il Caffè di Meliadò

12 dicembre 2013

Le operazioni antimafia contro l’antimafia

Solo alcune rapide considerazioni, dopo gli arresti di stamattina che hanno coinvolto, tra gli altri, l’ (ex) simbolo antimafia Rosy Canale.

HO SEMPRE coltivato l’arte del dubbio. Ma un conto è avere dubbi su alcune circostanze, altro vedere incarcerare persone che si stimano e il cui percorso, secondo quel che in buona fede pensi, è d’aiuto a molte altre persone.

MORE SOLITO, in molti (*specie* tra quanti non ne capiscono una fava, ci tengo a precisarlo) sono bravissimi a svelare gli altarini ma, naturalmente, a operazioni di polizia già avvenute.

QUANDO QUALCUNO sa effettivamente qualcosa (qualcosa “per certo”), in particolare tra i giornalisti, *ovviamente* lo dice o lo scrive. E sono soprattutto le “carte”, i fatti e gli atti, a contare in questa direzione.

SE INVECE

ci si abbarbica al “sentito dire” (penosetto, per un professionista in genere e per un giornalista in particolare; tranne che quando si riportano informazioni almeno verosimili attribuibili a un soggetto ben preciso, pur non facendone il nome perché rilasciate dietro garanzia dell’anonimato…), beh, mi tocca pur dire che un’altissima percentuale delle persone che conosco sarebbe già dietro le sbarre. Chi per abusi professionali, chi per violenze, chi per truffe, chi per evasione fiscale, chi per falso in bilancio etc. etc. etc.

MA SE POI ci riferiamo, cosa tristissima, al cattivo odore del cosiddetto “divismo antimafia”… lasciatemi dire che rocaa questo punto altro che Rosy Canale o Carolina Girasole!, seguendo solo questo principio ne aspetto ben altre ancòra, di misure cautelari (e forse verranno, eh). In primis nel mondo della politica, per non parlare di quello dell’informazione… considerato, soprattutto, che voci e “legàmi” o parentele perniciose davvero non mancano, in questi e in altri settori.

INVECE SONO tra quanti (pochi) ritengono impensabile “tagliare di netto” con una persona e/o con la reputazione accordatale fino a un secondo prima, appena viene lambita da guai giudiziari. Il garantismo c’entra fino a un certo punto: infatti (potrà sembrare una contraddizione) sono anche fra quanti (molti, per fortuna) tributano grande fiducia nell’abnegazione e nella straordinaria professionalità delle nostre forze dell’ordine e della nostra magistratura.

NON SOPPORTO, questo è il fatto!, che a un’ora “x” minuto “y” si cambi radicalmente idea su fatti&persone, “ad angolo piatto”, senza entrare nel merito delle vicende. E questo è un aspetto. Ma soprattutto dico un “sì” grande quanto una casa a quanto professato dal Manzoni nei celeberrimi versi del “5 maggio”, quando si sottolineava che rispetto al personaggio dell’appena defunto Napoleone Bonaparte egli si caratterizzava come «vergin di servo encomio e di codardo oltraggio».

VANNO BENE, DUNQUE, le critiche che qualcuno ha correttamente avuto il coraggio di muovere a Rosy, o a Carolina Girasole, quando avevano il massimo della visibilità o del potere politico-amministrativo e venivano osannate in tutt’Italia come genuine icone antimafia. Mi vanno assai meno bene (e, se permettete, mi fanno anche un po’ schifo) le accuse mosse (almeno pubblicamente) solo adesso; mi fanno poi *molto* schifo le accuse mosse pubblicamente solo adesso da alcuni personaggi che hanno campato di sottoboschi lerci, spesso con connivenze irraccontabili quanto notorie.

CREDO, INOLTRE, che il contrasto “culturale” alla ‘ndrangheta sia un livello di lotta ai clan imprescindibile. E su questo, badate, sono tutti d’accordo: l’ha ribadito a chiare lettere il presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nell’andar via da Reggio, l’hanno detto tantissime volte procuratori nazionali (con estrema forza, Piero Grasso oggi presidente del Senato) e distrettuali (da Pignatone a Cafiero de Raho passando per Lombardo, solo per restare in Calabria).

COME SI FA a portare avanti una strategia culturale antimafia? Tento di dare una risposta: un modo è operare silenziosamente ma indefessamente a favore delle istanze legalitarie (lo fanno in pochissimi e comunque, una volta che i media identificano il “caso” positivo, giustamente lo trattano in profondità e ripetutamente, e dunque volente o nolente quell’operato silenzioso non sarà più…), un altro modo è costituire associazioni, movimenti, organismi variamente rappresentativi che “in re ipsa” cercano visibilità per diffondere nella comunità i propri dichiarati scopi legalitari.

