il Caffè di Meliadò

20 settembre 2010

Bollicine e “glocal”

Lo dice anche il caustico Beppe Severgnini, con la solita passione filologica: ma che senso ha – commercialmente, prim’ancora che lessicalmente e giuridicamente – appellare brut o champenois come pure metodo classico uno spumante nostrano? E del resto, perché in tutti questi anni (in cui ne son successe di cose in materia enologica e di relativo import-export, non ultima la reiterata “guerra del vino” Italia-Francia…) non s’è ancòra capito, pensato o, comunque, concretamente agito per dare agli spumanti italiani top class – che hanno ben poca convenienza a farsi chiamare spumante, “nome associato a vini dolci di bassa qualità / basso prezzo” – un’adeguata denominazione comune?

E’ quanto in Calabria, ad esempio, si va facendo con brand collettivi legati ai prodotti vitivinicoli del Cosentino. Buona cosa sarebbe che, per una volta, il Paese guardasse verso la sua parte più bassa per imparare qualcosa. (Con buona pace dei vignerons).

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