il Caffè di Meliadò

5 novembre 2013

Il Museo andato in fiamme e Alessandria d’Egitto

«…Che DUEcittà di merda». Carina, accento settentrionale, parcheggia davanti al Museo dello strumento musicale poche ore dopo l’incendio, ti vede impegnato a provare qualche scatto e non ci pensa un attimo a dirti come la pensa, accennando al tuttobruciato che si sta lasciando alle spalle.

In un milionesimo di secondo, penso che non sono d’accordo. Che dopotutto Reggio Calabria ha dentro di sé i valori e le risorse umane per reagire. Il risultato, però, è che le rispondo: «…Dopo una cosa così, forse è il minimo che si può dire».

QUATTRO

 

Ora, non è che la città dello Stretto si possa paragonare ad Alessandria d’Egitto…
ma

Alessandria “la Grande” non pianse per la sparizione dell’antica Rakhotis, che sullo stesso sito sorgeva secoli prima che Alessandro Magno fondasse la nuova città in terra egizia, non pianse secoli dopo, nel 640 dopo Cristo, per la conquista da parte degli Arabi dopo un assedio micidiale e sangUNOuinosissimo, durato oltre un anno, ma pianse per la distruzione di uno dei più importanti musei d’ogni tempo. Anche in quel caso – peraltro, dopo l’invasione islamica –, a devastare tutto fu un rogo.

L’aneddoto storico piccolo-piccolo serve a porsi una domanda: ma che civiltà è, quella che brucia i suoi musei?, che incenerisce la propria storia?
D’accordo, sarà anacronistico, in terra di ‘ndrangheta. Laddove a essere bruciate sono le auto, le saracinesche e non di rado anche le persone. Ma l’interrogativo è giusto porselo.

Dopo i momenti più “caldi”, la catena della solidarietà ma pure la conferma della natura dolosa del rogo, è emblematico citare come gli investigatori si stiano seriamente interrogando su qualche “scomodo” vicino e, comunque, sulle reali motivazioni dell’atto incendiario. Perché, sì, la criminalità organizzata è ovunque ed esiste indubbiamente pure una suTREbdola cultura mafiosa da cui guardarsi con attenzione; ma poi ci sono le tante piccole mafie quotidiane. Quelle degli interessi di bottega e delle commistioni torbide, ma pure quelle che portano a incendiare un motorino solo per uno sgarbo o per un rifiuto sentimentale o un’occasione di lavoro svanita.

Chissà, forse le indagini serviranno a riflettere anche su questo.
La cosa preferibile, l’obiettivo auspicato dalla gran parte della gente sarebbe eliminare completamente la violenza (ma, va detto, questo non riesce neppure in contesti ben più civili). Di certo, tra un discorso e l’altro in tema di sviluppo e di occasioni mancate, nel 2013 questa violenza tribale non possiamo comunque permettercela più.

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