IL SECONDO CASO è popoloso e variegato: c’è chi fonda associazioni nel nome di qualche magistrato, chi si autoproclama leader nazionale di organizzazioni in realtà quasi inesistenti, chi prende spunto per la “lotta” da un clamoroso delitto, chi realizza rassegne musicali intestandole a vittime dei clan, chi valorizza la “resistenza” di un territorio circoscritto eccetera eccetera eccetera. Ma il Dna comune è sempre quello: “contagiare positivamente” il resto della comunità.

DA “ADDIO PIZZO” a quanto fatto in memoria di don Diana ai centri di documentazione intestati a Peppino Impastato, gli esempi ben fuori dai confini calabresi sarebbero davvero tantissimi. Un’operazione culturale anticlan che non sia “sociale”, che non punti (anche) sulla comunicazione dei valori-cardine dei promotori, semplicemente, “non è”.

PERCHE’ tutte queste parole (per chi ha avuto il ‘coraggio’ di leggere integralmente questo post)?
Perché solo l’espletamento dei processi ci dirà se davvero Carolina Girasole “ci marciava”, se davvero Rosy Canale non aveva la minima intenzione di contrastare le cosche ma, invece, coi soldi dell’antimafia faceva in qualche modo “la bella vita”. Una cosa, però, si può dire sùbito.

ALCUNI DEI SIMBOLI antimafia sono morti di vecchiaia. Altri sono stati uccisi. Altri, come a Isola Capo Rizzuto e a San Luca in questi giorni, sono caduti e sono stati ridicolizzati rispetto all’ “esempio” che avrebbero voluto/dovuto fornire alla comunità. Ma se nessuno pensasse che questo tipo d’apporto è decisivo, il problema non sarebbe neanche sorto; invece ci sono state, e ci sono, tra i politici come fra i testimoni di giustizia come tra i magistrati fulgide figure di riferimento, spesso per l’intero Paese, ed ecco perché l’operazione che ha visto l’arresto anche di Rosy Canale si chiama emblematicamente “Inganno”.

CI SI LIMITASSE a dar credito alle voci, più o meno fondate, che si accalcano su questo e su quello nessuno resterebbe stupito della caduta dei “miti” della “resistenza” antimafia; ma al contempo, nessuno ci avrebbe creduto. E invece coagularsi attorno a dei valori di questo tipo, a persone che in modo credibile possano incarnarli e testimoniarli con la propria opera, è fondamentale per alimentare la speranza e arrivare vittoriosamente alla fine della guerra contro le mafie.

LA VERITA’ è difficile da acclarare. Come sempre. Meglio non essere tranchant e non generalizzare ma, piuttosto, entrare nel merito, caso per caso. Anche perché, così come c’è chi la mafia “la combatte silenziosamente nel suo quotidiano”, c’è pure chi non meno silenziosamente la agevola. Torme di professionisti collusi o che, nel migliore dei casi, chiudono gli occhi quando basterebbe anche solo socchiuderli per vedere di fronte a sé montagne criminali impossibili da ignorare.

PER FARE un altro esempio assai concreto, non è meno vero – e lo sappiamo tutti – che ci sono intimidazioni e intimidazioni. Ci sono quelle ad amministratori coraggiosi. Ci sono quelle indecifrabili, verso tutori della legge comunemente considerati quasi imbelli. Ci sono quelle messe in atto, magari, da spezzoni di Servizi “deviati”. Ci sono quelle eseguite come “regolamenti di conti” e spacciate come “segnali” a imprenditori o politici intrepidi e “resistenti”.

DI SICURO, però, bisogna circoscrivere lo sconcerto, non circoscrivere la fiducia. Un commerciante su 3, in Calabria, paga il “pizzo” (ma in alcune aree il 50% almeno). I fatti di sangue sono diminuiti di molto, ma solo perché va assai più di moda la “pax mafiosa” (pessimo segno, come gli addetti ai lavori sanno, circa il prosperare del crimine organizzato). E potremmo elencare molte altre questioni “calde”.
C’è estremo bisogno di avere fiducia in chi, dalla magistratura alle forze dell’ordine ai politici alle associazioni, professa (con parole coraggiose, ma soprattutto con fatti e atti e gesti concreti facilmente documentabili e comprovabili) la propria strenua opposizione ai clan.

POSSIAMO AVERE creduto in “mele marce”; o, come qualcuno si ostina in fondo in fondo a sperare (e io sono tra questi), a un involontario quanto abbacinante errore giudiziario. Chissà. Ma il cinismo a buon prezzo (tanto più l’orrido cinismo “del giorno dopo” o “del minuto dopo”) non ce lo possiamo proprio permettere.
Scegliamo con cura, magari con maggior cura le cause da abbracciare e i valori da perseguire; ma questa melma mafiosa può essere scacciata solo credendoci, cooptando nuove persone che con coraggio dicano “no” al “pizzo”, al voto per il “compare”, ai concorsi finti, alle tante, troppe cose profondamente impregnate di mafiosità.

Si può, insomma, aver perso in malo modo un’importante battaglia contro la mafia (e il tempo ce lo confermerà, o smentirà). Non credere in niente e in nessuno per partito preso significherebbe avere già perso la guerra.

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