il Caffè di Meliadò

21 settembre 2012

Editoria, leghisti e quel tricolore con cui pulirsi il c…

Il Tricolore? Sempre più, la Lega Nord è convinta che occorra pulircisi il c…, specie quando ci son di mezzo i media.

Nel silenzio generale, infatti, il 16 luglio scorso è stato convertito in legge (legge 103/2012) il decreto-legge del Governo numero 63 del 18 maggio scorso sul riordino dei contributi per l’editoria. Tra le varie previsioni normative (che, ad esempio, spostano con decisione la barra sull’on-line, concedendo  agevolazioni importanti alle testate cartacee che si dematerializzano, passando in via esclusiva sul web), i seguaci di Alberto da Giussano erano riusciti a infilare una modifica pregnante, che non andava certo nella direzione dell’afflato unitario del Paese…

Per essere considerata «nazionale», fin qui una testata giornalistica doveva essere presente almeno in 5 regioni del Paese (criterio già assai opinabile, considerato che le regioni italiane notoriamente sono 20 ed essere diffusi in sole 5 regioni vuol dire quindi raggiungere solo un quarto del Paese); in sèguito al pressing leghista, invece, sarebbe stato sufficiente essere presenti in appena 3 regioni (neanche 1/6 di quelle che compongono l’Italia, dunque), magari esclusivamente del Nord (visto che nel Settentrione è concentrata un’elevatissima percentuale, maggioritaria in modo schiacciante, della stampa e ancor più alta considerando la sola stampa “che conta” quanto a influenza e venduto), distribuendo in ciascuna almeno il 5% delle copie vendute complessivamente.

In effetti, il decreto legge n. 63 del 18 maggio scorso era stato recepito includendo tra l’altro questa bellissima “innovazione” nell’àmbito del passaggio a Palazzo Madama, il 27 giugno. Per fortuna, il colpo di manoantiunitario è rientrato in sede d’approvazione definitiva della “103” a Montecitorio, ma a inizio-estate, complici i primi caldi…, in molti non avevano capito una mazza della portata dell’evoluzione normativa («Ogni testata nazionale dovrà poi essere distribuita in tre regioni e non più in cinque», aveva scritto un notisissimo quotidiano nel sintetizzare le novità del testo legislativo, evidente sintomo non solo di sottovalutazione dell’importanza di quanto era stato sancito per volontà del Carroccio ma pure di come il cronista non avesse assolutamente chiaro di cosa si stesse parlando…).

In realtà, comunque, non c’erano solo motivazioni “separatiste” alla luce di quest’opzione normativa. Il problema-cardine è che un numero sempre crescente di testate giornalistiche vende una percentuale sempre più alta del totale delle copie stampate e diffuse esclusivamente nella propria macroarea di riferimento.

Per la stampa quotidiana si può operare un facile esempio con la Sicilia per La Sicilia o Il Giornale di Sicilia (che però sono chiaramente testate insulari, sebbene con l’ambizione d’avere diffusione anche nella penisola) ovvero col Piemonte per La Stampa, vere roccheforti diffusionali per le testate in questione, poi presenti in un territorio decisamente più vasto in cui, però, il proprio venduto risulta assolutamente marginale.

…Bene. Detto questo, però, c’è un altro aspetto che “nasconde” la norma; e, garantito!, in molti alvei specialmente locali ci sarà da ridere (o piangere)…

Lo stesso articolo 1 della “103” (comma 4, lettera c) prevede infatti che  «i dati relativi  alla  tiratura,  alla  distribuzione  e  alla vendita,  nelle  loro  differenti  modalità,  siano   attestati   da dichiarazioni  sostitutive  di  atto   notorio,   rese   dal   legale rappresentante  dell’impresa,  e   siano   comprovati   da   apposita certificazione analitica rilasciata  da  una  società di  revisione iscritta nell’apposito albo tenuto dalla Consob». Tutto questo significa, “paro e sparo”, che i contributi erogati diminuiranno a vista d’occhio: molto più della spending review potrà l’effettiva portata della verità diffusionale. 

Il Pianeta Carta Stampata ha già accusato il colpo. E nelle scorse settimane, intanto, già s’è registrato un primo step della temutissima, inesorabile Operazione Verità: l’Ads (storica istituzione cui è attribuito il compito d’attestare tirature e numero di copie vendute dei vari giornali) ha fatto sapere a quanto ammontano le tirature, le copie diffuse (che NON significa vendute) e le copie pagate (= copie vendute in edicola + copie vendute tramite abbonamenti) delle maggiori testate giornalistiche nazionali, lasciando inevitabilmente sul campo morti e feriti.

Il quotidiano più venduto d’Italia, per dire, il Corriere della sera, ha una tiratura media quotidiana di 609mila copie (molte meno peraltro delle oltre 800mila di solo pochi anni fa, quando peraltro la “guerra” Corsera-Repubblica era selvaggiamente alimentata con gli estrogeni chiamati gadget), però ne diffonde a vario titolo solo 474mila delle quali le copie “pagate” (edicola+abbonamenti) sono soltanto 440mila. In parole povere: il quotidiano più ricco, famoso e letto dell’intero Paese vende, abbonamenti inclusi, solo 440mila copie; figuratevi gli altri.

E in effetti (lasciamo perdere per un attimo dati che c’interessano meno in questa sede, cioè copie stampate e variamente “diffuse”), Repubblica ha un venduto che non va oltre quota 357mila, la Gazzetta dello sport del lunedì (unico altro quotidiano sopra le 300mila copie al giorno grazie anche all’evidentissimo doping rappresentato da cronache e polemiche relative alle partite giocatesi il giorno prima) vende in media 340mila copie; poi c’è un balzo di altre 100mila copie in meno. Il quarto giornale più venduto d’Italia è l’economico-finanziario Il Sole-24 Ore che, asticella sulle 256mila, risulta il quotidiano più venduto di una “seconda fascia” che comprende solo altre tre testate (in ordine di vendite La Stampa, il Corriere dello Sport del lunedì e l’edizione ordinaria della Gazzetta dello Sport).

Tutti gli altri quotidiani, fin qui, risultano venduti meno di 200mila copie al giorno fra edicola e abbonamenti, performance evidentemente non esaltante, per un Paese che peraltro non ha mai detenuto i primi posti nella graduatoria relativa ad acquisti e lettura dei giornali. E ora che i dati relativi alle copie vendute andranno «comprovati da apposita certificazione analitica rilasciata da una società di revisione», che accadrà?

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