Ecco perché è stato concretamente difficile ostacolare la rincorsa del sindaco gigliato: perché un esecutivo che pure ha tentato alcune cose interessanti, e altre certamente ne avrebbe portate a casa con più tempo a disposizione, per egoismo e voglia di perpetuarsi s’è messo nelle condizioni di farsi contestare a ragione il mancato assolvimento del suo dovere principale, cioè di fare uscire le Istituzioni da quell’impasse così profondamente legato alla struttura del Porcellum e che, in fondo, era l’unica vera ragione per cui era nato.

A proposito: la cosa più incredibile, in Calabria, è che per due settimane i quattro contendenti alla guida del partito dopo tre durissimi anni di commissariamento non abbiano speso praticamente una parola su quanto accadeva fuori dalla finestra, di cui l’intero partito in tutt’Italia parlava con toni talora sorpresi, più spesso scandalizzati (in altre regioni, infatti, in queste ore sono tanti gli elettori piddini che si stanno presentando ai seggi dichiarando manifestamente di non voler votare, delusissimi per l’apparente harakiri del partito).

Ma siamo in Calabria…

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